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venerdì 20 gennaio 2012

Due spighe al supermercato

Non so come vi regolate voialtri, ma io, quando nei negozi mi restituiscono scontrino e resto, non mi metto  certo a snasar le monetine una a una - ché tanto, con i miei lumi, sarebbe vana cosa - nossignore, prendo i goccioli di euro, con quei colori smorti, tra il rosso, il maron e l'oro di Bologna, come si dice dalle parti mie, e li scarico in un borsellino che squilla scarlatto, in simil pelle con su una stella alpina bianca a ricordarmi le piste bianche di San Candido...
Quando, metti caso a fine mese, vado a far la rivista degli spiccioli che, allo scuro, al calduccio del portamonete, vanno anche loro al ballo della Piccola Ida, ne trovo in torre di Babele, con  bandiere d'arlecchino, raminghe dal mondo, ma che han tutte quante un timbro a fuoco: non valgono cioè neanche il prezzo di uno stuzzicadenti...
Ieri, ad esempio, rovesciando il panierino di pomodoro, ho trovato una monetina di latta stenta, color argento mai pulito: un'umile monetina da dieci lire. L'avete mai guardata con la lente, a mo' di fratelli numismatici, quell'unghia d'arte italiana? Se non l'avete fatto mai, come la sottoscritta, fatelo ora, se ve ne capita il caso, e scoprirete che su un lato, le dieci lire, recano un aratro, che pare quello di Romolo quando tracciò il solco di Roma;  e sull'altro un dieci tra due spighe che sono il segno della cultura nostra, nata dal seme del grano. Finita la contemplazione, si passa alla giornata, da Maria a Marta, e mi conto in capo le incombenze. C'è la spesa da fare e ci sono libri da restituire alla Biblioteca Rispoli cui fa la guardia, dall'alto di un cornicione di Palazzo Grazioli, una gatta egiziana che mi innamora e che dà il nome alla via...
Vado, vado, spinta dal dovere, ma prima di uscire ricaccio nel borsellino la mia moneta da dieci. E giunta che sono alla coda di carrelli del supermercato, tutti legati come salami, ecco che mi accorgo, come sempre, di non aver con me il lucido euro, bicolore e spavaldo, che serve a staccarne uno solo con cui partire alla spesa. Guardo, di grazia, la signorina alla cassa, meschina, tutt'uno con cassa e scontrini, e subito dopo il cesto di plastica che, una volta riempito, pesa come l'abbraccio di un drago...Sto per arrendermi quando, d'un tratto - lo giuro - odo una vocina di vento che mi chiama: "Prova me, prova me!"  Avete azzeccato, erano le mie care, modeste dieci lire. Le coricai nel lettino apposito del marchingegno,  le pigiai nel cavo e udii, magico, il clack, della liberazione! Lo stesso, tale e quale, che fu musica alle orecchie quando, alla Rispoli, fu tempo di occupar lo stipetto all'entrata dove riporre borsa e pacchi. Fu  così che le mie care, vecchie dieci lire mi diedero carrello e armadietto, con buonapace dell'euro.

1 commento:

  1. Sai, io uso una ranella per il carrello....
    ebbi un'avventura appena dopo l'avvento dell'euro...:)) te la racconterò.

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