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mercoledì 18 gennaio 2012

Shampoo e spaghetti

Ogni santo pomeriggio, grigio, bianco, bagnato o di lacca cinese, Margaret, aupair canadese con la quale, a circa dieci anni, trascorrevo tutto quanto il mio tempo bambino, mi lavava i capelli, cercando poi, invano, nell'asciugarli, di arricciolarli con certi bigodini rossi (tutti intrecciati di fili di nailon simili a spini color sangue)  i quali venivano arrotolati sulle ciocche ben stese per poi essere fissati sul capo con delle mollette magre, di latta, a becco di papera, con  occhielli e impigli segreti, piccoli inciampi malvagi, fatti apposta - secondo me -  per tener prigionero quel filo da nulla di capello che, tirato, mi faceva vedere però l'Orsa maggiore e la Via Lattea che, come mi ha insegnato Ovidio,  conduce al Palatino del cielo, lì dove abita, in un palazzo d'oro, Giove tonante...
Strngi qui e tira lì, il sacrifio finiva con una bella, si fa per dire, retina azzurra a ingabbiar la testa la quale - nelle istruzioni di Margaret  (che aveva i capelli tinti di giallo chiaro, tali e quali a quelli della mia Barbie Malibu) serviva a impedire che le orecchie prendessero fuoco  a causa del fiato d'inferno del phon. Sì, una parola! La punta delle orecchie, in barba al retino, diventava color ragù e io stringevo le labbra e me le mordevo per non gridare.
E così, tornata da scuola, cominciava, mio malgrado, il rituale del riccio, mentre mia madre, ignara, senz'occhi per me, si faceva i casi suoi, che chissà quali erano allora. Naturalmente l'operazione boccolo terminava in un patetico nulla di fatto mentre Margaret, la bocca chiusa a serrar mollette, liberava le mie chiome che pencolavano lisce e bionde come sempre, in nulla diverse da com'erano prima della cura.
Doveva durar così chissà quanto, avevo già abbassato le orecchie al sacrificio, se il caso non mi fosse venuto in aiuto in questo modo. Dovete sapere che mia madre andava assai fiera dei ciuffi striati di biondo che i gemelli sbuffavano via dalla fronte con un turbine di fiato ed era uno spettacolo carino a vedersi, quel "fiut" che faceva prendere il volo alla spazzola della frangia, per mia madre, poiù bello del cinematografo. Successe, però, che un brutto pomeriggio Margaret decise, per una volta, di lasciarmi in pace e di cambiar vittima e si dedicò - ohilei - anima e forbici, al ciuffo dei gemelli. Ebbe occhi, mia madre, allora, oh, se li ebbe! E Margaret fece le valigie e via. chissà dove. Io felice: un marameo allo shampoo e i capelli a spaghetto...

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