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mercoledì 26 dicembre 2012

Cucciolo di Natale

Davanti alla finestra che si apre sul verde del piccolo giardino dalla stanza che mi è assegnata da mia suocera, ogni Santo Natale, c'è una casa dal tetto basso, tutta quanta rannicchiata sotto il peso del grigio cielo patavino; una delle tante, sarebbe, nell'assonnato orlo cittadino di questa Padova elegante, che si accende nelle sue piazze di allegria di bancarelle e bicilette Sì, sarebbe proprio una delle tante case, in stile anni Settanta, cresciute in quei tempi felici là, lungo la Via Tiziano Aspetti, se non fosse che questa casa qui si porta in testa un comignolo color cotto che, per via dei buchi dello sfiato pare una faccia allegra che, al mattino, nell'alzar le taparelle, mi guarda con un sorriso largo e sembra, da lassù, augurarmi una felice giornata. Così, ci salutiamo, io e lui, in lieto scambio di simpatia, anche quando, si sa, i pomeriggi dopo la festa, silenti nel respiro della fata della Bella Addormentata, paiono lunghi come partite a Risiko e a me, sincera, mancano il viavai ciarliero dei Monti, la mia macchina da cucire e persino gli operai che, nel cortile interno di casa mia, paiono sempre al lavoro, indaffarati a chiamarsi per nome.
Se mi prende quel nocciolin di malinconia, scendo a scivolo giù in camera e saluto il mio comignolo, tutt'occhi e bocca sana, che mi rimanda un luccicar di gioia, nel vezzo suo che stona, si direbbe, con le linee austere dell'architettura che lo ospita. Ieri, lo guardavo fisso e. d'un tratto, mi è parso, senza scherzi, di vedere affacciato alla finestrella il nanetto da giardino, un Cucciolo dipinto di giallo e turchino, che se ne sta di solito, un poco infreddolito e stento, proprio davanti all'uscio di casa di mia suocera. Mi sorridevan, dunque, Cucciolo e comignolo. Chiudo gli occhi, li riapro: non c'è più. Scendo a precipizio giù in giardino e, oddio, Cucciolo non c'è più a far da sbiadita sentinella. Cucciolo non c'è, ma c'è mia cognata chinata in due a ridare un poco di sole al giubbino e una pennellata di cielo al berretto del triste (per me) nano da giardino...

sabato 22 dicembre 2012

Sotto la neve


Nel candore dei boccioli di rosa, BUON NATALE!
Da San Giuliano, al mattino presto, il sole si stiracchiava, allungando i raggi suoi a toccar la terra, e noialtri, tutti, i piccoli Ponti, vestiti da sci, con la dolcevita di acrilico, i pantaloni di non so che stoffa dura e lucida, col cavallo sotto la pianta del piede, in giacche a vento color ghiaccio o rosse sbiadite, gli scarponi neri con i ganci, schiacciati nella Peugeot amaranto di mio padre, via, sulla strada di tornanti e voltastomaco, che mangiava la montagna, avvolgendola nelle sue spire d’argento; ci ritrovavamo non più tardi delle nove sulle piste da sci. Piancavallo, bianca, sguarnita (allora) di case, piatta nel suo color glassa di torta, ci salutava ancora addormentata, nel su e giù dei dischi rossi dello skilift ancora deserti di sciatori. Ai miei fratelli non so, ma io, la testa difesa da una cuffietta color cielo che si allacciava sotto al mento, venivo affidata, dopo aver preso sci e bacchette a nolo, insieme a Marco, a un maestro che a me pareva sempre lo stesso, con gli occhiali a specchio e abbronzato come la buccia del Panettone. Gli sci, lunghi come un’agonia, le bacchette sotto le ascelle, muffole di lana a scaldar (sì, una parola…) le dita. Il maestro ci insegnava lo spazzaneve, la scaletta, e a metter gli sci pari per rialzarci nel caso di ruzzoloni. Il peso a monte, a valle: non capivo, improvvisavo... Odiavo il freddo, la neve, sciare. Sognavo il momento in cui mio padre, in quell’intervallo di gelo che non era né mattino né pomeriggio e che sembrava fermo, come chiuso in frigorifero, ci radunava, con le guance rosse, nelle labbra screpolate e via, a serpentina, verso la casa di nonna Stella dove arrivavamo, stanchi, sul far della sera. Non mi piaceva sciare, tener sulle spalle, in bilico quei rami rossi col naso all'insù. E poi i calzerotti e la fatica a pigiar i ganci degli scarponi e a far svenire in avanti come usava allora gli attacchi degli sci. Non mi piaceva sciare, così smisi, libera, da grande, di farlo. Ripresi, pochi anni orsono, per il bene di mio figlio. Mi ritrovai a Dobbiaco, in un freddo che quasi mi addormentava, ed era tutto quanto bianco di nuovo e io, sulla pista. Andai a noleggiar gli sci. Eran corti corti, buoni per Frodo e Bilbo Baggins. Sciare, un piacere, nello scodinzolar di quelle tavole monche e ancora oggi mi chiedo perché a noialtri, piccini, ci davan quelle palanche che a misurarle bisognava alzare il braccio a toccar le stelle e anche le punte girate all’insu e che le curve si rifiutavano di farle neppure a offrir loro una cioccolata calda con panna nel rifugio...

martedì 18 dicembre 2012

Shopping in Via Condotti


Per comperare qualche pacchetto da metter sotto l’albero per cognato, amici, suocera, ieri mattina, insieme a mio marito, a braccetto, in volo, come facevamo ai tempi in cui eravamo sposetti e non, come ora, insieme da quasi due lustri, vicini, quasi tutt’uno, al punto che ci si capisce con un solo alzar di sopracciglio; ce ne siamo andati, dicevo, in centro, tra la piazza di Spagna, che reca, nel bel mezzo delle scalinate un cono verde che dovrebbe essere un albero di Natale e che invece fa venir voglia di dare un poco d’antibiotico ai gradini per estirpar la malattia verdastra e la Via Condotti; insieme, con un mucchio di pensieri impacchettati e messi sotto l’abete, io e lui. Prima nei negozi poi, io e lui, seduti in piazza San Silvestro che era un via vai d’autobus e che ora, stirata in un color sabbia triste come un deserto, pare la sala d’aspetto sotto il cielo di una stazione russa. D’un tratto, come un miraggio, il nostro ex capo redattore. Io, non lo vedevo da più di tre anni e rivederlo non mi ha certo punto commossa… Poi, via, verso nuovi negozi, questa volta per me. Siamo in autobus, diretti e filati verso la Piazza Venezia, quando una certa signora con un’aria un poco così, ad alta voce, parlando al cellulare, chissà con chi e forse con nessuno, dice: “Sì, sì, sono qui, in autobus, seduta vicino a Vincenzo Salemme, sì, sì l’attore. E’ un mio amico! Ma come, non lo sapevi?” Vincenzo Salemme? Le occhiate si perdono negli occhi altrui, in uno sbigottimento generale. E lei, la protagonista, incalza, sempre al telefono: “Ieri? Oh ieri ero a Firenze, ho fatto il viaggio con Matteo Renzi? Sì, sì, proprio con Matteo? Un simpaticone”. Ronzan le battute, qualcuno ridacchia, altri stirano le labbra per non mostrar l’anima che esplode. Mio marito e io scendiamo. E lui mi fa: “Ora hai capito perché preferisco starmene a casa…”.  

