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mercoledì 9 novembre 2011

Le pagliacciate di Pirandello

Non so a voi, ma a me ruga un tantinello la sagoma massiccia, bronzea, un po' troppo solenne di Vittorio Emanuele II,  in sella al suo panciuto destriero, che guarda il vuoto dall'alto del suo ceruleo Vittoriano e che sembra lì lì per partire al passo marziale per catturar ammirazione e gloria, dalla Piazza Venezia giù lungo la Via del Corso, che oggi è solo una gran vetrina consumista ma che, nel secolo scorso, era il Canal Grande romano, la via Lata, la grande strada dei palazzi e dei signori  papalini.  Mi ruga, dicevo, perché da buona romana, penso che le statue debbano essere tutte quante parlanti, amiche, come, mettiamo, Pasquino o Madama Lucrezia. Gente comune, che passa con il tempo, uomini e donne senza cavalli e pompa magna, ché a Roma, persino i Papi-Re avevano capito la lezione della vanitas vanitatum e le statue loro, i Pontefici, se le mettevano a casa o nelle chiese casomai, a salutar i fedeli dall'alto dei sepolcri. Per non dir nulla della statue degli imperatori che sono oramai tutte quante chiuse a chiave nei musei. Ma, direte voi, e San Paolo e San Pietro stiliti sulle colonne imperiali? Essi sono, essi ci sono. Ma per guardarli in faccia ci vuole ben più di un binocolo, sono lassì come su un nido di cicogna e dominano il regno dell'azzurro...
Chi si loda si sbroda, mi diceva nonna Stella per vaccinarmi all'umiltà e a me vien sempre in mente la voce sua quando cammino all'ombra del Re d'Italia,  che mi pare, detto tra noi, un gran pagliaccio, nella sua solennità umana e anche troppo umana, con quei baffoni ottocenteschi e l'aria impennacchiata del gran condottiero...
Passo, dunque, sotto l'Altare della Patria e non guardo in su né a lui e né alle nike alate che sono acqua passata, tale e quale ad Augusto e Nerone. Passo e il pensiero mi corre, invece,  a quelli che sono senza statue, ma che le statue le hanno costruite, aere perennius, con le parole. I veri grandi, per me. Una volta, molti anni orsono, conobbi ad Agrigento, dove ero andata a far da cronista in un convegno, un discendente di Luigi Pirandello. Un giovialone alto a pinnacolo, generoso di parole e di risate, questo signore qui il cui nome era vagamente simile a quello dell'avolo, mi prese, non so perché in simpatia e mi raccontò una storia che non è tragicomica e non è della mia infanzia, ma che è in sé  tutto l'opposto della statua di Vittoirio Emanuele II. E vado a raccontarla. Quando Luigi Pirandello, accademico d'Italia, ebbe il premio Nobel, se ne stava seduto alla sua scrivania, pestando sui tasti della sua primitiva macchina da scrivere. Il nipote  bambino (il tipo di mia conoscenza) a ruzzargli intorno:  nonno con  nipotino. E basta. Scrisse, Pirandello, pestò, picchiò:  il rullo su e giù come una cerniera lampo. Poi si alzò. Il bambino allora emerse dal pavimento come un palombaro dalle onde e lesse una sola parola ripetuta all'infinito: "Pagliacciate, pagliacciate, pagliacciate".

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