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mercoledì 7 dicembre 2011

Prigioniera a Castel di Decima

Non si festeggiavano i compleanni in casa Ponti, nossignore. Niente festicciole in tinello, per carità! Per mia madre, eran robetta qualunque, buona da cucinar col brodo e il dado. E così, con la morte in cuore, non ebbi mai, come i coetanei miei,  la foto d'album che fa tanto famiglia felice, io, in piedi sulla seggiolina, con i nonni amorosi a far da corona intorno,  mentre spengo, deliziata, la bocca a cuore, un girotondo di candeline rosa... Per carità! Mia madre, che con la signorilità  aveva costruito uno scudo d'oro a proteggere il suo guscio dal mondo, avrebbe piuttosto camminato fino a Milano,  a piedi scalzi.
In fatto di signorilità lei si sentiva la Regina di cui portava il nome. Distingueva a naso grano e crusca. Di uno, al quale non avrei dato due soldi, magari solo perché zagagliava, diceva con sicurezza: "E' un signore!". Si vedeva - come diamine facevo a non vederlo io? - lontano mille miglia. Per carità.  L'eletto piroettava nel blu, in un saltello dalla terra al cielo. Un altro, che a me pareva, invece, un cestino di beltà,  era per lei,  "popolo", detto stretto stretto, con le "o" ridotte a  polpette. Una condanna alla Geenna. Il povero lazzaro, nel sepolcro della plebe e addio.
Niente compleanno, dunque, fino alla maggiore età. A diciotto anni era un'altra musica. Ché lei reputava sacrosanto celebrar l'entrata in società. Allora sì che si scialava per far bella figura agli occhi del mondo. I gemelli  ebbero un ballo per due, ma di quello non ricordo che i due smoking loro (che fecero uscir dai gangheri mio padre per la spesa pazza e, secondo lui, inutile...) appesi al gancio di un armadio:  mi parvero due impiccati muti, ma assai eleganti; magnifico fu il ballo di mia sorella Sara. Il giardino lavato nel bucato di Marsiglia, accolse, lucente, dame in lungo e cavalieri in cravatta nera, mentre le ombre coloravano di presentimenti il tappeto d'argento del prato... Ma io non lo vidi quel quadro. Solo sognato. Ero, infatti, stata impacchettata e spedita expres da una zia che amavo e amo. E ancora oggi che ho tra i capelli molti fili argentati mi domando perché quella notte a Vivian fu concesso di far precipitar dall'alto del suo balcone (dove si potevano tirare gli aghi ai pini d'Aleppo) grappoli di palloncini bianchi e io, invece, venni esiliata in campagna, bell'e lavata, con i denti di menta, e già in camicia da notte. Prigioniera  a Castel di Decima.

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