Un altro Natale



Una rosa per un Buon Natale!
Voi, Padre Franco, non lo conoscete, ma io sì e sono qui, se avrete voglia di farvi prender per mano, per descriverlo ché un altro frate come lui, bè, secondo me, a capar molta verdura in saio, non si trova. Allora, con la pazienza che è nipote del Natale, vestito di bianco, io sono qui e vado avanti con le parole, ma sottovoce, perché di rumore, in giro, ce n'è già troppo, immersi come siamo in un torrente in piena scritto in neretto e casomai anche urlato. Allora, in punta di piedi, venite con me e figuratevi un tipo smilzo, sulla settantina,  alto, con un gran naso e i capelli, grigi, un poco lunghi; gli occhi, due nocciole, ricoperte di cioccolato, la lingua sciolta di chi gli uomini, le cose, Dio e il mondo li sa mescolare insieme al sale e alla farina per poi cucinare uno sguardo d'istrice che è di pepe e di miele insieme. Siamo in sacrestia, lui, io e un altro; tutt'intorno, distesi sui tavoli apparecchiati con tovaglie un poco stinte che dovrebbero essere invece color abete, robine e robette del mercatino natalizio che ho aiutato ad allestire, con Cetta e Pina, qualche giorno orsono. Siamo lì, dunque, e io, entusiasta, a parlare del concerto natalizio di sabato scorso, che portava il fausto (anche lui) titolo di Adeste fideles. Parlo col sole in fronte delle soprano e delle arie e delle canzoni natalizie, della musica che avvicina a Dio e di tante altre illuminate parole al vento. Parlo, parlo e mi sento parlare e mi dò fastidio io per prima... Lui, che per anni (e ora non più) ha insegnato al Conservatorio di Firenze, zitto e mosca. Io proseguo, perduta nella mia visione che dipinge di angeli in coro anche il nero di seppia. Di colpo, basta, mi blocca e, scherzando oppure no, fate voi, mi dice: "Ester, lo sa che cosa mi diceva il mio maestro al Conservatorio, quando i capelli eran color castagna? Oh non andate ai concerti, mai, ché sono una perdita di tempo, la musica si studia, non si ascolta...". E poi via, in ascensore, libero dalle catene del Natale nostro, televisivo, che riempie orecchie e anima di parole consumate come le scarpe dei pellegrini. Io, nuova, silenziosa, natalizia.

domenica 16 dicembre 2012

Buon Natale!


All’otto di dicembre, in casa mia (come anche nella vostra, almeno credo) si fanno il presepe e l’alberello; in casa mia, poi, da un cesto custodito nella pancia dell’armadio tirolese color cioccolata e zabaione, di nonna Stella (che ora è, di grazia, mio) vien fuori un disco di Christmas Carols, verde abete, come il libriccino dove si posson leggere le parole, che fan, in una corona d’allegria d’anima, da colonna sonora all’attesa mia, all’avvento che, silente, misura i giorni che mancano alla discesa della luce in questo mondo di tenebra…
Ecco una bennibag fiocco di neve per un caldo Natale!
Ogni giorno, così, saluto il mattino in camicia da notte, cantando e faccio anche cantare, nell’ora nostra, chi, con me, impara ad amar l’inglese. Ma ieri il canto mio è trasmutato in gloria in un concerto natalizio in una Chiesa ai Fori che è spesso vuota durante messa e funzioni - al punto che a volte Padre Lino legge, lui da solo, Vangelo, letture e salmo responsoriale - ma che era piena e calda di poesia e silenzio di note di mistero. Sull’altare, le spalle al Santissimo, Olga Ivanova Rossini, in un bel vestito lungo, nero, le spalle difese da una stola bianca di pelliccia che, a me, parlava delle bianche distese siberiane e agli altri non so. Daniela Conti, soprano pure lei, e intensa e forte come doveva esser la Sibilla cumana, riempie con la sua voce anche il museo del Presepe quando canta l’Ave Maria di Caccini. Io, rapita. Rapita dalle voci loro che fanno del mistero vita quotidiana e che rimandano quaggiù l’armonia delle sfere di lassù. Esco, alla fine del concerto, in punta di piedi e tutt’una con l’universo nella  gioia del Natale, quando, oddio, ma quella è la mia Cinquecento, mi dico, mentre la vedo scivolar via, bianca e siberiana pure lei, lungo la Via dei Serpenti. E giù per terra, io, come in ring a ring a roses, prendo a correre e sono lì, al semaforo dell’incrocio con la Via Cavour, a batter le mani sul vetro del guidatore. Il tipo, bontà sua, abbassando il finestrino, mi fa un sorriso e, ma sul serio: “Buon Natale!”, esclama. Poi, scendendo dalla macchina, si mette a fischiettare, non scherzo, Jingle bells e via per la sua strada. Vabbè,  Buon Natale a tutti! 

venerdì 14 dicembre 2012

Tortelli alle spezie

Ancora una benniposh

Scendevo verso la Madonna dei Monti, dalla stazione, dove ero andata a comperare i biglietti del treno che mi porteranno, per le vacanze di Natale, verso  Nord, lasciata la mia Roma bella a certi amici cari che vogliono far due passi con Cesare e Pompeo, casomai anche nel cuore barocco di Pietro e di Paolo; scendevo, dunque, e in testa, arrotolato al modo di turbante, il tre per due dei regali a questo e a quella, nel pensiero del desiderio altrui che è sempre un mistero grande. Tutta presa dal filo mio, scorgo in lontananza, con il terzo occhio che a volte è aperto e altre, invece, no, un certo omino vestito d’arancione che, in quel via vai di passi frettolosi, vestiti di nero, marrone e grigio, pare nelle sue vesti sciolte color zucca un piccolo sole appena sorto nel grigiume dell’asfalto. Danzano le vesti sue, scodinzolando tra le gambe scure, ma io, un’occhiata distratta, e via, sono già all’altezza del Despar e lui, a occhio e croce, come si suol dire, è ancora davanti all’Ibs. Cammino verso il largo di Magnanapoli, per girare poi a sinistra lungo la Via Milano che si tuffa sulla destra nel tunnel per abbracciare poi, in fondo alla Propaganda Fide, piazza di Spagna. Penso: una De Casalis a Michelle e, per Jane, la Morante tradotta, ohimè, nel lontano 1948. A Lisa una bennibag, che ancora non ne ha mai avuta una; per Lydia non so. Perduta nel girone dei doni natalizi, mi ritrovo a saltar l’incrocio in Via Milano ed eccomi, passato il semaforo che parla per fischi ripetuti, proprio in cima a Via del Boschetto, scomoda come sono scomode le strade senza marciapiede. Sono lì pronta a lasciarmi alle spalle la Via Nazionale, tutta quanta larga e piemontese,  nella lottizzazione De Merode, per infilarmi nelle scure straduzze della Roma papalina,  che avevan nomi popolani e sobbalzi e anima,   quando mi sento afferrar per una spalla. L’omino arancione, con il suo bel terzo occhio disegnato sul ponte del colmo del naso, da un occhio all’altro, mi fa, con un accento al ragù di Bologna: “Oh guarda che noi siam vegetariani. La carne non la mangiamo mica e neanche le persone…” E mentre mettevo il mio tondo euro nella ciotolina sua mi sono ritrovata occhio nell’occhio - il terzo - con lui, in una delizia indù, al profumo di sandalo e di curcuma, in un girotondo di tortelli alla zucca modenese… 

giovedì 13 dicembre 2012

La fine del mondo di Lorenzo


Oh che siamo tornati al Medio Evo, con la paura dell’anno Mille, mi chiedo, al mattino presto, quando in cento e più modi mi sforzo a ingranar col caffelatte la marcia della mia vita quotidiana, mentre in televisione questo e quello e pure quell’altro, con  le facce di plastica e occhi atteggiati alla paura, fan cento e più congetture, con interventi degli esperti, sulle previsioni dei Maya, sugli allineamenti degli astri e su una sequela, per me, di corbellerie che mi paiono senza capo né coda e pure senza senso. I Maya, poveretti, lasciamoli al destino loro ché neppure si sa quale sia stato. Scomparsi, forse inghiottiti da una astronave, perché ci dicono persino, dalla Russia, che gli alieni sono tra noi e che per, capire come funziona il busillis, occorre rivedere man in black e magari pure indossar gli occhiali neri di “Essi vivono”. A me sembra di aver vissuto, giovanetta, tempi migliori, con adulti che erano adulti e non pischelli a inocular pane e adrenalina al prossimo…
Una benni posh
Perdonatemi lo sfogo, che pure mi permetto perché è Natale, sta per scender dalle stelle Israello e noi, invece di aspettarlo, con la luce nel cuore che si accende nella speranza di un mondo migliore, siam qui a fremere, agitati, per una data, tutta dodici o al contrario, e che abbiamo, diciamolo qui, inventato noi, di sana pianta, ché mari e monti non hanno né età né storia e neppure dopostoria. Il mondo, con buonapace nostra, cammina per la strada sua, come sa bene Lorenzo, che gli anni li conta sulle dita di una mano e che, or sono due giorni, mi ha detto, con un sorriso largo: “Vado dalla nonna per Natale, dopo la fine del mondo…”

