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domenica 29 gennaio 2012

Io Tarzan, tu Jane

http://www.flamencoflores.it/ : per imparare da Lisa, a Roma, l'arte flamenca...

Ho un'amica che è una ballerina di flamenco. Come fa il sapateado lei, con due occhi neri che paiono fare il tacco punta pure loro, mentre ti bruciano l'anima dal palco, non ho mai visto nessun'altra. Neanche a Siviglia, ve lo giuro, dove andai proprio con lei (in arte Lisa Flores), ancora in erba di braceado e sevillana, forse trent'anni fa che, a me, nella memoria paiono ieri. Della città bianca, addormentata lungo il Guadalquivir, immersa in un fiato di calore che pareva scioglierti anche il pensiero, ricordo la stanzetta al piano terra di una bella casa con patio e fontanella nel barrio di Santa Cruz, dove dormivano e vivevamo prigioniere fino al pomeriggio, Lisa e io, per combattere i quaranta e tanti gradi quotidiani. Fu lei, più esperta, a scegliere la tana dabbasso, perché io, per me, avrei preso la camera vetrata all'attico che guardava in faccia il sole e, da su in giù, il dedalo di viuzze sivigliane. Fossimo finite lassù (per il capriccio estetico della sottoscritta) a squagliarci di caldo, forse oggi neppure scriverei questo blog di storie tragicomiche e lascerei in santa pace amici e sconosciuti..
Tant'è. Lisa aveva un fidanzato gitano, bello come un  bronzo attico, il quale, a sua volta, aveva un fratello gemello che era (secondo me) tanto brutto e sgradevole e pure antipatico quanto il primo era un adone. Una sera, il bello e il brutto, che erano gemelli come Esaù e Giacobbe, decisero di portar le due turiste, cioè noialtre, a vedere la mosquita di Cordova. Partiamo in un macinino con tosse e asma, sotto un cielo turchino appena lavato da cherubini e serafini, i  gemelli persi  nel cante jondo, io nella campagna brulla d'Andalusia, fatta, mi pareva, di gobbe spelate di cammello. Cordova ci diede il suo benvenuto di muri a calce e ciclamini rosa e il giorno passò al galoppo. Quando la luna prese a fare in cielo la rivista dei pipistrelli, ecco arrivare il tempo romantico dell'amore. Il bel gemello e la mia amica si baciavano in una piazza vuota, un quadretto da pro loco. E io? Io, dietro di loro, ma a distanza, con quel Serafin del menga appresso; io a bocca cucita, nel forno della stufa. D'un tratto mi sento afferrar la mano e odo un sibilo nell'orecchio: “Yo soy un hombre, tu eres una mujer, entonce que?”. Già, grazie mille, e allora? Fu Lisa, con grazia flamenca, a salvarmi dall'imbroglio e io, ridendo, fuori dalla giungla.

sabato 28 gennaio 2012

Una messa particolare

Io, con questa crisi, condita appena da un filo d'olio di speranza la quale, come si sa, non è merce da riempirci il frigorifero, ho imparato a far mille mestieri per sfrangiare le spese. Mi faccio, ad esempio, da me i colpi di sole, con una certa polverina bianca mescolata a un paciugo lattiginoso al puzzo d'ossigeno. Ho imparato a far rigar dritto gli sciacquoni di casa: il Catis (salendo, due piedi, sul lavandino e infilando il naso lassù) e il Geberit (ficcando una mano fino a farmi male in quei meccanismi contorti per pulir via il calcare che è sempre, come si sa, lui il colpevole...). E so anche dipingere di bianco i muri della cucina, arrampicandomi su una scala, a  naso e a testa girata, cosa che mi fa guardar il mondo a zampe all'aria, al contrario, da sopra in giù, come se fossi Dio...
Proprio per acquistare da Leroy Merlin, che fiorisce, verde com'è, in un centro commerciale ai confini della città, l'occorrente per travestirmi da imbianchina, eccomi, una bella domenica mattina, di cielo trasparente e azzurro, al volante della mia Cinquecento bianca,  modello vecchia frontiera, talmente vecchia che mia madre, ogni volta che ci vediamo, parte da Adamo ed Eva per tentare di convincermi a cambiare automobile dicendo, con aria di nulla: "Ho visto l'ultimo modello di Panda, è davvero graziosa, piccola, spaziosa, colorata..." e via così in un arrotolarsi di concetti (che paiono uno spot) condivisibili per carità, ma che su di me han l'effetto di una pioggia improvvisa quando non si ha l'ombrello.
Andavo dunque a comperar pennelli, lavabile, pennellesse, rulli e catini quando mi venne in mente che in casa mancava la frutta e anche qualcosa d'altro che ora non rammento e così decisi di fare il giro largo e di fare un salto all'Auchan, dove due piani di mercanzie fan contenti grandi e piccini. Il carrello non lo prendo, ché tanto non mi occorre, mi dico e sto per entrare nel magazzino quando mi si avvicina un tipo rotondo, giulivo, tutto quanto in primavera e mi fa: "Signora mia, ma non si rende conto, lei fa tardi alla messa! Qui all'Auchan cominciava alla dieci in punto e sono passate le undici e lei mi pare anche piena di sonno e un poco per traverso... Che mi combina, bella signora!", disse con due mani in preghiera a rimbalzar dal mento alle ginocchia.. Poi sogghignò e disegnando in aria un semicerchio, con le dita a ventaglio, mi mostrò i fedeli del nuovo culto: famiglie e singoli, e gruppi di ragazze e vecchi e bambolini e persino i bebè. Tutti quanti, in processione, come seguendo il drappo e la statua di San Verecondo. Quando mi girai daccapo, voltando le spalle al fiume, il mio amico rotondo non c'era più e io entrai nel Tempio.. 

