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domenica 18 dicembre 2011

Un Orso in triciclo

A Sangiuliano, durante le vacanze di Natale bianche bianche e che mi sembravano durare tutta quanta un'eternità, bisognava fare, con la mamma, la visita alle zie e alle vecchie amiche sue perché lei, bimba e ragazza, era cresciuta in quell'angolo di Friuli, piatto piatto e abbracciato, in lontananza dalle Prealpi, che facevano, laggiù, da corona azzurrina e violetta alla pianura.
Prima tappa rituale era il grande appartamento, in Corso Vittorio Emanuele, della zia Giusetta, sorella minore di nonna Stella, e che, neanche a farlo apposta, era alta come me di dieci anni. Lo abitava, piccola com'era, insieme al barboncino Sciusciù, nero carbone e sempre acceso. Io, piccola anche io, mi perdevo in quella corsa di stanze che parevano rispondersi, sui pavimenti tremolanti, nell'eco del passato. Un passato che aveva visto niente meno che Indro Montanelli, amico fraterno dello zio avvocato, passeggiarvi con quella sua vociona toscana in salsa aristocratica...
La zia Giusetta aveva uno strano tic al naso che la faceva sembrar sempre in raffreddore, la narice destra, zacchete, tirava su, con una strana piroetta, aria e dolore. Sulla guancia destra, portava sempre un cerotto che, come mi spiegava mia madre, senza spiegarmi in realtà nulla, copriva un certo spaventoso "lupus". Vedevo due lunghe orecchie nere, a punta, sporger dalla pezza e far giacomo giacomo a beneficio solo mio. Quel solletico, ragionavo bambina, doveva provocarle il tic al naso...
Dalla zia Dina, che mi era zia come, mettiamo, Cleopatra, si poteva andare o a Pordenone, oppure (e io lo preferivo) in una grande casa di campagna, che si vedeva e non vedeva nel velo della nebbia. Allora sì, così da presso, le montagne si facevano montagne in gloria. Nere e giganti com'erano, mi incantavano. La casa no. Ché era, mi par di ricordare, una modernità senz'anima. A Marsure - ma anche a Pordenone - c'era Riccardo che della zia Dina era il figliolo minore e che veniva chiamato dai fratelli "Orso". E orso lo era, eccome. Se andavamo in triciclo, lui davanti con le braghe tirolesi e le ginocchia nude all'inverno, zitti e mosca. Lo stesse se guardavamo, all'imbrunire un poco di tivvù dei ragazzi. Orso sì, ma fino a un certo punto. Una sera, mentre mia madre mi infilava la cuffietta color carta da zucchero, prendendo commiato dalla zia, lui, Orso, tirò fuori una bava di voce, con quella parlata da sonno che hanno da quelle parti lì, e disse: "Può restare la Ester, non intriga mica!".

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