mercoledì 12 dicembre 2012

La luna a Cala dei Gigli

Girgolu a Cala dei Gigli, bianchi come la luna



Ttante benniposh, tutte già vendute!
Mi sono svegliata, qualche giorno fa,  con un cielo rosa che pareva squagliato nel gelato di fragola, un cielo d’acquarello inglese di quelli che staresti a rimirarlo mentre i minuti incalzano e i doveri pure, ma poco male; lassù, placida, d’argento, una falce di luna, ancora sveglia alle sette o giù di lì, mi ha invitato, nel suo silenzioso richiamo che non so neppure spiegarmi, a girar gli occhi in su, verso il suo lume acceso e a ripescar, con la rete della memoria, un’altra  luna che mi fu amica in una notte nera di settembre, quando tutto, nella vita mia, era ancora chiuso nella conchiglia del futuro. Allora, presto, calzate gli stivali delle sette leghe, se vi va, e via, a ritroso, nel respiro di Cala dei Gigli, in una estate della dopostoria, perduta tra tante altre, tutte uguali. Il destino, stirato, ancora disteso sul divano, doveva ancora cucire le sue trame addosso a una ragazza bionda che poi sono io. E’ notte, nel velluto scuro del firmamento, stelle, tante stelle, tante che neppure Ipparco di Nicea avrebbe potuto contarle. Io, in cima allo stradone dove si parcheggian le auto, aspetto che arrivi, con la macchina a nolo, Nanni, il mio Nanni, che oramai non c’è più da almeno cinque anni. Ci sono io, ci sono le stelle e, laggiù, lontano, nel pozzo nero della baia, il mare che respira. Aspetto e i minuti passano lenti, come strizzati dall’imbuto di Crono. Aspetto e per passare il tempo comincio, io pure, a contar le stelle. Fredde, lontane, le stelle. D’un tratto, mentre la notte continuava a contar le sue ore, e io le stelle nell’attesa, vidi spuntar laggiù, oltre Tavolara, la luna, una luna rotonda che sembrava camminar sul mare, su un tappeto srotolato di porporina lucente, in un tintinnar di cembali di fata,  regalando a me una benedizione…  

martedì 11 dicembre 2012

Solo una scintilla


Vivo nella culla del mito. Per me, Dioniso e Medusa e poi Minerva e anche Semele sono vivi e respirano nelle pieghe della loro storia, silenti, veri, profondi, perduti nel simbolo eterno, rosa del mondo, invisibili ai più, coperti come sono dal rumore dell’eterna infelicità umana che si consuma nella corsa quotidiana, banditi  i bagliori incerti dello spirito, nel nume dei lumi. Di spirito vivo, essi antichi e moderni, indicano la strada, se solo ci fermassimo ad ascoltarli...
Alla fonte...
Pensavo a questo e ad altro ancora, ieri, mentre me ne andavo, sotto una pioggia di Giove, a trovare una certa amica che ha preso per sé un cagnolino, nella rete dei volontari che salvano cani e gatti dai loro destini. La Winnie è una cagnetta da riproduzione. Deve aver avuto non so più quanti cuccioli se pare, a vederla, tutta pancia, per musetto una pigna, gli occhi di sotto in su. Alla Winnie, per esser felice, basta un cuscino e diventa ciambella. Noi a chiacchierare. A me, un caffè di spuma di latte che mi fa pensare ad altri inverni. Siamo lì, con le benniposh in mezzo; la Winnie, ogni tanto, mendica un fiato di attenzione, con le zampette a raspar sul divano, tra noi, poi, con la carezza in corpo, torna a farsi rotonda, di pane, sul divanetto suo. D’un tratto, la cagnolina si alza e, stesa sul dorso, prende a far il serpente. Di qua e di là, in un attorcigliarsi scomposto che è, per me, festa d’armonia; lei, come una baccante, starnutendo i suoi etcì di puro piacere. “Ma che cosa fa?”, si chiede stupita l'amica: non rispondo, tengo per me il segreto: Winnie sta vivendo; sta vivendo nella scintilla che la percorre, che ci percorre... 

domenica 9 dicembre 2012

La vita in lavatrice


Ho messo la mia vita in lavatrice, come si fa con i panni e le lenzuola, per lasciar che la candeggina profumata dallo spirito e il detersivo ai fiori selvatici della consapevolezza lavino via quel che l’anima non contiene più, facendo bianche certe verità nere, che a lungo sono rimaste ombre, laggiù nel burrone dell’inconsapevolezza, e ora non più. Nel perdono, ritrovo la via e il mio zaino, pur ancora pesante, mi pare più leggero alla salita, lungo il mio sentiero alpino, come dopo un pic nic consumato in vetta, grattando il blu del cielo, quando il cibo, sacro, si è fatto energia e carne e sangue e anche spirito.
Tavolara vista da Cala dei Gigli e dagli occhi del cuore
Ho messo la mia vita in lavatrice, ma anche i panni e le lenzuola della settimana e siccome il sole freddo di dicembre bacia, giallo zafferano, la terra e la vita nostra, eccomi a stender le cose sul filo che corre, ballerino, dalla finestra della cucina a quella dello studio, lungo un affaccio che guarda diritto in faccia a due o tre camere d’albergo. Appendo, concentrata, il copripiumino del letto di Leonardo e le camicie di Antonio, che paiono vele da quanto grandi sono. E le mollette reggono tute e calzoni in un allegro tenersi per mano che mi regala l’illusione del cosmos, nell’armonia di biancheria e pianeti, distesi sulla voragine del terzo piano. Sono lì, con una maglietta tra le dita quando, la mano si quaglia, non so neppur io dire perché e giù, a paracadute, nel cortile interno dell’albergo. Oh no, mi dico e correr a prender il mio amo da polipo per ripescar la roba mia è tutto in uno. Immaginatevi ora la scena di me che, con la perizia di un consumato pescatore, calo il mio amo tra i fili della biancheria miei e dei piani di sotto, in uno zigzag a cuore acceso, per toccare il fondo e acchiappar, tra gli aghi, la maglietta. Tutta quanta in me, olè, presa! E mentre tiro su la preda, trasecolo nel sentir lo scrosciar di un battimani. Alzo lo sguardo sui turisti che, a grappolo, affacciati sul balcone, son stati testimoni della mia battuta di pesca alla maglietta…  

sabato 8 dicembre 2012

Amor vincit omnia


E’ bello, al mattino presto, quando il cielo pare ancora umido di vita primigenia, come appena uscito dall’acqua sacra della creazione, ritrovarsi per la strada, al modo di un viandante che se ne va senza meta, rincorrendo soltanto l’istinto suo, quell’anelito di libertà che fa venir voglia, almeno a me, di cantar Panis angelicus oppure, anche una cert’aria di Vivaldi che mi par benedizione d’anima. Ieri, vigilia mia, me ne sono andata, sola soletta, a comperar le paste di Regoli all’Esquilino e poi, più in là, a ritirare un certo pacchetto il cui contenuto preferisco tener cucito nella tasca del mio cuore. Via Giovanni Lanza invitava alle danze, larga, color grigio argento, nel silenzio dell’ora giovane, salgo al passo di Atalanta e su su fino a Via dello Statuto, dove abitavano - mamma mia, ricordo ancora a memoria, a scioglilingua, il loro numero di telefono… - tre fratelli dal cognome marino che erano amici, tre in uno e uno a testa, miei, di mio fratello Marco e anche di Sara. Passo davanti al gran palazzo ocra dove abitavano a non so più che piano e sono già in pasticceria: bignè al cioccolato, alla crema, alla nocciola con su una glassa densa che si attacca al palato e alla gola. Fatti due o tre passi nella bella piazza Vittorio, sono già di ritorno, verso casa e già che ci sono, eccomi sulla Via Merulana, nuda di alberi, lì dove, chiara, appare in fondo, come una visione di bellezza pura, Santa Maria Maggiore, la chiesa della neve d’agosto. Cammino in mezzo a un gruppo di ragazzi che, invece di esser a scuola, sono a spasso. Le ragazze, belle, petulanti, col sole in fronte, con certe minigonne  a lasciar libere gambe e inguine. Più avanti, lungo il marciapiede, un piccolo nomade, appoggiandosi a una gruccia, chiede l’elemosina, con due occhi che paiono di cane triste. Allunga il cappello verso una signora corpulenta che ha tuffato la mano nella borsetta, ma poi, oppete, ecco, passa la gazzella, con le sue gambe al vento, falcando il grigio marciapiede; il ragazzo zingaro (che gli ormoni deve averli a posto e, secondo me anche le gambe…), d’istinto si gira a seguir con gli occhi vivi, rinati come sciacquati dalla sorgente della vita, la giovanetta e pling, pling, pling, le monetine saltellan sull’asfalto… Amor vincit omnia, rido e via per la mia strada.

