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giovedì 5 gennaio 2012

Dinosauri e patatine fritte

Gran festa, ieri, in casa della mia amica Velia, che, bontà sua, mi ha raccontato questa storia tragicomica. E vado a raccontarvela come se lo facesse lei nella sua personcina grassottella, che solo a guardarla fa sbocciare un sorriso. Aveva invitato, lei che di figlioli non ne aveva avuti mai, i nipoti (otto) amatissimi. Due grandoni, con certe pettinature da far svenire tigri e leoni, e poi, a ruota, tutti gli altri, in fila indiana, adolescenti e bimbi. Velia, seduta sul sofà con la parannanza di panna a far da armatura, li aveva radunati, ben prima del raduno, nella sua memoria, ricordandoli bebè e tutti quanti belli e buoni senza grilli per il capo... ma basta, no, bisogna darci un taglio, si dice, ché le lancette fan l'acchiapparella intorno al quadrante rotondo dell'orologio della sua cucina che, dovete sapere, ha un gorgheggio d'uccellini all'ora. Alle due, il merlo, alle tre il cardellino, alle quattro il fringuello e così via. Ed eccola di nuovo perduta in romanticherie campestri, quando dovrebbe cucinare! Già, una parola, che cosa cucinare? Uno dei ragazzi non tollera cose verdi nel piatto: né pasta al pesto né spinaci né insalata; due poi detestano la pasta rossa di cui, invece, lo spregiator del color di foglia è ghiotto. Le polpette? I piccoli ne vanno a scivolo, ma a una delle ragazzine fan da noccioli di ciliegia nella strozza. Risotto per carità e di frittata neppure a fiatare. Menù e piatti fanno il girotondo nella testa sua finché non decide di riparare nei bastoncini findus e nelle patatine fritte che piacciono, di grazia, all'orchestra intera.
Tuffa, dunque, questi e quelli nell'olio in padella che, col suo friggere, pare farsi risatelle di lei e della sua buona volontà e mentre li osserva rosolare le viene in mente un certo bambino, un cuginino suo, secco, mingherlino, taciturno, che di nome faceva Gustavo e che, invece, di esser nato tra la fine degli anni Ottanta e il Terzo Millenio, aveva avuto la sventura di venire al mondo negli anni Trenta dello scorso secolo e di aver per zia, non la Velia, ma una certa signora che si faceva dar del voi e con la passione delle melanzane al funghetto. Gustavo, meschino, di ott'anni appena, fu invitato a dividere con i grandi il desco ed ebbe, come gli altri, la sua squisita porzione color disperazione: uno schiaffo dal piatto. Rifiutò, cocciuto, di mangiare. E, duro come un osso, se ne rimase a tavola, da solo, tutto il pomeriggio, con le melanzane in faccia. Capitolò a sera, tanta era la fame.
Andò peggio, aggiungo io, alla sorellina di Massimo D'Azeglio (che non è il barbogio ottocentesco che vi immaginate, ma, soprattutto nei suoi ricordi, uno scrittore purosangue), alla quale, tornata a casa in ritardo per il pranzo, fu servita, ma da sua madre, la minestra riscaldata per benino. Sul balcone imburrato di neve. Senza scherzi, a non so quanti gradi sottozero...
Altri tempi. Ma è ora, per la Velia, di scolare la frittura su carta di pane. Detto fatto. L'ultima puntata è bell'e servita: la povera Velia, dopo aver dato l'acqua alle piante e ciondolato per le stanze e fatto un poco di zapping col televisore, è sdraiata sul divano ad aspettare i nipotini che fan ritardo (come sempre) e che, neanche a tenerli a tavola mezz'anno, mangerebbero le melanzane al funghetto...

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