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mercoledì 4 gennaio 2012

Rosa rossa


La più carina della classe - come mi par di aver scritto in una delle novanta e vattelapesca storie tragicomiche che sono perline di collana in questo blog, -  si chiamava Anna e, solo nel meriggio dorato della sua esistenza, aveva trovato, pur sciacquata dai corteggiatori com'era, il suo principe azzurro che non somigliava affatto a quello delle favole essendo, il principe in questione magrolino, con i capelli di cenere, due spallucce così e un dorso d’asino per schiena. Ebbero, prima di sposarsi, un figliolino e poi tre o quattro ancora dopo le nozze. E lei si ritrovò, dunque, sulla trentina, e ancora bella, a far da mamma, un poco annoiata, ai suoi bambini, conservando in cuore la smania insoddisfatta di piacere al mondo intero, con la leggerezza di una libelllula, senza pensieri a schiacciar l’anima. Ma, anche se contava aiuti in casa e babysitter a tenerle i figlioletti, le riusciva difficile nondimeno venire a capo di poppate e vanità. Fu proprio in quegli anni di forzata maternità, con i marmocchi imbastiti alle gonne, che si cucinò la febbre delle chat e  lei, attirata dalla luce virtuale al pari di una falena lunare, ci  si tuffò, trovando il tempo di civettare, via modem, con emeriti sconosciuti e di far colpo su questo e su quello con certe frasi stuzzichine e foto in cui si mostrava per quel ch’era, un fiore colto, ma pur sempre un fiore. Mesi di adrenalina a buon mercato finché non arrivò un certo Vincenzo. Si presentò ingegnere, bolognese, benestante, singolo. Con questo Vincenzo si passò  dalla chiacchiera insulsa a una certa confidenza che si trasformò in breve, in una voglia matta di guardarsi in viso. Vincenzo, mi spiegava la mia amica, era il suo ideale di principe, non, per carità, come il marito! Ridevamo, io e lei, al pensiero dell’incontro: Vincenzo con la sua bella rosa rossa nel taschino della giacca, come si suole fare negli incontri ciechi e clandestini.. Fui precettata da Anna, per ragioni di sicurezza perché non si sa mai. Ed eccomi appostata, con un giornale a far da schermo al viso, davanti al locale prescelto per l'abboccamento, un bar qualsiasi, scartocciato e, a modo suo, piuttosto squallido in Piazza Istria. Lei, in gloria, scende da un taxi, mi schiaccia un occhiolino e via, scompare nel locale. Per uscirne un lala dopo, gli occhi tondi, baciati da Medusa. Provai ad afferrarla per un braccio, ma lei, con una voce che tagliava a fette l'entusiasmo mio: “Resta, resta pure dove sei...”. Ubbidii. Dal bar, in un baleno, vidi uscire suo marito, che si strappava la rosa scarlatta dal taschino…

 Nella foto, il pozzo dei desideri...   

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