giovedì 6 dicembre 2012

La mia Notte Santa

Un piccolo Dioniso, di Paestum, bello come un Gesù Bambino
In casa Ponti non si faceva l'albero di Natale. Per l'amor del Cielo, l'abete impellicciato, sgargiante di luci e palle e ori non poteva far conto paro con la discesa in terra, nuda di povertà, del Bambinello celeste nella stalla di Betlemme! Nel quadro del mio Natale bambino, dunque, non c'era l'albero e non c'era Babbo Natale con le renne e la slitta. I doni, i piccoli doni, li portava, Dio solo sa come, Israello che, con mia grande sorpresa, era Gesù nella Notte Santa del Tu scendi dalle stelle... Solo il presepe avevamo e non ricordo neanche  più dove veniva fatto; forse in sala da pranzo o forse no, ché  la memoria non si accende neppure al ricordo di un tavolo vestito di rosso, dove consumare un pranzo di Natale come si deve. Niente ricordo, non il presepe e non il mangiare; solo che statuine e stalla e animali si custodivano in cantina, in un cestino attaccato con un gancio al soffitto. Respiravo l'odore di chiuso, di formaggio della nonna, di umido ed era l'odore del Natale mio. Scendeva il cestino: ogni pezzo di cuore, un involtino di carta di giornale. Il mio cuore nel giubilo, le statuine come bambolette. Il presepe c'era, ma doveva essere ben piccolo - senza angeli e senza cielo stellato - se non riesco a vederlo, con gli occhi dell'anima accesi.  Le montagne sì, le montagne c'erano, le ricordo, e una palma e pure un cammello. La carta mimetica veniva accartocciata in balze di pieghe e riempita, per farne sostanza di sangue, con pugni di carta di giornale e, tra quei monti inventati, c'era un laghetto fatto con uno specchietto da borsetta e cigni e papere bianche a nuotare nel freddo della Vigilia...
Del presepe, niente, ma la lavanderia, gelida, gialla, cugina del grande giardino dove fratelli miei erano gli alberi silenti, con il loro gran cappello di aghi verdi, invernali; la lavanderia, dicevo, si riempiva delle torte che mio padre donava ad amici, conoscenti, parenti, committenti suoi. Erano tante, rotonde, cassate siciliane, che chiuso nello smeraldo dell'incarto loro, nascondevano il bianco della neve di zucchero, il verde della pasta di mandorle, i frutti canditi. La lavanderia foderata di quel verde di pasticceria (che pure mi schifava in bocca nei sapori stranieri...) sorrideva dolce, felice, e diventava di festa e di mondo anche lei, in quell'erba zuccherina, finché, consegna oggi e consegna domani, non tornava nuda, lei come me nella sacra Notte dell'eterno ritorno.. Lei come Israello. Nuda, ma forte, di vita profonda, vera, di fronte al mondo travestito di luci. E io, come lei.

lunedì 3 dicembre 2012

Scrittori e scrittori


C’è, sulla sinistra, a filo con la porta San Giovanni, lì dove le mura color terra di Siena, ricamano un margine alla Città Eterna che di margini non ne ha più; c’è, dicevo, un giardinetto pettinato, lungo lungo e magrolino, con le sue belle panchine a rincorrersi nel sole del dopopranzo e le giostre versicolori per i più piccoli, che, chiudendo l’occhio mancino (immerso nel rombo delle automobili che ruscellano giù dalla Basilica di San Giovanni,  lungo la via tal dei tali), a correr con lo sguardo sinistro fino alle torri della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, regala l’illusione di vivere nel silenzio d’ovo di un quadretto di Roma sparita. A valle, giù per lo strapiombo, un tappeto d’erba verde che è armonia pura abbracciata com’è al cotto dell’opus reticulatum delle mura. E in lontananza il campanile romanico della Basilica dell’orto… Ecco, temperando l’occhiata, resa aguzza dall’anima, mi par di vedere appressarsi dondolando sotto un sacco un carbonaio stracciato con la faccia di Alberto Sordi e, più in là, il marchese del Grillo, con i suoi valletti di velluto…
Il tuffatore di Paestum, nella sua scarna bellezza
Cammino, avvolta in quel sogno tutto mio, mentre il sole di dicembre è di stagnola d’oro, già pronto per celebrar l’arrivo del Bambino, con la nuova luna. Cammino e, di qua e di là, ci sono fotografati i protagonisti di questo nostro presente. Una coppia di anziani, lei e lui, seduti e mesti dan briciole ai piccioni; una mamma carica di pensieri cerca di inseguir la birba sua, due ragazzi si baciano mentre un terzo lancia lontano, a valle, gli zaini loro… D’un tratto, disegnato sulle mura, a lettere giganti, leggo: Trucido 2012, bum, per terra e, con un sorriso, ricordo un pomeriggio in cui la mia unica nipote (che ho tirato su come fosse figlia) mi comunicò che si era fidanzata con uno scrittore. Bene, benissimo, le dissi, e che cosa ha scritto, mi informai. E lei, esultante, innocente: “Tutte le scritte alla fermata Ponte Mammolo!”

domenica 2 dicembre 2012

Il sole all'Ikea


Vi presento le mie benniposh..

Oggi, eccomi, perduta tra la folla di visi e gambe di persone che fanno il giro completo, recando carrelli colmi e bimbi appesi, dell’Ikea Porta di Roma. Li osservo mentre scelgono, in trilli di risate, e comprano e pagano, tutti quanti ordinati in un serpente, invece, disordinato che si attorciglia tra la merce, in un aprir e chiuder varchi dove io m’infilo dopo aver tagliato a metri le stoffe per le mie bennibags e per le mie (nuove) benniposh, per poi emergere, libera, nel piazzale grigio dove il sole di questo amato dicembre, il mese mio, il mese degli arcieri – pare farmi una riverenza da lassù... Osservo gli stessi di prima, o diversi, ma uguali, salir, a gregge, in solitaria, a braccetto, in tre per due, nello strozzo delle scale mobili che conducono alla bocca del centro commerciale.
Entrare e passeggiare è tutto in uno, mentre i sogni si fan realtà nelle vetrine di Accessorize, di HM e questo e quello, dove si sfarinano i valori antichi, regalando a noi moderni l’estasi del desiderio, l'illusione della felicità. Io, con loro, su e giù, in un volteggiar di mal di testa che va e viene come la marea umana che mi investe. D’un tratto, mentre son lì che faccio la corte a un paio di stivali neri, mi sembra di vedere, tra la gente, una faccia nota color panettone di Milano. Giro gli occhi, lancio lo sguardo al pieno; sì, è proprio lui, Mareggi: cammina a schiena anche troppo dritta, il collo stretto in una sciarpetta turchina. E’ lui, è proprio Mareggi, un collega, un giornalista sportivo che lavorava con me or son sei anni. Vorrei chiamarlo, ma il nome non lo so. Nessuno lo chiamava per nome: era Mareggi e stop. Sempre abbronzato, con un naso che arrivava in tempo agli appuntamenti, Mareggi parlava, tartagliando, il romanesco. Parlava, si fa per dire. Perché per lo più taceva, facendosi bellamente i casi suoi. Un pomeriggio di un’estate grigia, lo ricordo come fosse accaduto ieri, entrò nella stanza mia e di Carla e, senza dir ciao o altro, sbottò, nel balbuzio suo: “Uuuunn eestate seeenza sooole è cooome una donna seeenza culo”. E poi addio.

