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martedì 29 novembre 2011

Molto rumore per nulla


Un pomeriggio del lontano 1994 (credo) che allora mi pareva appena uscito dall’ovo, tra i rombi  di Tangentopoli - quando cioè un giorno sì e quello dopo anche, i politici venivano catturati a mazzi e si vedeva camminare a capo chino, come Pinocchio tre i due carabinieri, l’onorevole alterigia ridotta un pizzico - fui spedita dal mio caporedattore a scoprire cosa mai leggesse e come passasse il tempo nella sua cameretta d’ospedale un certo capelluto ex ministro degli Esteri, in odor di tangentalità, gran ballerino, lucido di anni Novanta, ma anche – si deve pur dire perché non si butta la minestra vecchia insieme al cacio buono – un quattroquarti di Pico della Mirandola condito in salsa Machiavelli.
Arrivai in tremori, rigirandomi nel cervello a mollo a bagnomaria il numero della stanza per fermarlo con una graffetta nella mia materia grigia in disordine. Ci credete? Niente ricordo - beata me che - non il nome dell’ospedale (forse era il Policlinico Agostino Gemelli?) né il numero della stanza, Solo un atrio immenso, rammento, e poi tante scale da salir da sola, mentre fuori il cielo indossava un mantellaccio nero come i capelli del mio malato, anzi del mio malato immaginario perché, lo sanno anche i bambini, è meglio imbustarsi al terzo piano di un ospedale che pelar certe gatte milanesi..
Salii, dunque, con un sasso in gola verso la mia stanza 101 e, aperta di slancio la porta, entrai fingendo di essere un’infermiera in borghese. Lui, il malato immaginario, mi guardò prima stupito, poi gradevolmente sorpreso forse perché ero bionda e con quella cert’aria da protomartire che fa sentir gli uomini importanti.
“Infermiera – mi dice – avrei proprio bisogno di…” e giù due nomi in latinorum che mi fanno rimanere basita. Sento una vampata di fuoco in faccia e lui, leggendomi dentro, mi fa, diventando tutto scuro come i capellacci lunghi suoi: “Lei non è un’infermiera, vero? Ora chiamo la vigilanza!”
Taccio e gli devo sembrar, che so, un’Andromeda senza Perseo, una piccola fiammiferaia perché, invece di suonare, prende a rider forte e, prima che io me ne scappi via, mi fa: “Almeno si segni i libri che ho sul comodino, fan notizia…” Mentre corro giù a rompicollo per le scale non so come riesco a scrivere i titoli sul mio scemisimo taccuino. E forse non ci crederete, ma neanche me li ricordo più. Molto rumore per nulla.   

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