mercoledì 25 gennaio 2012

Vecchi amici

Non so se vi è capitato mai di andare a una cena dove, di grazia, ci si incontra tra vecchi amici che facevano gruppo da ragazzi, e farlo dopo venticinque anni di vita, lunghi di studio e lavoro e famiglia, che han disegnato ragnatele in faccia a qualcuno, colorato di bianco i capelli a un altro e fatto questo e quello a un terzo ancora. A me è successo lo scorso sabato e, non ci crederete, ma a parte le maschere di alcuni e gli occhi segnati dal kajal  della malinconia di altri, ho ritrovato le persone tali e quali a come le avevo lasciate, quando erano ragazzi e pieni di speranza, molti anni prima. L'intellettuale di sinistra, in barba alle delusioni, continua a sognar la terra promessa e la ragazza da marito è diventata donna, ma sempre con marito resta. E io lì in mezzo come un baccalà, anzi un pesce esotico caduto chissà come, mettiamo, nel mar Jonio...
Ma siccome,  quando cucio le mie bennibags, lo faccio dritto contro dritto e giro la stoffa al contrario per fare sopragitto e cucitura, ecco che mi è venuto il ghiribizzo di metter  le carte a faccia in su e di guardarmi, io, per una volta, agli occhi loro, come in un tribunale di asini e topi. Eccomi, ad esempio, seduta sul divano a parlar di libri con una entusiasta lettrice, gradevole assai - anzi una delizia - e tutta girandola per i volumi che si pubblicizzano sulle prime pagine dei quotidiani. Io, la mummia, che leggo soltanto i dimenticati (ora, ad esempio, ho sul comodino un gran volumone di racconti italiani pubblicati chissà quando da Gherardo Casini che ebbi la gioia di conoscere nei suoi anni di neve...)  e Dolores Prato, indosso un sorriso d'ordinanza e cerco di non far uscir dagli interstizi dell'anima mia il giudizio che nutro su. pincopalla o chi per lui. Con diplomazia spiego alla mia interlocutrice, basita, che io leggo altre cose e non sto certo lì a far l'analisi logica delle preferenze mie. Sai che barba, per lei! Infatti, per fortuna, sono pronti i tortelli bolognesi con l'amaretto sbriciolato e il fior di zucca, tortelli che danno molti argomenti ai commensali... E lei, la mia  bella interlocutrice, schizza in piedi, infatti, come se avesse visto passar la fortuna a passo leggero, recando la gran cornucopia  di Re Mida e con un indice puntato fa un rullo come a dir dopo dopo. Cioè mai più... E mentre sono lì che combatto per avere la porzione mia ascolto un altro vecchio amico interessar la platea intera con i suoi racconti di caccia alle starne e ai topi e so per certo che se rivedrò i miei vecchi amici, che pure amo, sarà di nuovo tra venticinque anni...

martedì 24 gennaio 2012

I capelli della Lilli



Anche  a San Giuliano, da nonna Stella, dividevo la camera con mio fratello Marco. Era una stanza a grattar il naso al firmamento, come fosse in alta montagna, e dava su una strada dove, notte e giorno, era vivo su e giù di macchine. Di notte le automobili passavano quasi silenziose, proiettando, non so mica dire perché, un’ombra luminosa sul soffitto. Il ronzio del motore mi cullava, come una carezza di madre. Vsssum, vssssum, e io al calduccio sotto le coperte. Le macchine che andavano verso il Noncello, cioè verso il centro di Pordenone, erano “mie”; nel verso contrario di Marco. Era una gara tra me e lui, dove l’unica imperatrice, come spesso accade nella vita, era la fortuna. Uno, due, tre, contavamo le ombre di luce sul soffitto come fossero pecore. La disfida terminava nel sonno, quando noialtri due finivamo, come diceva la nonna, “al teatro bianchini a letto sotto i cuscini” senza un fiato cosciente.
Di giorno, altri giochi. Si andava raminghi, liberi per la campagna, oltrepassando il cancello di legno verde che divideva il giardino dai vigneti prima e dai campi di mais poi. Si andava, io e Marco, fino alla fontana fredda, sul lato nord della proprietà, a bere  una sorsata d'acqua gelata e a spiar le ranocchie nel rigagnolo verdastro che si perdeva in un boschetto di erbe alte. C'era anche la casa “bombardata” che era, a ripensarci, un rudere dove di casa erano topi e lucertole. Entravamo, scappavamo via al primo cigolio di un’asse scardinata, rincorsi dai nostri fantasmi privati, mentre la misera casa piangeva solo il suo abbandono...
Una sera, spinta dalla sete, aprii per sbaglio la porta della cameretta, dirimpetto alla nostra, dove dormiva la Lilli, che era arrivata bambina a servizio da nonna Stella, che rispondeva "comandi" ai di lei capricci e che pareva, ai miei occhi bambini, come una creatura eterna, cucita alla casa e all'abitudine dei suoi panni neri. Vidi, ma sul serio, distese sul pavimento, le spire di un serpente d'argento: i capelli infiniti della Lilli. Non se li era mai tagliati, da quando, tredicenne, era arrivata, spinta dal vento del bisogno, a San Giuliano. I capelli come radici senza frutti. Anni e sogni: tutti giù per terra.