venerdì 30 novembre 2012

Evviva l'Italia


Non so più quante volte, scendendo in volo dalla scalinata di Magnanapoli per andare in redazione o in biblioteca, mi ero detta, guardando quel gran signore di palazzo merlato che porta il nome di Palazzo Venezia, oh via Ester, sarà bene che si faccia, a piedi alati, un giretto anche lì, come hai snasato un poco ovunque nella città dei Cesari e dei Papi. E siccome l’occasione è come il sassolino di luna che ci conduce per mano lungo il cammino della vita, qualche giorno fa, ma mica tanti, ecco che leggo su un manifesto, grande così a dondolar nel vento, scritto, mi pare, per un paio di giganti, leggo, dicevo, di una mostra, “Tavole miracolose”, la quale raccoglie e vanta una sfilata di icone della Madonna che fanno di Roma, sorella di Mosca e di Costantinopoli. Quel viso ieratico di una Maria orientale, soffuso dal suo oro, par chiamarmi da lontano. Obbedisco, vengo, dico, vado, e, dirigendomi dove non dovevo, imbocco la scalinata di marmo, chiedendomi, nel salire, che effetto avrebbe fatto, a me, salir quei gradini in pompa magna, in compagnia del cardinale tal dei tali che, nel Cinquecento, quel palazzo lo abitava. Non faccio in tempo a seguitare il mio pensiero, che è già tempo di pagare il biglietto e di entrare. Sulla destra, la sala è scura e le Sante Vergini sono, come devono essere, lì al modo di presenza divina, di luce e d’oro, nel mondo buio… E’ questo, mi dico, il senso delle icone; ché, invece, i quadri nostri, di Raffaello e di Caravaggio e di tutti i nostri grandi e grandissimi, sono lì, belli di paradiso, a farci vivere un momento,  sì divino, ma al quale noi partecipiam da ospiti un poco ficcanaso. Ma bando alle ciance filosofiche, l’esposizione è finita in gloria di San Luca (che, secondo la vulgata, avrebbe dipinto l’icona di Santa Maria del Popolo) e io ritorno sui miei passi per prender due piccioni con un chicco di grano e visitare il museo che, lo so per sentito dire, ha una gran bella collezione di ceramiche e di terrecotte. Sicché, girando sulla sinistra, mi giro il museo. E c’è Giorgione e due ritratti di Rosalba Carriera (ma attribuiti sulle etichette ad altri non so mica dir perché…) e c’è persino una portantina d’oro che fu di un nobilone Ruffo di Calabria. Ma delle ceramiche, nessun segno. Ritorno indietro a chieder lumi e lo faccio nella persona di una signora bionda di una certa età che mi fa simpatia a pelle. Mi spiega, allargando le braccia, che è questione di personale. Quando c’è, c’è. Altrimenti si chiude. E io: “E quando c’è?”. Ma risposta non ce n’è, solo occhi al cielo. E mentre, dopo i saluti e i complimenti per la mostra, sto per andare via, ecco entrare una coppia di turisti tedeschi, la guida stretta al petto. L’italiano non lo sanno e la mia amica, né tedesco né inglese. Faccio da interprete. La domanda dei due turisti armati arriva a bruciapelo: “E la collezione di ceramiche?”. I pensieri in turbine, la lingua in danza, mi fermo, ristò e rispondo: “La sala è chiusa per restauri”. Perché io, la mia Italia, la amo… 

mercoledì 28 novembre 2012

Il sentiero di Susanna


A scuola l’Ottocento, per me e anche per voi (ci scommetto) era tutto occupato da Manzoni e da Leopardi. Una barba lessa, decisa – non so mica dir perché – da Francesco De Sanctis che, dal podio suo di gran critico incoronato, aveva stabilito chi era grande, e quindi da leggere sui banchi, e chi, invece, no. A me, Manzoni e Leopardi, beninteso, piacciono, oh bella, eccome, ci mancherebbe altro, sono glorie tricolori! Del primo, che era conte e suocero di Massimo D’Azeglio, scrittore anche lui (i suoi ricordi, che belli!) e politico, si leggeva fino a noia i Promessi sposi. Ricordo - che gioia! - ero Fra’ Cristoforo in quinto ginnasio…; del secondo, a memoria, ma più a papera, l’Infinito e Il sabato del villaggio. Tutto qui e le Operette morali, nel dialogo tra il passeggere e il venditore di Almanacchi (che non ho mai capito ben cos’erano…). Sicché raggiai e stupii quando, grandetta, mi immersi tutta quanta per i sentieri alpini di un altro Ottocento, detto minore, che non conoscevo punto se non per cognome in un elenco di “ismi” e di "ure" che somigliavano a tante gabbie per criceti. Avida, onnivora inseguii prima, nei racconti suoi (bellissimi) Emilio De Marchi e poi, in rapida salita, Luigi Capuana nelle sue “Paesane” e, subito dopo, nelle “Nuove Paesane”. Furono, per me, quelli, incontri di delizia nel saliscendi di un italiano, il loro, vivo, colorato, profumato di verità, croccante di forno, come appena cotto alla brace, che non mi capitava di leggere mai tra gli scrittori moderni che pure seguivo per dovere, essendo io addetta a far recensioni degli italiani esordienti per un certo quotidiano che allora dormiva il suo tragico futuro sulla piazza delle Cinque Lune. E mentre mi perdo nei nomi e nei cognomi del mio Ottocento  - nomi che vorrei regalarvi per il fine settimana dell’Immacolata concezione - mi viene in mente che fui io, proprio io, tra le prime  - almeno credo - a recensire, in un colonnino (ma mi sembra di ricordare che fosse una breve intervista…), “La testa tra le nuvole”, di Susanna Tamaro. Era un libro di racconti smilzo (delle edizioni Marsilio) che mi parve ed era perfetto nello stile nudo che andava di moda allora e che si chiamava, in un altro "ismo" chiuso nel cofanetto suo, minimalismo e veniva dall’America.  Doveva ancora, lei, la Susanna, innamorar Federico Fellini che le dedicò, poco più tardi, se non sbaglio, due pagine grandi e dense di Repubblica. Dal colonnino mio alla celebrità… 

martedì 27 novembre 2012

Gogol a Roma



Camminando lungo i sentieri dell'anima

Tra tutti gli scrittori russi, che pure amo in un mazzo, tutti quanti – Tolstoj e Turgeniev e, oh, il mio Cekhov! – quello con cui andrei fuori a cena, a passeggiar tra il Pantheon e Via Sistina, e forse anche più in là (magari potessi in una seduta spiritica di nonna Stella…), è Gogol. Non so voi, ma io, “Le anime morte”, l’ho letto in un fiato, non so più quante volte, ma tutte quante – nessuna esclusa – mi hanno lasciato la memoria chiara, precisa, ritagliata in un quadretto di gioia, di una risata sommessa, argentina (la mia), un rumor di ruscello a piover sull’anima nel legger, squadrate, precise, le dolci miserie dell’umanità, cucinate nel soffritto speziato della carità. Mi pareva di vederlo, chino allo scrittoio, il mio Nikolaj, e io a preparargli un caffè sul samovar, mentre l’inverno cosacco scendeva a chiuder le tende della notte ucraina… Scrivo questo, perdendomi nell’amore che ho per le parole e per chi sa usarle con grazia, con gli occhiali rosa della santa ironia che oggi, nei libri, non mi par di scorgere più; come se le lenti si fossero perdute nelle pieghe caduche, virtuali della forsennata modernità; scrivo di Gogol mentre la televisione manda in onda, mio Dio, il film del mondo al contrario, che era ed è quello di Cicikov, un maldestro truffatore, in crinoline, che fa la parte solenne, stirata del gran signore. Scrivo delle anime morte e rivedo, in un film, bello, bellissimo, Gogol a passeggio per le strade della sua amata Roma che gli faceva venir voglia (e anche a me) di trasformarsi in un “enorme naso con narici grosse come secchi per farci entrare almeno settecento angeli”. Scrivo di lui e, di fronte alla vita che scorre nelle immagini e nelle parole dei giornalisti televisivi, mi arrendo e, d’un tratto, mi par di capire, fresca nella mattina rosa che sorge, perché, un giorno amaro Gogol decise di bruciare la seconda parte delle sue anime, mandando Cicikov al rogo.

