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giovedì 29 dicembre 2011

Balù e i sodometti

Io, non faccio per dire, ma i verbi greci, aoristi, futuri, piuccheperfetti, li ho imparati non sui banchi di scuola, ma in seggiovia, appesa lassù tra le nuvole e la neve delle Tofane: balò, ebalon, bebleka, beblemai, rispondevo quando venivo interrogata da un bel ragazzo bolognese, alto, biondo, tutto ellesse e chiamato Niccolò - con due cì - che mi faceva il filo a modo suo e alla maniera di Aristotele. Salivamo, soli soletti, sull'agorà di Atene spruzzata  di bianco apposta per noi e scendevamo nel gruppo. Ogni sciatore, a modo suo: chi a serpentina, chi a uovo, chi, come me, disegnando ampie curve  sulle piste e derapando a lungo, con le gambe a far giacomo giacomo, sui gran lastroni di ghiaccio sdrucciolevoli come le bucce di banana delle barzellette. Il mio bel bolognese, che a sciare era un drago,  mi aspettava, in coda alla fila della seggiovia. E via di nuovo a filastrocca, balò, ebalon, bebleka, beblemai. Su, a sci uniti, con le punte a batter la clack alle mie prodezze alle Termopili. E poi giù, col vento in faccia, perduti nella modernità un poco balorda di uno sport che, divertente per carità lo è, ma che mi pare un chilo di nulla legato con nastro d'argento...
Su e giù, balò, ebalon, bebleka, beblemai. Finché un bel pomeriggio, una della comitiva, bolognese di sangue che si chiamava Gloria e faceva le magistrali (altroché il classico...) sbottò: "E basta con questo Balù!" e si sedette lei, in seggiovia e forse nella vita, vicino al bel Niccolò.
Il tempo corre in sella a ippogrifo e sono a scuola, seduta accanto a una compagna - lo giuro - Nicoletta, con una sola cì. Studiamo, a capo chino, Dante Alighieri e siam tutte e due dritte in inferno, tra fiamme, diavoli e dannati. Lei, bisbigliando a voce pallida, mi fa: "Ma chi cavolo sono questi sodometti?". E poco ci mancò che buscasse un bell'otto in antologia...

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