sabato 21 gennaio 2012

Cappuccetto Rosso e il lupo

Oggi che il cielo  sembra uscito dal pennello di Andrea Mantegna in color lapislazzulo chiaro e che, di grazia, non bisogna far le corse per mettere il cappello alla giornata, mi è tornata in mente una certa storia tragicomica la quale mi fu raccontata a suo tempo da un collega che mi era allora vicino e ora non più. Protagonista è una certa signorina di nome Patrizia, una bellezza tascabile, con occhi neri, lucenti e capelli corvini, forte soltanto della sua determinazione  e del lume in cervello, che le aveva aperto la porta di una piccola redazione romana dove svolgeva, con ammirazione di tutti, il suo compito di segretaria, s'intende appunto di redazione. Menabò, bozze, tagli bassi, occhielli erano pane e cacio per lei che, svelta al par di una i, trottolava dalla scrivania sua alla stanza del direttore a quella dove i grafici s'inventavano l'impaginazione e poi giù nel sancta sanctorum degli editori, padre e figlio, detti, senza scherzi, Puzzo e Puzzissimo... Senza tema di nulla, con la grazia del popolo.
Questa Patrizia qua, che viveva sulla Tuscolana, con quattro sorelle e i genitori, aveva il fidanzatino già pronto alle nozze. Era questi un Renzo Tramaglino al quale mancava il cappello per mostrar bene al mondo il sempliciotto che era: un tipo buono, affidabile, da sposare di corsa perché tra i suoi più e i meno, la somma faceva sempre  conto paro e assai sopra lo zero.... Ma la nostra Patrizia, ahimè, ingolosita e direi pure inquinata da certi giornalisti che paiono chissà che e non lo sono davvero, cominciò a sentirsi stretta tra le braccia di colui e prese a far la civetta con questo e con quello. Capitò a fagiolo, neanche a farlo apposta, un tipo bislungo e nero di capo, che schifava il mondo per fingersi poeta. E Patrizia, innocente (ma, come vedrete, senza esagerare), sembrò cader nella sua tela. Bisognava cucinarlo in salsa piccante quel guastabignè d'un poetastro che pensava di papparsi il bocconcino! Ma il nostro Rodolfo Valentino, travestito da pipistrello,  non aveva fatto bene  i suoi conti e Patrizia del latinorum suo, sotto sotto, non sapeva che farsene perché quando lui la invitò ad uscire disse, come facevano un tempo i bravi genitori: "Ma, dimmi, hai intenzioni serie?" E lui, il lupaccio, che di intenzioni tutt'altro che serie ne aveva una canestra piena, prese a balbettare, facendo un gran minestrone di verbi e complementi. La nostra Cappuccetto rosso fiutò il pericolo . E così, a Dio piacendo, il lupo rimase a muso asciutto e lei, due anni dopo, sposò il suo Tramaglino che le diede due figlioli e, forse (ma questo non lo so) uno spicchio di luna di felicità...

venerdì 20 gennaio 2012

Due spighe al supermercato

Non so come vi regolate voialtri, ma io, quando nei negozi mi restituiscono scontrino e resto, non mi metto  certo a snasar le monetine una a una - ché tanto, con i miei lumi, sarebbe vana cosa - nossignore, prendo i goccioli di euro, con quei colori smorti, tra il rosso, il maron e l'oro di Bologna, come si dice dalle parti mie, e li scarico in un borsellino che squilla scarlatto, in simil pelle con su una stella alpina bianca a ricordarmi le piste bianche di San Candido...
Quando, metti caso a fine mese, vado a far la rivista degli spiccioli che, allo scuro, al calduccio del portamonete, vanno anche loro al ballo della Piccola Ida, ne trovo in torre di Babele, con  bandiere d'arlecchino, raminghe dal mondo, ma che han tutte quante un timbro a fuoco: non valgono cioè neanche il prezzo di uno stuzzicadenti...
Ieri, ad esempio, rovesciando il panierino di pomodoro, ho trovato una monetina di latta stenta, color argento mai pulito: un'umile monetina da dieci lire. L'avete mai guardata con la lente, a mo' di fratelli numismatici, quell'unghia d'arte italiana? Se non l'avete fatto mai, come la sottoscritta, fatelo ora, se ve ne capita il caso, e scoprirete che su un lato, le dieci lire, recano un aratro, che pare quello di Romolo quando tracciò il solco di Roma;  e sull'altro un dieci tra due spighe che sono il segno della cultura nostra, nata dal seme del grano. Finita la contemplazione, si passa alla giornata, da Maria a Marta, e mi conto in capo le incombenze. C'è la spesa da fare e ci sono libri da restituire alla Biblioteca Rispoli cui fa la guardia, dall'alto di un cornicione di Palazzo Grazioli, una gatta egiziana che mi innamora e che dà il nome alla via...
Vado, vado, spinta dal dovere, ma prima di uscire ricaccio nel borsellino la mia moneta da dieci. E giunta che sono alla coda di carrelli del supermercato, tutti legati come salami, ecco che mi accorgo, come sempre, di non aver con me il lucido euro, bicolore e spavaldo, che serve a staccarne uno solo con cui partire alla spesa. Guardo, di grazia, la signorina alla cassa, meschina, tutt'uno con cassa e scontrini, e subito dopo il cesto di plastica che, una volta riempito, pesa come l'abbraccio di un drago...Sto per arrendermi quando, d'un tratto - lo giuro - odo una vocina di vento che mi chiama: "Prova me, prova me!"  Avete azzeccato, erano le mie care, modeste dieci lire. Le coricai nel lettino apposito del marchingegno,  le pigiai nel cavo e udii, magico, il clack, della liberazione! Lo stesso, tale e quale, che fu musica alle orecchie quando, alla Rispoli, fu tempo di occupar lo stipetto all'entrata dove riporre borsa e pacchi. Fu  così che le mie care, vecchie dieci lire mi diedero carrello e armadietto, con buonapace dell'euro.

