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martedì 29 novembre 2011

Molto rumore per nulla


Un pomeriggio del lontano 1994 (credo) che allora mi pareva appena uscito dall’ovo, tra i rombi  di Tangentopoli - quando cioè un giorno sì e quello dopo anche, i politici venivano catturati a mazzi e si vedeva camminare a capo chino, come Pinocchio tre i due carabinieri, l’onorevole alterigia ridotta un pizzico - fui spedita dal mio caporedattore a scoprire cosa mai leggesse e come passasse il tempo nella sua cameretta d’ospedale un certo capelluto ex ministro degli Esteri, in odor di tangentalità, gran ballerino, lucido di anni Novanta, ma anche – si deve pur dire perché non si butta la minestra vecchia insieme al cacio buono – un quattroquarti di Pico della Mirandola condito in salsa Machiavelli.
Arrivai in tremori, rigirandomi nel cervello a mollo a bagnomaria il numero della stanza per fermarlo con una graffetta nella mia materia grigia in disordine. Ci credete? Niente ricordo - beata me che - non il nome dell’ospedale (forse era il Policlinico Agostino Gemelli?) né il numero della stanza, Solo un atrio immenso, rammento, e poi tante scale da salir da sola, mentre fuori il cielo indossava un mantellaccio nero come i capelli del mio malato, anzi del mio malato immaginario perché, lo sanno anche i bambini, è meglio imbustarsi al terzo piano di un ospedale che pelar certe gatte milanesi..
Salii, dunque, con un sasso in gola verso la mia stanza 101 e, aperta di slancio la porta, entrai fingendo di essere un’infermiera in borghese. Lui, il malato immaginario, mi guardò prima stupito, poi gradevolmente sorpreso forse perché ero bionda e con quella cert’aria da protomartire che fa sentir gli uomini importanti.
“Infermiera – mi dice – avrei proprio bisogno di…” e giù due nomi in latinorum che mi fanno rimanere basita. Sento una vampata di fuoco in faccia e lui, leggendomi dentro, mi fa, diventando tutto scuro come i capellacci lunghi suoi: “Lei non è un’infermiera, vero? Ora chiamo la vigilanza!”
Taccio e gli devo sembrar, che so, un’Andromeda senza Perseo, una piccola fiammiferaia perché, invece di suonare, prende a rider forte e, prima che io me ne scappi via, mi fa: “Almeno si segni i libri che ho sul comodino, fan notizia…” Mentre corro giù a rompicollo per le scale non so come riesco a scrivere i titoli sul mio scemisimo taccuino. E forse non ci crederete, ma neanche me li ricordo più. Molto rumore per nulla.   

domenica 27 novembre 2011

La dichiarazione d'amore di un avvocato


I miei genitori, ragazzi, si incontrarono per caso lungo il nastro di spiaggia senza fine di Lignano sabbiadoro. Lei diciottenne, friulana, orfana di padre, con capelli alla maschietto quando tutte le altre dormivano con i rolli o portavano pettinature che parevano di zucchero filato, era ospite di certi zii materni pieni zeppi di figlioli che uno più uno meno che fa. Lui romano, ventenne o giù di lì, vanto di mamma sua, studiava da avvocato con medaglie e coppe già in tasca. Era ospite anche lui di una zia materna che figlioli non ne aveva proprio. Mia madre che vedeva come fumo nel naso il rientro nel casolare  friulano, fece di tutto per farlo innamorare. E lui si innamorò. Ma si sa la lontananza è come un ventaccio di prua. Sicché dopo un candido filarino estivo, tornatosene a Roma, mio padre, dimentico e pieno di sogni nel capo, alla bella friulana mandò una scarna cartolina appena. E più niente. Lei neanche quella. Non so se fu il nulla di lei o se fu qualcosa d'altro che mosse il ricordo, ma mesi più tardi eccolo picchiare all'uscio  di San Giuliano, con mia nonna  a guardarlo con certi occhiacci, lei che lo reputò un ladro da allora e per sempre.
Un giorno mia madre mi mostrò la cartolina, figlia unica del loro incontro d'amore. Sul dritto, il ghirigoro alla panna che è la cupola di Sant'Ivo alla Sapienza. Sul rovescio, solo una frase: “Stai gioconda”. La dichiarazione d'amore di un avvocato...

