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mercoledì 23 novembre 2011

Bello come il sole

Avevo conosciuto Gervasia, anzi suor Gervasia, per una collana di eventi che non hanno in sé nulla di tragicomico e che, quindi, preferisco lasciar in un canto e, via, in allegria!  Lei, piccola, rotondetta, tutto pepe - come certe trottole che sembrano far piroette anche quando la luce nella cameretta è spenta e i bambini coricati - aveva avuto dalla superiora dell’ordine il permesso di non occuparsi di pupi e grembiulini, ma di disgraziati, carcerati e affini. E io, con lei. Passavo, dunque, mattinate a far da postina a questo o a quel povero Lazzaro;  da Cyrano agli stranieri che non masticavano l’italiano e altre allegre amenità di questo tipo. Un giorno era un pacco da consegnare, un altro un orlo da cucire. Lei, Gervasia aveva una frase sola da adoperar per tutti, caini e abeli, alti e bassi, grassi e magri:. Diceva solo: “Bello (o bella, per le femmine) come il sole” e poi silenzio e sorriso.
Una mattina marzolina, mentre il mondo si sciacquava la faccia in acqua fredda, io e Gervasia siamo, tutte quante apparecchiate, a Sant’Anselmo, che è  una chiesa in un giardino, china sul Tevere dall’alto dell’Aventino. Chi c’è chi non c’è, suor Gervasia non me lo vuol dire e nel suo facciotto bianco e rosa si sgomitola la solita allegra serenità di sempre. D’un tratto, da un gran portone color fango, esce un monaco vestito in foggia tibetana, giallo e arancione e un poco rosso carminio pure. Ci guarda e ci fa segno di aspettare. Tiro appena su col naso ed ecco uscir dalla stessa porta… il Dalai Lama.  Tra lui e Gervasia, solo sorrisi, inchini, silenzi. Io, mutola, un nodo nella strozza. Ma è già tempo di andar via.  Prima di girare i tacchi, senza scherzi, udii Gervasia dire al Dalai Lama: “Bello come il sole!” e battergli sulle gote riarse due manine di cioccolato bianco…

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