sabato 24 novembre 2012

Nel sorriso del drago cinese


Ci sono un mucchio di cose da fare a precipizio al sabato mattina: la spesa al mercato (per comperar la frutta e la verdura buone per passare il ponte del fine settimana) e ci sono le scarpe allargate di Andrea da ritirare dal calzolaio di fronte alla stazione Termini e le cartucce nuove per la stampante, che sembra sempre ingorda di inchiostro nero e colorato, in parti uguali, o forse no, solo del primo, ma tanto poi bisogna comperar sempre le cartucce gemelle, 31 euro e crepi l’avarizia… Va bene, mi arrendo e, con la spinta dell’abitudine, che è gioia d’occidente, in quel freschetto del mattino giovane che non assomiglia punto all’autunno e molto, invece, alla primavera in balzo, sono già sulla via dei Serpenti, con un sorriso al Colosseo, che da laggiù mi guarda con i suoi antichi occhi flavi. Cammina cammina, lungo la via Giovanni Lanza, mi trovo in quella festa colorata (a me cara) dell’Esquilino. Sotto i portici, lì dove,  da lontano, sembra occhieggiare il bianco della Basilica di San Giovanni, compero le cartucce e ora, via, attraversiamo il giardino che è cuore della Piazza Vittorio. Faccio due passi due e sulla destra, appena entrata nel cancello e, proprio sotto un platano dal tronco cinerino, vedo due uomini perduti in una geometria di movimenti, guidata, come in un rituale, da una lunga lama d’oro. Mi fermo, in ammirazione. Il maestro, cinese, di una sessantina d’anni, piccolo così e senza capelli, è fermo adesso e un ragazzo, credo italiano, moro di barba e sulla trentina, ripete da solo i movimenti che quell’altro, con grazia, ripeteva prima. Mi fermo e li guardo, perduta in non so più che sogno tutto mio di armonia che è anche, credo, quello del maestro cinese. I due, adesso, han preso a fare insieme i saltelli, le flessioni di gambe, a braccia tese e poi piegate, in un vorticare di lama;  di profilo sono di qua e poi di là. Nell’aria, per incanto, par disegnarsi, d'ombra e luce, il ricamo tenero e feroce insieme dell’assoluto. Ecco, è finito. Atterrano in morbidezza su una gamba e poi sull’altra. Subito il ragazzo, si mette a piedi pari e in fretta e furia si inchina e via. Non così il mio maestro che, fermo, ristà, a schiena diritta, gli occhi chiusi, quel tanto che mi pare in rima con l’infinito e poi, nel tempo che è il suo tempo, la schiena si piega nel saluto. Batto le mani e lui, il mio maestro, si gira nel lume di un sorriso. Il dono più bello di questo sabato mattina… 

venerdì 23 novembre 2012

Gatte fatate all'Esquilino


Mi sono svegliata dal torpore di un certo mio segreto languore di pensiero (che tengo mio, abbracciato stretto come si faceva, tutti quanti, con l’orso di pezza, da piccini) in questa dopostoria novembrina, baciata dal sole di burro fuso che sembra leccar, sciolto nel manto suo, la via del Boschetto, dove mi reco, un giorno sì e anche il successivo, a comperare alla Conad, piccola, piccola, foderata dal pavimento al soffitto di prodotti, il pane e il companatico. Mi sono svegliata, dicevo, perché la vita chiama e urla e non lascia soli mai e neanche in pace. Eccomi, nelle ampie strade dell’Esquilino, dove non mi sembra di star nella mia Roma dei Cesari, tutto piemontese com’è il quartiere, con i suoi viali di palazzi imbronciati, alti fino al cielo, con quella sua bella piazza Vittorio, a circondare un gran giardino, che mi sembra, però, ben più adatta, sotto ai suoi portici scuri, a farsi baciare dal cielo brumoso di Torino che al sole della Capitale. Un tempo, almeno, un gran mercato dava colore e romanità e anche un poco d’anima alla pizza oramai muta, perduta nel via vai delle automobili…
Vabbè, il sole splende e bisogna accontentarsi. Attraverso la piazza, sbrigate le faccende quotidiane, per arrivar dritta al giardino, dove soggiorna una variata umanità, mescolata dalla babele della modernità. Cammino, naso a terra, per non incontrar gli occhi dei tanti, di tutti i colori, che mi camminano intorno. Ci sono giovani e vecchi, ma tutti han la stessa aria ciondola, di chi non ha un bel nulla da fare e sfoga quel niente in un ricco parlare al cellulare. Mi siedo ad osservare un gruppo di ragazzi cino-italiani, in danza moderna, al segno di un capopopolo che porta, al colmo del capo, un curioso berrettino, nero, piatto, come fosse il tappo di un barattolo. Danzano e, oh perbacco, non sono niente male, mi dico e certe ragazze, che belle, che ritmo, che sensualità! Lo sguardo mio ondeggia tra loro e la fontana di Rutelli (non di Rutelli figlio, beninteso, ma di suo padre che era scultore e anche di talento…), quando, d’un tratto, una vocina mi richiama all’oggi: “A signorì, er bijetto…” La vecchina, tanto curva e bianca che pare fatta di zucchero a velo, mi guarda e accenna col mento alla sarabanda più in là. Sorrido, tiro fuori il mio bell’euro e lo porgo a lei, prima che si trasformi in gatto e voli via…     

lunedì 19 novembre 2012

Un pianista in Campidoglio


Ci sono nella memoria di ciascuno e di tutti, volti corrucciati o sorridenti, antichi volti che sono lì, pare, per sempre, visi che ci si porta dietro, nello zaino e che sono mattoni dell’esistenza, seminati lungo la via. Per anni, se ne stanno lì dove sono adesso a far la vita loro e, un giorno, all’improvviso tornano vivi, più vivi anche di allora, magari in virtù di due pagine di giornale. A me è accaduta, la resurrezione, qualche giorno fa, leggendo su un quotidiano romano che c’è chi, un gruppo di potenti nientemeno, vorrebbe in Campidoglio Alfio Marchini. Alfio, mi dico, oddio, sì proprio lui, Alfio. E chiudo gli occhi e siamo di nuovo ragazzi, una trentina di anni fa, in una quiete romana di scuole private, che ci porta dal Massimo, all’Eur, al Mater Dei, in piazza di Spagna fin su al Sacro Cuore, tra le torri di Villa Medici, dove lui – Alfio – aveva messo al caldo il cuore suo, nella personcina, davvero deliziosa,  della mia migliore amica di allora. Fu Alfio, nella mia vita, per anni e anni e anni, un ritornello di lei, che mi era cara in quei giorni lunghi di amori e interrogazioni, e ora non più. Alfio: su, giù e a destra e a manca; Alfio scritto con una “A” a ricciolo sulle pagine del Giacalone… Bello, lo era, per davvero, e lo è e alto e moro che sembra uscito da una rivista americana di figurini alla moda, ed era anche simpatico e, crepi l’avarizia, persino intelligente. E forse lo è ancora oggi, non so, chiamato com'è a nuove imprese e niente affatto amorose. Ma, mentre leggo quelle righe su di lui, e lo rivedo in casa sua, con il suo cane nero (di allora) mi chiedo, e solo questo mi chiedo, se, dopo aver percorso i suoi sentieri che punto conosco, suona ancora il pianoforte bene, come allora, quando doveva far l’esame di non so più che anno di conservatorio… 