mercoledì 18 gennaio 2012

Shampoo e spaghetti

Ogni santo pomeriggio, grigio, bianco, bagnato o di lacca cinese, Margaret, aupair canadese con la quale, a circa dieci anni, trascorrevo tutto quanto il mio tempo bambino, mi lavava i capelli, cercando poi, invano, nell'asciugarli, di arricciolarli con certi bigodini rossi (tutti intrecciati di fili di nailon simili a spini color sangue)  i quali venivano arrotolati sulle ciocche ben stese per poi essere fissati sul capo con delle mollette magre, di latta, a becco di papera, con  occhielli e impigli segreti, piccoli inciampi malvagi, fatti apposta - secondo me -  per tener prigionero quel filo da nulla di capello che, tirato, mi faceva vedere però l'Orsa maggiore e la Via Lattea che, come mi ha insegnato Ovidio,  conduce al Palatino del cielo, lì dove abita, in un palazzo d'oro, Giove tonante...
Strngi qui e tira lì, il sacrifio finiva con una bella, si fa per dire, retina azzurra a ingabbiar la testa la quale - nelle istruzioni di Margaret  (che aveva i capelli tinti di giallo chiaro, tali e quali a quelli della mia Barbie Malibu) serviva a impedire che le orecchie prendessero fuoco  a causa del fiato d'inferno del phon. Sì, una parola! La punta delle orecchie, in barba al retino, diventava color ragù e io stringevo le labbra e me le mordevo per non gridare.
E così, tornata da scuola, cominciava, mio malgrado, il rituale del riccio, mentre mia madre, ignara, senz'occhi per me, si faceva i casi suoi, che chissà quali erano allora. Naturalmente l'operazione boccolo terminava in un patetico nulla di fatto mentre Margaret, la bocca chiusa a serrar mollette, liberava le mie chiome che pencolavano lisce e bionde come sempre, in nulla diverse da com'erano prima della cura.
Doveva durar così chissà quanto, avevo già abbassato le orecchie al sacrificio, se il caso non mi fosse venuto in aiuto in questo modo. Dovete sapere che mia madre andava assai fiera dei ciuffi striati di biondo che i gemelli sbuffavano via dalla fronte con un turbine di fiato ed era uno spettacolo carino a vedersi, quel "fiut" che faceva prendere il volo alla spazzola della frangia, per mia madre, poiù bello del cinematografo. Successe, però, che un brutto pomeriggio Margaret decise, per una volta, di lasciarmi in pace e di cambiar vittima e si dedicò - ohilei - anima e forbici, al ciuffo dei gemelli. Ebbe occhi, mia madre, allora, oh, se li ebbe! E Margaret fece le valigie e via. chissà dove. Io felice: un marameo allo shampoo e i capelli a spaghetto...

martedì 17 gennaio 2012

Cinquecento lire

Io vorrei - senza tirar fuori le tavole pitagoriche dove non metto muso - tornare ad avere nella mia bennibag le nostre belle banconote italiane, le lire, che avevano faccia e anima, fogli con su i volti italici di Michelangelo, del Caravaggio, di Verdi!
Sulle millelire nuove che eran piccole e pastellate - ve lo ricordate? - c'era la signora Montessori con i capelli di nuvola che aveva sul capo anche la mia bella zia Cillì. Invece oggi, in tasca, ho un foglino da cinque euro che è color verde livido e pare morto... A me gli euro ( non so a voi) sono sempre stati antipatici, mi rugano perché, ad esempio, sono diversi soltanto nel colore. C'è la carta arancio moscio, quella verde tristezza, c'è la viola del tramonto (che io non ho mai avuto in tasca, se non ieri per comperar un paio di occhiali da vista che costano un perù...). ma tutte quante, nonostante il finto arcobaleno, si tengono per mano con una cert'aria tristanzuola, anonima, da melanconia, senza uno sguardo umano, che so gli occhi del Merisi, a ingentilirle; sono fredde, findus, come certi oggetti di design che vanno tanto e che a me paiono scolpiti nella neve, tanto sono allergici al focolare, all'incanto domestico. Io, con le padelle  marziane, non ci vado punto d'accordo e mi viene l'orticaria solo al pensiero di fare una frittata di cipolle nel pentolino al contempo, non so come, smorfioso e anodino che ho trovato, per dire, in casa di una mia conoscenza. Questa signora stirata in tailleur, nonostante abbia soldi a scialo, è disposta a far chilometri pur di risparmiare un soldino all'Ikea e portarsi in camera cassettiera, letto e comodino  a schiera che stanno bene nei set delle fiction, ma  in una casa vera, secondo me, stonano come una stecca alla Scala...
Ecco, ho detto la mia  e l'ho detta a voce alta a un'amica, prendendoci un caffè al bar sotto casa. E' ora di andare. Alziamoci e partiamo. Faccio per tirar fuori il portamonete per pagare e, siccome il mondo gira e si diverte a farci lo sgambetto, quando ci atteggiamo a Salomoni, scopro che, al posto di due euro, mi hanno rifilato non so dove come resto una bella monetona da cinquecento lire... "Dovresti essere contenta...", ride la mia amica.  Dimitto auricolas.

