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lunedì 5 dicembre 2011

La freccia sonora

Come stabilito da leggi non scritte, figliole del benessere e della modernità,  i miei genitori possedevano due automobili che dormicchiavano durante la notte, una ad annusare la coda dell’altra, nel vialetto antistante il cancello d’entrata. Quella di mio padre. color vinaccia, di marca francese, tirata a lucido come capelli stirati dalla brillantina Linetti, i sedili color paglia, portava, ogni santo giorno, l’avvocato a studio e all’università. D’estate, trasformata in emigrante, si caricava di famiglia e masserizie e partiva per Cala dei Gigli, d’inverno, con gli sci a far da corna, da nonna Stella, a San Giuliano.
Quella di mia madre, piccola com’era, si poteva mettere in saccoccia. Ne ebbe assai. La prima, ne conservo un ricordo sbiadito come di un rettangolo color  pervinca, si chiamava "la giardinetta”. Credevo che mia madre la amasse perché solo le cose amate portano nomi tanto graziosi. Scoprii, anni dopo, che giardinette si chiamavano anche tutte le sue gemelle uscite dalla fabbrica e che mia madre non l’amava proprio per niente. Fu venduta infatti e così sia. Arrivò, ereditata dal nonno paterno appena volato in cielo, una Ottocentocinquanta color senape, col naso all’ingiù e i sedili in simil pelle, che a mia madre piaceva come a un orso andare in bicicletta. Era una macchina triste come la delusione. Ma un pomeriggio, tornando da scuola, il mio cuore spiccò un salto quando mia madre, per girare a sinistra, diede un colpetto all’insù al baffo dritto della freccia, che spuntava sul lato  destro del cruscotto. Ed ecco partire un  ping-ping-ping d’argento, come il battere d’ali di tante fatine: la freccia sonora installata, così sbuffò mia madre, da mio nonno, duro d’orecchi e – disse lei – con un pessimo gusto in fatto di automobili.  Lei storse le labbra; io, in paradiso, con la freccia nel cuore…



1 commento:

  1. :)) ricordo anch'io queste frecce che un tempo precedente al tuo erano di serie...

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