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mercoledì 2 novembre 2011

Il jazz di Mussolini

Negli anni Settanta, quando io potevo ancora contar gli anni miei sulla punta delle dita di due mani, la crisi aveva un altro aggettivo: era petrolifera, nera nera come un carbonaio. Non si chiamava crisi, per carità, ma austeriti (scritto all'inglese, con l'i lunga, come se noialtri non avessimo la parola nostra, bella, rotonda e italiana che invece di terminar in un'avara  e striminzita "i", aveva nel finale un' "a" con accento di primavera...) e si contava nei miniassegni che allora circolavano al posto, mi pare, delle monete, per la gioia di noi bambini che li collezionavamo. Sembravan soldi di bambola, buoni per farci degli scambi al pari  delle figurine degli album dei calciatori o della Disney. "Ce l'hai quello del Monte dei Paschi?", chiedeva minitizio. "No, io ho quello del Santo Spirito", rispondeva il piccolo Caio ed era un do ut des in grazia di Dio. Ce l'ho, ce l'ho, mi manca. Come una litania. Il contrario delle targhe alterne che piovevano, ingiuste come il peccato, dall'alto ed erano una vera croce per gli automobilisti di allora, fieri delle loro Fiat appena uscite dal forno. "Io ho una pari", diceva mia madre, riferendosi alla sua giardinetta turchina, e cercava di rammentarsi, battendo le dita su una guancia, se fosse o no il giorno di libera uscita...
Altro latinorum di quella crisi provinciale, al pane e salame, tutta quanta rannicchiata nel nostro Stivale era la svalutazione che per me, bambina, era al massimo un votaccio in pagella. Un votaccio al primo trimestre che si poteva ben rimediare... E così fu. I politici fecero le loro ramanzine in grige tribune elettorali televisive condotte da Mario Pastore, qualcuno, non so chi, forse il Mago di Oz, fece qualcosa e tutto finì nel Carnevale degli anni Ottanta. I miniassegni  al macero come i brutti libri e i ricordi tristi e l'Italia, oplà, divenne una bevanda, L'Italia da bere. Io ero appena sbocciata e donna e appena appena giornalista pubblicista, con la schifabile (allora) tessera verde, a saltellare da una conferenza stampa a una presentazione di libro.
Un ricordo mi balena prepotente. Sono in uno scuro teatro che potrebbe essere il Valle, ma non ne sono sicura. Sul palco c'è Giulio Andreotti - con quella sua lingua arguta,  un poco biforcuta, e al tempo stesso, non so dir perché, mesta - che presenta  il suo ennesimo libro. Tutt'intorno la folla applaude. Applaude il debito. Terminato l'incontro, per me da sbadiglio, condotto da non so più quale giornalista alla moda, sale sul palco a portare un poco d'arte, Romano Mussolini, per il suo omaggio in jazz a Gorni Kramer. Mi guardo intorno: un fuggi fuggi generale. Il teatro è vuoto. Di quella serata conservo non il libro di Andreotti (che chissà a chi ho donato...), ma la piccola audiocassetta del concerto jazz di Musolini, con l'etichetta fotocopiata per risparmiare. Come se fosse ancora negli anni Settanta.   

1 commento:

  1. molto bello questo articolo, non mi ricordavo dei mini assegni...mi hai fatto sorridere. Ricordo però i gettoni del telefono che circolavano liberamente come moneta....e i resti in caramelle :))

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