lunedì 16 gennaio 2012

Vovodina e Sant'Antonio


A vent'anni, con un chilo di leggerezza e sei etti di passione per la scrittura (e per chi la produce) in valigia, mi trovai – per una bizzarra combinazione di eventi che lascerei in soffitta se non vi dispiace - a Lisbona,  a studiar portoghese come lingua quadriennale e a spulciar tra le carte e i libri della biblioteca nazionale a caccia di un'idea, di una scintilla, di qualcosa, per la mia tesi di laurea su Fernando Pessoa. Di pomeriggio, camminavo, sola soletta, per la Baixa, rincorrendo il fantasma del poeta degli eteronimi, per mano all'infinita felicità che mi dava quel cielo di nuvole turbinanti, in corsa dall'Atlantico, e il cielo turchino di Lisbona che ancora oggi, vivo nella memoria, mi squaglia il cuore. Ho due città nell'anima, infatti: e una è Lisbona e l'altra è Istambul, ma spiegarmelo non so...
A Lisbona vivevo in una casa, color canarino, alta sul colle di Restelo, che aveva sulla coda un fazzoletto di verde. Alla domenica sera, ospitava un lungo tavolo dove la padrona di casa, con  figli, nipoti e pigionanti (cioè la sottoscritta) consumavano le “caracoles”, mentre i grilli pestavano i loro tamburelli e il mare, lontano, alitava salso e avventura. La casa apparteneva a Dona Ricardina, che noialtri chiamavamo Vovodina. Cioè nonninadina. Era tutta il suo nome: piccola, rotonda, con i capelli tinti di grano e i lumi sempre accesi. Vedova due volte aveva per compagno un omino di pan di zucchero di nome Quinn.
Un giorno, in un tardo pomeriggio d'arancia e di fuoco, Vovodina mi disse in segreto: "Lo sai che i miei mariti li ho incontrati tutti e tre al cimitero?". La vidi, in nero, trottolar tra le tombe, sottobraccio al vedovo scuro che  mi guardava ogni santa mattina, in tralice, dal comò della sala da pranzo; e poi, allacciata al tipo smilzo che, in bagno, faceva cucù tra creme scadute e bottigliette di shampoo. E poi vidi Quinn, in carne, ossa che, dietro alla schiena di lei, agitava una statuetta di Sant'Antonio che, secondo lui, doveva scacciar la malasorte, perché, insomma, anche in Portogallo, non c'è due senza tre. S'intende mariti all'altro mondo...      

giovedì 12 gennaio 2012

Amore alla spremuta d'arancia


Quando ero piccola io, lungo il viale Marco Polo, che confinava e confina ancora oggi con una vallata tagliata dalla ferrovia, dove i treni vanno sfreccianto con fischi e ululi, correva avanti e indietro non il 30 che è un jumbo bus snodato, verde bosco, che pare un grosso serpente pronto ad ingoiarti, ma un autobus color spremuta d'arancia, piccolo, ridente con sulla fronte il numero 94. Era l'autobus che - dalle medie in poi - portava, me e Vivian, al Mater Dei. Il capolinea, però, era al Pantheon. Sicché, con l'oro del mattino in bocca e nel cuore, io e lei, camminavamo fino a Piazza di Spagna, facendo risuonar l'eco dei passi sull'accioottolato delle viuzze del centro storico, cariche di timore e di cartella, fino a raggiungere la buia via dei Condotti che esplodeva, laggiù, nel rigoglio estivo delle azalee in un'allegria di scalinate deserte che non ho mai più conosciuto in tuti gli anni a venire.
Sull'autobus, se prendevamo quello delle sette e quaranta (l'unica corsa che ci consentiva di arrivare in tempo prima che il gran portone, difeso dal portiere Otto, chiudesse in funerale), saliva, alla fermata Piramide, un certo ragazzino che doveva frequentare, secondo i miei calcoli, il San Giuseppe de Merode, la scuola di frère che dormiva dirimpetto alla nostra. Io e lui, da lontano, occhi negli occhi. Io in pedana, lui, le braccia intrecciate dietro al sedile del conducente. Ci guardavamo con quella scintilla acerba che brucia fin nella pancia. E poi, lo sguardo, di porpora, giù per terra. Una mattina, Vivian, che di occhi ne aveva cento, mi disse con lo scherno sulle labbra: "Hai visto? C'è anche Cumparautobus...". E io, lo ammetto con rammarico e rimpianto, risi alla battuta.
Passano due anni e al nostro bel ragazzino comperano il motorino. Sicché, dall'alto del 94, lo vedo e non lo vedo. Svicola tra le macchine, in sella al bolide, lui, nel vento, perduto per sempre.

Canone Rai


Ieri, verso sera, c'era nell'ampio, spettrale e immusonito ufficio postale di piazza San Silvestro (che a me pare ancora abitato, nello spirito, dalle clarisse che vi conducevano, prima dell'Unificazione, la loro silenziosa vita claustrale...) una certa signora piuttosto in là con gli anni, con un gran cappello a visiera arrotondato sul colmo alla maniera dei toque da cuoco, un paio di occhialoni e una lingua sciolta che bramava ricamar parole al vento per il solo gusto di ammazzare il tempo. Aveva un parere incartato con fiocco per ogni dettaglio dello scibile: dalle liberalizzazioni alla ricetta del ragù. Cicalava, dunque, con questo e con quello mentre i numeretti sul monitor lampeggiante, fermi al 368, procedevano come tirati da muli stanchi. Io, lì seduta, con il mio bel 411 a scrutare, in frittura, ora le lucine rosse ora i volti dei tre addetti che, ognuno a modo suo, lavoravano, bontà loro, da buoni posapiano alla matriciana, tra le carte e le scartoffie che sono pane quotidiano della nostra esistenza civile e che a me fan venir voglia di saltare come una scimmia tra i rami degli alberi...
Ma torniamo alla signora col cappellotto che, a gambe accavallate, neanche stesse prendendo il tè con la Regina Elisabetta, seguitava a ciarlare, nonostante avessero chiamato proprio il numero suo. Se ne stava lì a finir di dir la sua a un certo signore sulla settantina, su non so quale fiction Rai quando il numerino, implacabile, scattò e solo allora lei, col sorriso del gatto con gli stivali, si recò ubbidiente alla postazione numero 17, dove si era già presentato, puntuale, il signor numero successivo. Lei, la chiacchierona, si frappose tra il chiamato e il banco e: “Veramente ci sarei prima io...”, disse, implacabile, mostrando il suo numero di diritto, un poco accartocciato. Il tipo, che avevo notato in un canto, osservarla con ironico distacco, rispose, senza scomporsi: “Signora, gradirei molto sapere la sua opinione sul governo Monti”. E mentre quella, andando a nozze, attaccò il suo ritornello, il chiamato pagò il canone Rai, girò i tacchi e andò via senza neppure salutarla...   