domenica 18 novembre 2012

Buon Natale, signorina

Perdonate il fumé che non era voluto, ecco una bennirose

Avevo, mi pare, una ventina d’anni, e iscritta al primo anno di Lettere alla Sapienza, quando, insieme a un’amica, fui assunta – ma solo per un mese - in un bel negozio di arredamento chiamato Spazio Sette, che respirava, allora, in due ampi piani di bianco splendore e di gusto nordico in un palazzo che si nascondeva dietro alla Piazza Argentina. Di colpo, mi perdo nel labirinto della memoria e non so se il negozio era lì, in quei tempi oramai remoti o se, invece, mi sovvengono altre visite mie successive nel corso degli anni a venire,  nel viso luminoso di Patrizia, allo stesso negozio dopo fatto un certo trasloco… Non so e forse non importa perché in quel mese, chiusa in quadrato fatto apposta per noi, io e le altre (ma c’era anche un ragazzo) dovevamo confezionare solo pacchetti di Natale. Un mese intero, da mane a sera, di pacchetti, grandi e piccoli e medi, che alla fine in casa Ponti quando c’era un pacchetto da fare -  Ester! - ero io, esperta ed usa, a esser chiamata…
Il nastro adesivo, giammai. Ginnasti e prestigiatori, con carta e nastro compivamo le nostre sfide, aiutati, a volte, dal mento, mentre lo scotch, snobbato,  se ne rimaneva in un canto immalinconito. Io, che a far pacchetti avevo e ho un certo gusto, ero incoronata regina, ma a volte, un commesso, piccolo, di baffi e senza barba, mi chiamava a servire i clienti. Su e giù per le ampie scale, nel mio biondo sorriso. Un pomeriggio, col cielo già nero d’invernale velluto, sono lì, sui gradini, tra un piano e l'altro, quando vedo entrare – oddio, che sgomento! – un certo professore di Storia moderna all’Università che per due volte mi aveva rimandato a casa,  all'esame, dicendomi che, per carità, non voleva mica sciuparmi il libretto con un ventisei. Troppa grazia, direte. Ma sapete quanto mi diede alla terza volta, quando la rivoluzione industriale inglese era entrata anche nei miei sogni di notte? Avete indovinato: ventisei. Ricordo la corsa, con fiato appallottolato nella strozza, giù in volo sugli scalini. Mi nascosi nel quadrato magico e, da dietro una compagna, osservai i movimenti di lui. Un gatto e un topo,  lui e io. Quando fu il momento di fare il suo pacchetto, sparii in bagno e così sia. Ma non fu un così sia. Uscii e lui, che era già andato via, come mi avevano spifferato Martina o forse Isabella, zacchete, infilò di nuovo la porta e a passi svelti raggiunse la mia postazione e guardandomi dritta in viso, mi disse: “Buon Natale signorina”…

venerdì 16 novembre 2012

Il sole di novembre

Canali dell'anima

Nel segreto scrigno che è la mia anima, dove si concentra, riposta, timida, silente, la mia dorata consapevolezza che io, prudente, tengo cucita in quello splendore tutto mio (come mi ha insegnato - oh che nume fu per me, ignara! - un certo amico che era un tempo una celebrità…), il mondo, con le sue leggi, con i lacci della realtà che tutto divora, colorato di teatro, è bandito; se ne resta lì fuori nel vocio del viavai quotidiano, in un tumulto che mi par di guardar con gli occhi tondi di Lucrezio, sciacquati alla fonte della filosofia; Lucrezio, sì, che amavo e amo: suave mari magnum… Lì, in quel mistero profondo, il mio spirito, fatto leggero, trova acqua di sorgente, viva e, lavato come i panni in Arno del Manzoni, ritrova, bianco, il cammino del viandante. In punta di piedi percorro questa via che è fatta, come per tutti, di incontri e di scontri e di gioie e di dolori. Io, il passato, di solito lo rivivevo, per comodità di micio pigro, scrivendo i casi miei in queste pagine disordinate di blog, che a volte sono noiose, a volte fanno ridere e altre un poco sospirare. Lo rivivevo qui per non riviverlo nel mondo che, come ho scritto, è fatto di soprassalti e di cure, nell’eterno gioco delle parti che si consuma, alieno allo spirito mio, nel dì per dì della conta quotidiana. Ma a volte il passato si fa occhi e mani e voce e non è più letteratura. E in quella prova, di fronte a ciò che è stato, mi sento parlare come in una eco, le parole non si fanno fiato e tutto mi par galleggiare in una geografia a me ignota. Altro non so dire se non che, una volta salutato il mio passato, vivo, mi sono seduta, nel mio presente d'oro, sotto la colonna Traiana, incendiata dall’astro novembrino, e io con lei... 

giovedì 15 novembre 2012

Capelli bianchi


Quando, or sono due manciate buone d’anni, cominciai a far la giornalista io, i colleghi con i capelli bianchi (non tutti, beninteso) eran, ora lo so, tutti diversi da quelli che i capelli bianchi ce li hanno ora. I primi, cucinati nel pensiero magari nato per strada, impanati nella filosofia del quotidiano, erano un tutt’uno con l’umanità profonda e guardavano alle miserie del mondo con gli occhiali di cioccolata dell’ironia che salva dai furori scalmanati del sentir comune. Essi, nella radice del tempo, sapevano  -meglio non so dirlo e spero di esser chiara - calibrar la critica con la mondana consuetudine con l’animo umano che è sempre quello, ahimè, nei secoli. Questi di oggi, invece,  o fan da grilli parlanti con una supponenza smorfiosa che a me fa venir voglia di cambiar canale oppure, anche, gridano le invettive loro e i furori, senza contegno e uso di buona creanza. Lo stesso si può dire dei politici di allora, che potevan avere pure i vizi di sempre, a volte, come capita anche oggi, con i denari incollati alle dita, ma eran gente che sapeva leggere, parlare, veicolare concetti in mille percome. Ricordo: sono seduta in platea nel Residence Ripetta e, al tavolo dei relatori, c’è un ex ministro degli Esteri, leggendario per certi vezzi mondani che non piacevano punto ai moralisti. Parlava di equilibri internazionali e io, a bocca aperta, come non sono stata mai. Prendevo appunti…
Il mondo cambiava e con lui i politici. E non è questione di Prima o Seconda o, ancora, Terza Repubblica. Questo aneddoto l’ho avuto per inteso da un collega di pasta antica, uno che se gli chiedevi: “Come stai?”, rispondeva dandovi del voi, come il principe di Maddaloni: “Come, non lo vedete?  Sto morendo…”. Eccoci, dunque, in Parlamento, dove un ex ministro della Giustizia, giovanissimo allora, uno con i capelli bianchi già moderni, parla ai colleghi in Parlamento e per condir di fresco latinorum il suo intervento conclude: “Simul stabunt, simul cadunt”. Dall’aula si leva una voce piccola di un antico parlamentare, uno di quelli dai capelli bianchi del primo tipo; la vocina pare un sospiro e parla con la matita rossa e blu: “Cadent, Martelli, cadent…”

Una scimmietta al Colosseo


Mio suocero, cresciuto a pane, simpatia e nordest (tra Bergamo e Padova) si ritrovò a vivere, bambino, a Roma, dalle parti di Via in Selci, e andava alle elementari alla Vittorino da Feltre che svetta, piemontese, austera a mo’ di corazziere sul terrapieno di bianco marmo che par guadare dall'alto in basso via degli Annibaldi e sfidare il cielo e il Colosseo. Viveva a Roma, dicevo, insieme alla famiglia,  quasi tutta al femminile…
Di quei giorni romani mio suocero, l’Aldo, conservava un affetto nebbioso, che si perdeva nel mito della lontananza che fa della storia leggenda. Era, la Roma sua, come uscita dalla grotta di Aladino, apparecchiata nel mistero dell'apriti sesamo. Per esempio, in casa sua, dovunque fosse ché non l’ho mai capito fino in fondo, oltre alle tante sorelle, saltellava, mi diceva, per le ampie stanze e i corridoi una scimmietta che, un brutto giorno, morì e fu sepolta in qualche giardino romano da loro in corteo solenne. Io, quella scimmietta, di cui lui parlava tornando bambino, la vedevo, giuro, viva e vera e vestita di rosa, non so dir perché, in cima a un armadio come su una torre. Ma vera, non so.
La ritrovai, la scimmietta dell'Aldo, qualche tempo fa, quando andai a visitare il Museo casa di Mario Praz e la guida, una signora di una certa eleganza siciliana, indicando fuori da una  finestra, aperta su un canto dove Praz, ci disse, era solito consumare i pasti, disse: "Quella è la Torre della Scimmia" e ci raccontò un certo episodio che legava di nuovo Roma a una scimmietta. Fu allora che anche quella dell'Aldo tornò viva, d'argento, nel ricordo, e da lassù, secondo me, lassù dove siam tutti uguali e verità e leggenda si tengono per mano, l'Aldo sorrideva...

