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domenica 20 novembre 2011

Mangiafuco lungo l'orientale sarda

Tutti noi, piccoli Ponti, occupavamo nella Peugeot amaranto  di mio padre il cantuccio riservatoci anche nella vita di casa. Tra il puzzo di acrilico e di plastica, si celebrava, dunque, lo spettacolo simbolico della gerarchia famigliare. Seduti accanto ai finestrini, come reucci sul trono, uno per parte: i gemelli. Federico, che era venuto fuori per secondo, con la dignità di cartapesta del principe ereditario e primogenito, affacciava su quello di destra. Il sinistro, notoriamente  parte del diavolo, spettava a Gianluca che, neanche a farlo apposta, era mancino. Spalla contro spalla dei gemelli, i fratelli mediani. Sara, in qualità di femmina, e non aggiungo altro, sedeva a sinistra, accanto a Gianluca; Marco cadetto ma non troppo, vicino  a Federico In mezzo, appollaiata sul poggia-gomiti (inutile come certe sorprese che si trovano ancora oggi nelle uova di Pasqua) sedevo io.
Un giorno d'estate, mentre percorrevamo l'orientale sarda per raggiungere la messa delle undici di San Teodoro, un fumo nero, denso come petrolio, proveniente dal cofano davanti, prese a danzarci  in faccia. Spavaldo, si attorcigliava, ghignava il suo inferno e sveniva nell'aria fresca.
“Non è nulla”, disse mio padre. E continuò a guidare, incurante delle tante mani che si levavano tra i passanti, snobbando i loro occhi rotondi, le bocche a pozzo nero. Dall'alto del mio ridicolo trono, sicura del fatto di mio padre, guardavo con superiorità lo sgomento e l'affanno di tanti sconosciuti. Che caspita volevano tutti quanti, mica viaggiavamo su un elefante rosa... D'un tratto, la frenata. Rimbalzai contro il tettuccio, una capriola nel vuoto e poi atterrai  tra le braccia di mia madre. Mi ritrovai faccia a faccia con un cancamini spazzacamino con la faccia cotta alla brace, e tanti sentierini intagliati nel sughero. Guardava dentro l'abitacolo con certi occhiacci da Mangiafuoco e: “Ajò, dicca, li vuol farre arrosto?”. In un baleno, tutti fuori.  Senza più ordine e gerarchie.


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