domenica 8 gennaio 2012

La mia Margherita


La mia Barbie Malibu, quando giocavo con Vivian a Roma e a Cala dei Gigli con Silvia, si chiamava Margherita, un nome antico, ricamato di primavera. Mi ricordava, ora lo so, le pratoline bianche che, quando l'inverno si sbottonava il cappotto, coloravano di neve, dandomi un sobbalzo al cuore, pratone e praticello e poi, docili, si facevano, tra le dita mie, corde fiorite. “La mia si chiama Margherita!”, dicevo come se battessi il pugno di Petrus sul tavolo per occupare, vivaddio, la mia sedia musicale! Le altre Barbie diventavano Domitilla, Ilaria, Olga. La mia era più o meno sempre Margherita, se non si calcola una breve parentesi in cui, in una fase mistica, la dissi, poverina, Osanna…
Passano gli anni battendo la marcia di Radetzky, sono già ventenne all’università dove mi perdo tra i miei carmina che, come si sa, non dant panem. Io studio, il naso di polvere ficcato nel libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa, mentre le altre – amiche ed ex compagne di classe - prendono marito, un marito con i fiocchi e con i baffi, e presto esplodono di vita. Tra un esame e l’altro ci si vede, ancora come se fossimo le stesse ragazze cucite nella divisa penitenziale del Mater Dei o sciolte nei capelli biondi, senza capire che i sentieri si erano già biforcati e che eravamo, tutte quante, viandanti e pellegrine in storie d'arlecchino, ognuna già perduta nel proprio destino. Le loro pance rotonde erano viatico della differenza. Che io, cieca, non vedevo o non volevo guardare. A Silvia col pancione non dovevo mica dire che il mio nome del cuore era Margherita; ad Anna sì ché con lei alle Barbie non avevamo mai giocato assieme. Un giorno, dissi all'una e all'altra - imprudente - che se avessi avuto un bambina sarebbe stata Margherita e loro a sorridere al grembo che sorrideva pure lui. Nacquero le loro bimbe, una appresso all’altra, tenendosi per mano e indovinate un poco come si chiamarono tutt’e due? Ma certo: due Margherite…

http://www.librinecessari.it/ Questo link porta dritto dritto alla libreria di Michelle, il rifugio della mia anima... 

venerdì 6 gennaio 2012

Maschi al Mater Dei

http://www.librinecessari.it/ Questo link porta dritto dritto alla libreria di Michelle, il rifugio della mia anima... 


Al Mater Dei fino a tutte le elementari,  erano ammessi  anche i maschi. Ovvio che fossero  pochissimi, come le tigri albine in India. In  classe mia erano tre. Il più alto - che aveva ben tre   nomi poiché difettava di cognomi - somigliava a  una meringa con una colata di cioccolata sul capo.  Fu il vento nella recita di quinta. Galoppava sul  palcoscenico, e si sbirciava di continuo le spalle  per assicurarsi che il manto nero (secondo sua   madre caratteristica del vento) si gonfiasse di   aria e d'allegria. Pencolava, invece, floscio come  uno straccio appeso...  Il secondo in ordine di altezza era biondo e magro e si dava molte arie perché aveva due Papi in famiglia.  Per me era il disgusto col caschetto del paggio Fernando: mi lasciava sulla spalliera del banco una  scogliera verdognola, frutto dei suoi  scavi nasali...
Piccolo, smilzo, bianco come un cencio, Federico  C. era l'ultimo e terzo maschio della classe. Non  parlava mai e portava sempre i pantaloni corti.  Anche d'inverno, col freddo e il gelo. Aveva un cognome che suonava come  un solido geometrico e sette sorelle, tutte di  luna e tutte acciughe al pari di lui. Io   pensavo che i C. fossero in miseria (forse perché non avevano abbastanza stoffa per coprir le ginocchia a Federico...) e li immaginavo a dormir tutti appallottolati, in un lettone, uno con i piedi dell'altro sul naso, come in un film di De Sica. Un giorno il   padre di una compagna, che declinava come un rosa  rosae le genealogie pontificie, fece giustizia:  "Tre a due!". Intendeva tre papi in famiglia. Tiè: in  quella di Federico...

                               