martedì 13 novembre 2012

Jeanne cerca casa


Un bel sabato pomeriggio di una decina d’anni orsono, me ne andavo, come ero usa fare da altrettanti anni, nella mia redazione al Gazzettino, seduta al terzo piano del gran palazzo Marignoli che fa quadrato, su un lato, alla piazza San Silvestro. Prima di imboccare le scale di panna e marmo, osservo un gran via vai nel portone della basilica di San Silvestro in Capite. Gente che va, gente che viene, in un affannarsi di buste e sacchetti. Attirata dal movimento come da una Morgana, mi affaccio nel buio chiostro che fa da anticamera alla Chiesa. Oh che bel mercatino! Tutto inglese che pare parlino l’english anche i vestiti appesi sugli attaccapanni. Mi perdo tra baracchini e cianfrusaglie, poi su al primo piano per dare un’occhiata ai libri vecchi che sono, da sempre, le mie chimere. Scorro i titoli, finisco per inginocchiarmi e a ritirarmi su, dolente. Nulla. Scendo di nuovo tra i panni vecchi in quell’odore che mi fa ricordar gli anni verdi delle camicie americane del mercato di Latina…
D’un tratto, un libriccino scolorito, color verde stento par chiamarmi tra i colleghi. Lo tiro su e il titolo è già un programma: “Never will she be unfaithful” e mi perdo nei racconti al miele e al fiele, scritti con una penna elegante, di ape sapiente, che mi fa pensare, a tratti, a Katherine Mansfield e,  a tratti, a Kate Chopin (due amiche, grandi). Basta. Lo prendo, un euro e via di corsa a lavorare. E ora, calzati gli stivali delle sette leghe (prestati dal gatto del marchese di Carabas…), fate conto, come è accaduto, che quel libro “Lei non sarà mai infedele”, di Jeanne De Casalis, lo abbia io, proprio io, Ester, presentato a una casa editrice e poi tradotto, con amore grande perché così si fa con le sorelle. E Jeanne, che di mestiere era attrice sofisticata degli anni Trenta, lo è e lo era. 
Le vendite, però: maluccio. Forse quattrocento copie, non so. E via, un mazzo di dieci anni. Proprio ieri, mi chiama l’editore per dirmi che i magazzini suoi scoppiano e che la De Casalis sarà fatta carta da macero. No, no, non può essere. Io, allora, armata di bonifico, ne ho salvate trenta copie che ora,  un poco per volta, darò alla mia amica Michelle, una libraia di cuore e sale e pepe, che sta di casa in Via degli Zingari, al Rione Monti, nella piccola, concentrata tana su due piani chiamata  come un richiamo “Librinecessari” http://www.librinecessari.it , dove io vado spesso a rinfrescar la mente e lo spirito. Ecco qui. Se per caso, vi venisse la voglia di fare un’adozione, di bearvi nella bella scrittura e in trame che parlano di vita vera arrangiata in parole prese al millimetro,  bè, adottate - per dieci euro appena - la De Casalis che vi regalerà qualche ora di ironica qualità.  Jeanne vi aspetta!!

lunedì 12 novembre 2012

Sister Cioccolata


Al Mater Dei, c’erano - ai due capi di una corda che immaginavo soltanto io - sister Alexio e sister Immacolata. La prima, irlandese, con una virgola rossa di capelli a far bella la fronte, in fuga dal velo nero, era svelta, un tipetto di trottola, con un piglio alla maschietta e una risata che pareva di ruscello alla spuma. Insegnava inglese alle elementari; a me no, ché l’inglese per me era lingua madre, ricamata dal sorriso australiano di Jane,  e non so bene perché, ma sister Alexio, mi teneva al caldo, in tasca e nel cuore. La ritrovai, tale e quale, ma senza abito in Maria che è regina nel film “The sound of music”. A fine giugno, il film (in alternativa c’era “Fratello sole, sorella luna”) veniva proiettato per noialtre alunne del Mater Dei nella sala cinema dell’Istituto San Giuseppe de' Merode, una scuola, tutta maschile, che apriva la bocca, quasi in faccia al portone nostro, ma più giù, verso Piazza di Spagna.

Sono nate le bennirose!
Ma, basta con le divagazioni, e torniamo, presto, alla sister Alexio e al suo contrario, sister Immacolata. Era, sister Immacolata, tutta quanta italiana e antica come una dolomia di cui portava in viso le sfumature di colore: celesti, cerulee, rosate. Aveva una voce baritonale, il viso in gravità, tutto sceso come se stesse per sciogliersi sul pavimento; gli occhi li aveva color celeste pallido e di cera. Sister Immacolata, rotonda come il mondo, era addetta alla sala d’aspetto, una camera buia, al piano terra, seduta di fronte alla cappella del Buon Pastore, dove noialtre aspettavamo mamme e papà e io Jane. Io, a sister Alexio, preferivo una montagna di volte sister Immacolata e avrei prestato a Vivian anche la gonna rossa a fioretti bianchi della mia Barbie pur di sedermi in grembo a lei. Ma c’era sempre qualche usurpatrice seduta sulle ginocchia della nostra guardiana. Di solito era rossa di pianto. Ecco, mi dissi con la logica dei piccoli, che cosa devo fare: piangere. E piansi. Ma indovinate chi venne a consolarmi? Lo avrete capito: sister Alexio.  Piansi ancora, di più. Finalmente fui messa in trono, in braccio a sister Immacolata. Sister Immacolata, sister Cioccolata.
 

domenica 11 novembre 2012

Lorenzo de' Medici a Roma

Scrivevo di politica, io? di politica? Sì, io, sciolta nella letteratura, scrivevo di politica. Ogni santissimo pomeriggio, per sei giorni in fila a tenersi per la mano. Compreso il sabato. E che politica: miei erano il Consiglio superiore della magistratura che solo allora, nata ieri, scoprii esser di casa in Palazzo dei Marescialli. Sicché, una volta, scritto per intero il Consiglio superiore della magistratura potevo scegliere allegramente, per non ripetermi, tra vari sinonimi, ovvero l'acronimo Csm, per corto, altrimenti visto si stampi per Palazzo dei Marescialli, oppure anche, per lungo, l'organo di autogoverno dei giudici. Scoprii, nata ieri, che a presieder il "sodalizio dei giudici" (alternativa, questa, da usare col contagocce, solo in caso di emergenza, beninteso) era (ed è) il nostro Presidente della Repubblica che potevo chiamare anche Capo dello Stato o, per amor di fantasia, persino inquilino del Quirinale, che non è niente male, visto che prima del 1870, sul Colle (come si può scrivere in alternativa) ci abitava il Papa Re.  E c'era, sui miei libri, il ministro della Giustizia che si può chiamar Guardasigilli (oh quanto suona bene!) e il suo ministero anche semplicemente Via Arenula... Oh beati giorni delle sessanta righe che per alcuni non sembran finir mai... Scrivevo, al sapor dolce dell'abitudine, col mio mestiere consumato nelle ore e temperato da Rizzon, in capo la notizia, poi i commenti di qua e di là,  cambiando nel tempo i nomi dei partiti, ma non punto le idee e i dettagli in coda e la sera era già scesa a coprir di velluto nero il cielo che colorava tutt'intorno il campanile mio di San Silvestro in Capite, nel volo dei gabbiani che spento il lume del sole, diventavano di un colore argenteo e pallidi spettri in volo radente. Scendevo in corsa le scale di marmo arrotolate sulla spina dorsale del gran palazzo Marignoli, che era di una famiglia antica e ora, segno dei tempi, è di una assicurazione...

Il Tritone con la sua acqua di ghiaccio. Le foto sono di Carla
Scrivevo di politica, tutti i santi giorni e ora non più. A stento accendo il telegiornale perché a guardare certe facce d'oggi mi sento come nell'abbraccio del mar glaciale artico. Ne faccio a meno, tanto non devo più seguire tutte le agenzie, chiamare questo o quell'onorevole, tenermi informata su Cdm, commissioni, aula, sciropparmi tre tiggì di fila per non perdermi un veleno o due righi di battuta o che so io. So a stento i nomi che fan notizia. Ma uno mi è arrivato dritto dritto, per puro caso, addosso l'altro ieri, mentre dividevo un taxi con un certo signore fiorentino che, guarda caso, andava proprio dove dovevo andare io e perché non far somma delle spese. Saliamo. Prende a parlarmi fitto fitto del sindaco suo che proprio non gli garba. Io, zitta ché a malapena del Renzi mi ricordo  le camicie bianche, di neve e candeggina. Il mio fiorentino, con quella parlata lì che proverò a tradurre in nero, sbottò: "Oh che 'un lo conosce, ovvia, l'è 'un bischero sempre in televisione, l'è il più gran pallone 'onfiato, proprio 'onfiato  ohvia 'un è miha Lorenzo". E chi è sto Lorenzo, mi domando e cerco di far tre per due con i nomi di oggi che mi suonano all'orecchio. Nulla. Buio. Per fortuna siamo alla meta. E lui, scendendo con un sorriso, mi fa: "'Un ci pensi a Lorenzo l'è bell'e crepato da cinquecent'anni...".