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giovedì 1 dicembre 2011

Bambole di carta

Una volta a settimana, forse al giovedì, veniva  a casa nostra per cercar di cacciare un poco di latino in testa ai gemelli, un gesuita che si chiamava Padre Camillero. Piccolo, con i lineamenti disegnati al carboncino, in testa una copertina di capelli neri intrecciata all'uncinetto, Padre Canillero spaccava il secondo in fatto di puntualità e con un sorriso più largo di lui che pareva, tutto combinato, un pigmeo in un sacco di carbone. Per i gemelli, a orecchie basse, era l'agonia di un'ora sana di latinorum; per me cuore nell'azzurro. Prima di ritirarsi con i fratelli, infatti, Padre Camillero dedicava a me sola il suo segreto. Cavava dalla tasca, nascosta nella tonaca buia, un paio di forbicette nane, di ferro battuto, e, dopo aver ridotto a ventaglio un foglio di carta bianca, ritagliava ratto ratto e non so come girotondi di angioli e di bimbe belli come il paradiso. Io lassù con loro. Un giorno non so come né perché Padre Camillero fu esiliato dalla Compagnia a Palermo e non si vide più.  Ma una volta, per la forza del caso, che ingarbuglia la vita alla maniera sua, ho ritrovato in una mostra romana le sue malie di carta. Le faceva tali e quali Hans Christian Andersen. Vidi sirenette e cigni selvatici e i fiori della piccola Ida, ma anche, lo giuro, gli angioli e le bimbe di Padre Camillero.


              

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