giovedì 5 gennaio 2012

Dinosauri e patatine fritte

Gran festa, ieri, in casa della mia amica Velia, che, bontà sua, mi ha raccontato questa storia tragicomica. E vado a raccontarvela come se lo facesse lei nella sua personcina grassottella, che solo a guardarla fa sbocciare un sorriso. Aveva invitato, lei che di figlioli non ne aveva avuti mai, i nipoti (otto) amatissimi. Due grandoni, con certe pettinature da far svenire tigri e leoni, e poi, a ruota, tutti gli altri, in fila indiana, adolescenti e bimbi. Velia, seduta sul sofà con la parannanza di panna a far da armatura, li aveva radunati, ben prima del raduno, nella sua memoria, ricordandoli bebè e tutti quanti belli e buoni senza grilli per il capo... ma basta, no, bisogna darci un taglio, si dice, ché le lancette fan l'acchiapparella intorno al quadrante rotondo dell'orologio della sua cucina che, dovete sapere, ha un gorgheggio d'uccellini all'ora. Alle due, il merlo, alle tre il cardellino, alle quattro il fringuello e così via. Ed eccola di nuovo perduta in romanticherie campestri, quando dovrebbe cucinare! Già, una parola, che cosa cucinare? Uno dei ragazzi non tollera cose verdi nel piatto: né pasta al pesto né spinaci né insalata; due poi detestano la pasta rossa di cui, invece, lo spregiator del color di foglia è ghiotto. Le polpette? I piccoli ne vanno a scivolo, ma a una delle ragazzine fan da noccioli di ciliegia nella strozza. Risotto per carità e di frittata neppure a fiatare. Menù e piatti fanno il girotondo nella testa sua finché non decide di riparare nei bastoncini findus e nelle patatine fritte che piacciono, di grazia, all'orchestra intera.
Tuffa, dunque, questi e quelli nell'olio in padella che, col suo friggere, pare farsi risatelle di lei e della sua buona volontà e mentre li osserva rosolare le viene in mente un certo bambino, un cuginino suo, secco, mingherlino, taciturno, che di nome faceva Gustavo e che, invece, di esser nato tra la fine degli anni Ottanta e il Terzo Millenio, aveva avuto la sventura di venire al mondo negli anni Trenta dello scorso secolo e di aver per zia, non la Velia, ma una certa signora che si faceva dar del voi e con la passione delle melanzane al funghetto. Gustavo, meschino, di ott'anni appena, fu invitato a dividere con i grandi il desco ed ebbe, come gli altri, la sua squisita porzione color disperazione: uno schiaffo dal piatto. Rifiutò, cocciuto, di mangiare. E, duro come un osso, se ne rimase a tavola, da solo, tutto il pomeriggio, con le melanzane in faccia. Capitolò a sera, tanta era la fame.
Andò peggio, aggiungo io, alla sorellina di Massimo D'Azeglio (che non è il barbogio ottocentesco che vi immaginate, ma, soprattutto nei suoi ricordi, uno scrittore purosangue), alla quale, tornata a casa in ritardo per il pranzo, fu servita, ma da sua madre, la minestra riscaldata per benino. Sul balcone imburrato di neve. Senza scherzi, a non so quanti gradi sottozero...
Altri tempi. Ma è ora, per la Velia, di scolare la frittura su carta di pane. Detto fatto. L'ultima puntata è bell'e servita: la povera Velia, dopo aver dato l'acqua alle piante e ciondolato per le stanze e fatto un poco di zapping col televisore, è sdraiata sul divano ad aspettare i nipotini che fan ritardo (come sempre) e che, neanche a tenerli a tavola mezz'anno, mangerebbero le melanzane al funghetto...

mercoledì 4 gennaio 2012

Rosa rossa


La più carina della classe - come mi par di aver scritto in una delle novanta e vattelapesca storie tragicomiche che sono perline di collana in questo blog, -  si chiamava Anna e, solo nel meriggio dorato della sua esistenza, aveva trovato, pur sciacquata dai corteggiatori com'era, il suo principe azzurro che non somigliava affatto a quello delle favole essendo, il principe in questione magrolino, con i capelli di cenere, due spallucce così e un dorso d’asino per schiena. Ebbero, prima di sposarsi, un figliolino e poi tre o quattro ancora dopo le nozze. E lei si ritrovò, dunque, sulla trentina, e ancora bella, a far da mamma, un poco annoiata, ai suoi bambini, conservando in cuore la smania insoddisfatta di piacere al mondo intero, con la leggerezza di una libelllula, senza pensieri a schiacciar l’anima. Ma, anche se contava aiuti in casa e babysitter a tenerle i figlioletti, le riusciva difficile nondimeno venire a capo di poppate e vanità. Fu proprio in quegli anni di forzata maternità, con i marmocchi imbastiti alle gonne, che si cucinò la febbre delle chat e  lei, attirata dalla luce virtuale al pari di una falena lunare, ci  si tuffò, trovando il tempo di civettare, via modem, con emeriti sconosciuti e di far colpo su questo e su quello con certe frasi stuzzichine e foto in cui si mostrava per quel ch’era, un fiore colto, ma pur sempre un fiore. Mesi di adrenalina a buon mercato finché non arrivò un certo Vincenzo. Si presentò ingegnere, bolognese, benestante, singolo. Con questo Vincenzo si passò  dalla chiacchiera insulsa a una certa confidenza che si trasformò in breve, in una voglia matta di guardarsi in viso. Vincenzo, mi spiegava la mia amica, era il suo ideale di principe, non, per carità, come il marito! Ridevamo, io e lei, al pensiero dell’incontro: Vincenzo con la sua bella rosa rossa nel taschino della giacca, come si suole fare negli incontri ciechi e clandestini.. Fui precettata da Anna, per ragioni di sicurezza perché non si sa mai. Ed eccomi appostata, con un giornale a far da schermo al viso, davanti al locale prescelto per l'abboccamento, un bar qualsiasi, scartocciato e, a modo suo, piuttosto squallido in Piazza Istria. Lei, in gloria, scende da un taxi, mi schiaccia un occhiolino e via, scompare nel locale. Per uscirne un lala dopo, gli occhi tondi, baciati da Medusa. Provai ad afferrarla per un braccio, ma lei, con una voce che tagliava a fette l'entusiasmo mio: “Resta, resta pure dove sei...”. Ubbidii. Dal bar, in un baleno, vidi uscire suo marito, che si strappava la rosa scarlatta dal taschino…

 Nella foto, il pozzo dei desideri...   

lunedì 2 gennaio 2012

Tutti Totti


                              

