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venerdì 2 dicembre 2011

Anastasia e Genoveffa


In un bel mattino laccato d'azzurro, da un certo paese senza nome giunse nella città dei Cesari una certa famiglia moderna, tutta quanta raggomitolata nelle dita di una mano, che contava appena un paio di genitori e due figliole. Che dico, figliole, erano  due gran belle figliole: una mora, ricciuta, sciolta di parlantina, e l'altra bionda grano, leggermente bovina nell'espressione da bella addormentata, con i capelli lunghi e lisci come spaghetti crudi. Portavano entrambe, con gran sussiego, due nomi altisonanti, del tipo Maria Giulia o Maria Elena, non ricordo bene, e un cognome di lana, un acconto di cognome,  che pareva infeltrito e ristretto da un programma sbagliato in lavatrice... Giunsero, santificate da una non meglio identificata cuginanza - antica e di chissà che grado... - che veniva sventolata come fosse una lettera di raccomandazione ai tempi della diccì. Nessuno controllò che la parentela avesse sugo. E loro, festanti, furono subito madamigelle domestiche nel gran mondo romano.
A Roma,  per non sfigurare la famiglia prese dimora  nel quartiere Parioli, dove fu affittato al costo di un perù un appartamento dai vasti saloni e dal terrazzo verde e fiorito.. Venne a decorarlo, in gran sordina, un architetto di grido che scelse persino i posacenere... Poi cominciò il valzer di cene, feste e cocktail che allora andavano per la maggiore. La grande – mettiamo Maria Giulia – era addetta agli onori di casa. Parlava, parlava, parlava, infilando qui e lì qualche parolina zuccherata in francese. A tutti quanti, ma soprattutto a chi aveva un'aureola da uomo di mondo, regalava quell’angolino di paradiso che deriva, nudo e crudo, dal sentirsi unici  nel vasto universo. La piccola, la bionda, - mettiamo Maria Elena – aveva più che altro una funzione decorativa. Sorridere e basta. con l’oro dei capelli a far da manto sulle spalle, era il suo dieci e lode. Di giorno le nostre signorine, abbigliate da studentesse, andavano, così dicevano, in facoltà;, di sera, strette nei tubini neri, ricevevano il bel mondo della Capitale. Passarono dei mesi e fu Maria Giulia (ma forse, chissà, si chiamava Anastasia)  per prima a fidanzarsi con un certo altolocato, cugino della padrona di casa, che non spiccava certo per acume né tantomeno per bellezza. Ma insomma non si può mica aver tutto dalla vita... Le nozze furono annunciate e celebrate in un batter d'ali. Quando la sposa uscì dalla bella chiesa di San Teodoro gettò il bouquet alla sorella e a me par di ricordare che il gesto suo somigliasse molto a quello che si fa per mandare in Cina uno che, mettiano, ti taglia la strada…
Subito dopo  Maria Elena (o era Genoveffa?) acchiappò il fratello più giovane del cognato, che era persino caruccio, e anche lei ebbe la sua bella fede al dito. Oltre, all'amore e, dettaglio trascurabile, a un attico che grattava le nuvole del Pincio, dirimpetto a quello della sorella. Sposate le ragazze, le feste in casa  finirono di botto e i due genitori annunciarono con gran pena ad amici e conoscenti che avrebbero tanto desiderato restare a Roma, ci mancherebbe, ma che il paesino loro li chiamava da lontano con una nostalgia manzoniana che stringeva loro il core. Dovevano seguire il richiamo dell’appartenenza. Partirono. E solo allora la padrona di casa, madre degli sposi, venuta a riprendere il suo, rimase senza fiato quando capì, entrando nella stanza di servizio, che la nostra famigliola (la cui cuginanza sventolata era solo frutto di italica omonimia) viveva tutta quanta imbastita insieme in quel cantuccio, che per letti aveva materassi senza reti e per comodini le cassette della frutta… Un ottimo investimento.

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