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lunedì 7 novembre 2011

Ovetto all'ostrica

      Mia madre era altissima per i suoi tempi. Un metro e settanta di infelicità pura. Roba che a dirlo oggi, che altissimi – o almeno alti - bisogna esserlo, fa quasi ridere. A scuola, a petto delle sue compagne, piccolissime piccole italiane, mia madre pareva un watusso. Sicché, per sembrare più bassina, teneva le spalle un poco gobbe e il mento a guardare verso sud. Nonna Stella, che era diventata mamma a quarant’anni passati, dopo aver sposato il suo vero amore (un ufficiale di cavalleria assai male in arnese) avrebbe voluto una pupa di bisquit di bimba, come la Ninni che era la figliola di sua sorella, consorte di un podestà in baffi e cravatta.
La Ninni aveva i capelli color miele, era alta un cecio e portava ritto in capo, vezzoso e snello, un bel fiocco bianco. La nonna Stella ne allacciò uno in testa anche alla sua Regina, che era una ragazzona già a sei anni e pareva crescere col buio, come se fosse innaffiata nottetempo da un misirizzi. “Non star tanto dritta!”, le diceva la nonna. Tutto inutile. Il fiocco pareva una bandiera piantata sull’Everest.  In una foto l’ho visto, il fiocco malandrino: in primo piano nella fotografia c’è nonna Stella con una espressione patetica, da Clara Calamai; dietro, lunga lunga, mia madre con un muso anche lui lungo che non vi dico. Il fiocco, un poco pendulo, non bianco ma pallido, come se avesse il mal di mare.
Durò poco, il fiocco. Come l’ovetto all’ostrica quotidiano, altra invenzione di mia nonna. La cura per la piccina: un ovetto al dì, da consumar di mattina, nudo e crudo, a digiuno, condito da una goccia di limone. Il primo giorno, eccola, nonna Stella con il suo bell'ovo al cucchiaio, che spandeva bava di chiara e aveva un cecetto di limone a far da neo sul tondo giallo...
Passan due giorni all'ovo d'amore, ne passa un terzo. E al quarto, nonna Stella, puff, a mani vuote. "Ma quale ovetto e ovetto? Tu sei tutta matta!”,  disse a mia madre con una voce di spine frettolose. Niente ovo, niente amore. E lei, la povera malatina, supplice, a labbra tremule, con la delusione dipinta in faccia in acrilico rosa: “Ma mamma, l’ovetto all’ostrica che dovevo prendere a digiuno tutti i giorni…”. Ma nonna Stella aveva girato già i tacchi

1 commento:

  1. ho un raccontino...nella mia agenda che si chiama l'ovetto. Non all'ostrica, niente limone, mia madre lo prelevava direttamente dal pollaio gli faceva un buco e mi obbligava a berlo..tiepido e scivoloso con due occhi come palle da biliardo....:(

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