Al pomeriggio del sabato, il praticello della villa romana che era un velluto verde  all'ombra di tre nodosi ulivi d'argento e di un solitario cipresso, si trasformava in campetto da pallone. In vespa, vespone, ciao o boxer, soli o accompagnati, arrivavano a frotte amici e amici di amici per scroccare una partitella di calcetto senza pagar la pigione... Tutti quanti - chi più chi meno - portavano  cognomi al sapor di nobiltà bianca o nera, d'industria, delle professioni. Arrivavano stirati nella loro naturale e semplice eleganza, lontana anni luce dagli eccessi del mondo a venire. Poi, tutti quanti, a gambe nude e in pantaloncini, sembravano mettere volentieri in soffitta arie e lombi. Tutti Totti alla faccia della buona creanza!
Poco più tardi, alla spicciolata, arrivavano le ragazze, amiche, amiche di amiche. Sedevano, le spettatrici, fidanzate o aspiranti tali, sul muricciolo di ciottoli di fiume e di cemento, che faceva da passamaneria al prato e si animava di chiacchiere e cicale. Quando scendeva l'inchiostro della sera, i ragazzi tornavno, con gli abiti civili, quelli di prima e cercavno di organizzarsi con le belle per la sera. Molti, senza tanti complimenti, se la filavano e buonanotte al secchio. Restavamo Marco, io e pochi altri. Di solito si finiva in uno dei due  cinemini di terza visione (come si dceva allora e ora non più) che stavano uno in Via Tata Giovanni e l'altro a San Saba. L'Alba, ritagliato in un signor palazzo, un intrico di terrazzi e giardini, che ora è una scuola, aveva certi sedili di legno, duri e scomodi che, quando ti alzavi, zacchete, ti mordevano il didietro.  Durante l'intervallo tra il primo e il secondo tempo, un Belfagor in divisa da barista, si aggirava a spalle curve, con il suo balconcino pieno di patatine e Bomboniera algida. Accanto alla bella basilica di San Saba c'era l'altro, il Rubino, che ora è un teatro, ma non si dà arie perché con gli anni non è punto cresciuto...
A volte, dopo la partita, anche per noialtri, quattro gatti, era ciao ciao e ognuno a casa propria perché, l'indomani si andava allo stadio, in Curva sud. Tra i fedelissimi  c'era il migliore amico di Marco, tifoso, romanista che non vi dico, tutto riccioluto che pareva un angelo di Melozzo da Forlì, fuori misura, però, per via del suo uno e novanta di altezza e della stazza importante. Un ricordo bussa al portone: siamo seduti sulle gradinate dello stadio Olimpico, tutt'intorno il chiasso indiavolato della tifoseria. Il nostro è tutto quanto uno spettacolo: seduto in pizzo in pizzo, le gambe in terremoto, sporto in avanti, i gomiti a pestar sulle ginocchia, la faccia sprofondata tra i pugni chiusi. In mano una bandiera giallorossa. D'un tratto, dal nervoso, prende a cacciarsela in bocca: piano piano, sparisce tutta quanta. Un bambino lo vede, dà una gomitata al padre e: “A papà quello se sta a magnà na bandiera sana!”. E il padre, un elastico gialloroso anche lui, risponde come se vedere uno struzzo prender l'autobus fosse pane quotidiano: “Embè...”






domenica 1 gennaio 2012

Nevicata

In questo primo gennaio di cielo basso, grigio di Spagna, in cui ci siam tutti, o più o meno, svegliati con la bocca amara per aver un poco alzato il gomito e mangiato troppi fritti di mare e torroni e le lenticchie e il cotechino, mi è tornata - non so perché o forse lo so e non mi sento di dirlo - viva, in mente una certa persona, che ora non c'è più or sono quattro anni, e che avevo cucita al cuore, con punti molto stretti, quando di primavere ne avevo viste, più o meno ventitrè, e non ero punto come adesso che mi par di esser fatta di morbida cera... Questa certa persona qui aveva un passato che non vi dico, un naso che parevan due, sempre chiuso in sinusite, e spalle forti  e occhi un poco mesti di quelli che, pur giovani, paion averne viste più di Dante pellegrino in  casa di Belzebù. Con questa persona, di cui tengo per me nome e cognome, passai tre anni e poi, io e lui, di qua e di là, con le anime che continuavano però a tenersi per mano da lontano.
In questo Capodanno, sfumato di corallo, mi piace ricordarlo a modo mio. Eravamo andati, io e lui solamente, come usavamo fare nel verde della gioventù, a piantar la tenda al Parco Nazionale d'Abruzzo. Il posto lo conosceva lui che aveva per amiche fedeli le montagne. Intono, una corona di alture viola d'orizzonte, a un passo, un rusceletto d'acqua d'argento e il silenzio degli alberi e dell'erba. Montammo la tenda che era un uovo giallo e dopo mangiato (c'era, ricordo, un pane di polenta che si sbriciolava tutto...) a dormire con i grilli.
Una bava di luce entrò al mattino presto. Sollevai il capo in allarme. La tenda pareva crollare sotto non si sa che colpi che la facevano svenire da un fianco e poi dall'altro.  Parevano pietre o zampate d'orso, non so. Diedi, senza aprire bocca, di gomito al mio compagno e  lui si svegliò: "I cacciatori!", disse in allarme e uscì, così com'era, dalla tenda. Silenzio. Che fosse stato divorato dall'orso? Ma non feci in tempo a pensar altri destini cupi che udii chiamare il mio nome. Uscii nel bianco di una nevicata che aveva quasi sepolto col suo peso la tendina nostra. Il bosco, di zucchero, scintillava, silente, nel nuovo sole  color farina di polenta, come in un'alba della Protostoria...