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domenica 4 dicembre 2011

Re dei tulipani

Mio padre, non so proprio perché, andava matto per i tulipani e ogni santissimo anno si faceva mandare, dritto dall’Olanda, dei gran libroni che erano poi cataloghi in cui quei fiori freddi, dai petali sull’attenti e all’odore di nulla, si pavoneggiavano, civettuoli, in mille colori e sfumature, con i capelli dritti o con la permanente, rosa, gialli, color fucsia, tutti dipinti e striati nei loro vestitini lucidi e gelati. Tutti quanti i tulipani, a mazzi, sciolti tra i mulini a vento, lasciavano me indifferente e mio padre in brodo di giuggiole. Leggeva allo scrittoio, con solenne serietà, gli occhiali a cavallo del naso, i bugiardini in inglese (chiamandomi ogni tanto per sapere questo o quello) e poi, armato di biro blu, con grandi alzate di sopracciglia, faceva le sue belle crocette per comunicare a chi di dovere  questo sì, quello no, e quest’altro eccome, sissignore. Dopo qualche tempo, ecco giungere uno scatolone color caffelatte nel quale si rincorrevano rotoloni le petole dei tulipani, i bulbi,, cipolle rinseccolite misteriosamente piene di vita, Mio padre, gran sacerdote dei tulipani, li liberava dal cartone e li seppelliva sotto la nera terra in piccoli vasi di terracotta.  Nel silenzio delle tombe nane germinava la vita, tutta quanta variopinta, che a mio padre, a giudicare dal sorriso, doveva ogni volta parere smaltata e viva come la prima alba della dopostoria. Il rito si ripeteva anno dopo anno. I bulbi si facevano fiori diritti mentre mio padre si curvava sotto la valigia dei suoi anni d’argento. Un ricordo mi batte sulla spalla facendomi sobbalzare. Sono a casa di mia madre la mattina in cui avrei visto per l’ultima volta il mio re dei tulipani. Lo salutai, come sempre, senza capire che, nel suo vestito grigio e senza valigia, stava per prendere il suo ultimo treno. Lo salutai, distratta, come se fosse un giorno pescato a caso nel calendario e, infilandomi nel corridoietto buio che conduce alla porta di casa, scorsi, seduto sulla cassapanca nera come la notte eterna, lo scatolone olandese che aveva in pancia i bulbi tulipani. Lo stesso, tale e quale, che mia madre buttò, sano, nella spazzatura in una gran ginnastica di salti e sobbalzi, il giorno appresso, quando mio padre, senza i suoi tulipani, era arrivato, nudo, a destinazione.

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