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domenica 1 gennaio 2012

Nevicata

In questo primo gennaio di cielo basso, grigio di Spagna, in cui ci siam tutti, o più o meno, svegliati con la bocca amara per aver un poco alzato il gomito e mangiato troppi fritti di mare e torroni e le lenticchie e il cotechino, mi è tornata - non so perché o forse lo so e non mi sento di dirlo - viva, in mente una certa persona, che ora non c'è più or sono quattro anni, e che avevo cucita al cuore, con punti molto stretti, quando di primavere ne avevo viste, più o meno ventitrè, e non ero punto come adesso che mi par di esser fatta di morbida cera... Questa certa persona qui aveva un passato che non vi dico, un naso che parevan due, sempre chiuso in sinusite, e spalle forti  e occhi un poco mesti di quelli che, pur giovani, paion averne viste più di Dante pellegrino in  casa di Belzebù. Con questa persona, di cui tengo per me nome e cognome, passai tre anni e poi, io e lui, di qua e di là, con le anime che continuavano però a tenersi per mano da lontano.
In questo Capodanno, sfumato di corallo, mi piace ricordarlo a modo mio. Eravamo andati, io e lui solamente, come usavamo fare nel verde della gioventù, a piantar la tenda al Parco Nazionale d'Abruzzo. Il posto lo conosceva lui che aveva per amiche fedeli le montagne. Intono, una corona di alture viola d'orizzonte, a un passo, un rusceletto d'acqua d'argento e il silenzio degli alberi e dell'erba. Montammo la tenda che era un uovo giallo e dopo mangiato (c'era, ricordo, un pane di polenta che si sbriciolava tutto...) a dormire con i grilli.
Una bava di luce entrò al mattino presto. Sollevai il capo in allarme. La tenda pareva crollare sotto non si sa che colpi che la facevano svenire da un fianco e poi dall'altro.  Parevano pietre o zampate d'orso, non so. Diedi, senza aprire bocca, di gomito al mio compagno e  lui si svegliò: "I cacciatori!", disse in allarme e uscì, così com'era, dalla tenda. Silenzio. Che fosse stato divorato dall'orso? Ma non feci in tempo a pensar altri destini cupi che udii chiamare il mio nome. Uscii nel bianco di una nevicata che aveva quasi sepolto col suo peso la tendina nostra. Il bosco, di zucchero, scintillava, silente, nel nuovo sole  color farina di polenta, come in un'alba della Protostoria...

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