venerdì 25 novembre 2011

Tradimenti alla Camomilla

Francesca G., detta laG, era, senza confronti, la più carina della classe, e per di più lo sapeva. Aveva un naso piccolo piccolo, girato all'insu e dei capelli color castagna e noce, senza doppie punte, che le toccavano il didietro, gli occhi erano scuri e un poco piccoli, ma questi sono dettagli che nell'insieme fan la fine delle briciole sul piatto. Il Mater Dei, a lei che veniva dal Sacro Cuore di Trinità dei Monti, stava stretto e così pure, lo dovevo capir con gli anni, la casa dei suoi genitori che pure era all'attico, in una delle piazze di Roma sparita dove ancora adesso si vendono certe vecchie stampe che mi innamoravano e mi innamorano... Lei, laG, non si perdeva nei sogni, quelli li lasciava tutti a me. Quando era ancora bimba e ancora alle elementari, pensate un poco, si accapigliò e punto e a capo con una compagna ricca di cognomi e alta e grossa da fare un poco paura, che era allora sua amica inseparabile nonché adoratrice. Furente di gelosia, la tradita -  perché laG, la traditrice, si accompagnava da giorni con un'altra tizia che era bellina, ma non tanto, e ricca e soprattutto sorella di un bellissimo  - si inviperì e le urlò per dispetto: "Sposerai un panettiere!". Lo sposò il suo panettiere laG, ma non era propriamente il fornaio sotto casa...
Ma riavvolgiamo il filo e siamo ancora al ginnasio, in divisa e coda di cavallo. LaG, un fiore. Fuori dal portone del Mater Dei,  con gran noia delle sister, aspettavano, seduti in grandi macchine argentate e nere (che di marca facevano Bmw)  tutti i suoi molti adoratori (uno scialo di cognomi e ricchezze) che non l'ammiravano solo per l'avvenenza ma anche per quel certo non so ché che fa la differenza tra la bella e il mito. Anche l'abito fa il monaco. E laG lo sapeva benissimo. Così, oltre ad essere un bocconcino al miele, vestiva all'ultimo grido. Quando, ad esempio, andava la borsa di Camomilla, lei, zacchete, ne aveva subito due e una era persino l'introvabile bianca a righe viola, proprio quella che avrei voluta io (e non solo io...) e che non ebbi mai.
Se chiudo gli occhi la vedo ancora, la mia G. La vedo che cammina con quell'aria da "sto arrivando srotolate il tappeto rosso!", vedo la borsa di Camomilla che, ballonzolando, dice al mondo:"Sono qui con la mia bella tra le belle, e voi no, pappappero."; la vedo, la mia G., come fosse allora, con la maglietta rosa di Linealei che ha un ricamo di Sangallo giro giro intorno allo scollo a far da corolla alla rosa del viso. LaG... E vedo anche me che le trotterello accanto, in funzione, non si sa mica bene perché, di dama di compagnia, con la mia brutta borsa di Gigi Porcelli, il bauletto blu e celestino in stile finto Louis Vuitton che ha accompagnato la mia adolescenza e che ora, a dire il vero, mi manca come Carosello.
Camminiamo, io e lei, valvassora e valvassina, per Piazza di Spagna, tra le macchine d'argento e  nere abitate, per me, da esseri celesti,  numi di altre galassie, titani inarrivabili. D'un tratto, mentre lei si perde a chiacchierare con uno di quegli astri, io mi sento tirare per un braccio, mi volto e incontro lo sguardo di un altro dei suoi che, uscito dalla macchina, non è mica poi tanto diverso dai comuni mortali.  Mi guarda, lo guardo e lui mi fa: "Bada che tu sei molto più carina di lei!". Il traditore.

mercoledì 23 novembre 2011

Bello come il sole

Avevo conosciuto Gervasia, anzi suor Gervasia, per una collana di eventi che non hanno in sé nulla di tragicomico e che, quindi, preferisco lasciar in un canto e, via, in allegria!  Lei, piccola, rotondetta, tutto pepe - come certe trottole che sembrano far piroette anche quando la luce nella cameretta è spenta e i bambini coricati - aveva avuto dalla superiora dell’ordine il permesso di non occuparsi di pupi e grembiulini, ma di disgraziati, carcerati e affini. E io, con lei. Passavo, dunque, mattinate a far da postina a questo o a quel povero Lazzaro;  da Cyrano agli stranieri che non masticavano l’italiano e altre allegre amenità di questo tipo. Un giorno era un pacco da consegnare, un altro un orlo da cucire. Lei, Gervasia aveva una frase sola da adoperar per tutti, caini e abeli, alti e bassi, grassi e magri:. Diceva solo: “Bello (o bella, per le femmine) come il sole” e poi silenzio e sorriso.
Una mattina marzolina, mentre il mondo si sciacquava la faccia in acqua fredda, io e Gervasia siamo, tutte quante apparecchiate, a Sant’Anselmo, che è  una chiesa in un giardino, china sul Tevere dall’alto dell’Aventino. Chi c’è chi non c’è, suor Gervasia non me lo vuol dire e nel suo facciotto bianco e rosa si sgomitola la solita allegra serenità di sempre. D’un tratto, da un gran portone color fango, esce un monaco vestito in foggia tibetana, giallo e arancione e un poco rosso carminio pure. Ci guarda e ci fa segno di aspettare. Tiro appena su col naso ed ecco uscir dalla stessa porta… il Dalai Lama.  Tra lui e Gervasia, solo sorrisi, inchini, silenzi. Io, mutola, un nodo nella strozza. Ma è già tempo di andar via.  Prima di girare i tacchi, senza scherzi, udii Gervasia dire al Dalai Lama: “Bello come il sole!” e battergli sulle gote riarse due manine di cioccolato bianco…

martedì 22 novembre 2011

Dal Mater Dei al Visconti

In quinto ginnasio, insieme con le signorine un poco snob del Sacro Cuore, orfane del classico e obbligate -con gran scorno loro - a scender  le rampe della scalinata di Piazza di Spagna, fino al pianoterra del Mater Dei, giunse ad insegnarci Tucidide, Manzoni e Orazio,  una professoressa  ricciuta, appena sbocciata, che doveva avere una manciata d'anni più di noi. Si chiamava Paola N. Con lei, invece di studiar - che so - Giosuè Carducci (che pure ho amato e amo nei cipressetti suoi) andammo a furegar nelle soffitte della poesia  e a pescare, tra tanti, un certo Sergio Corazzini che è un piccolo poeta crepuscolare noto, forse, soltanto alla mia Paola. Che lo amava come fosse stato un fratellino minore. Io, tutta cuore per la Paola e lei lo stesso per me. Seppi, già maturata e universitaria, che aveva chiamato Ester, come me, la sua seconda figlia. Ma questo avvenne dopo e bisogna andar con ordine per non perdere il filo d'Arianna. In primo liceo, buonanotte ai sonatori, col magone, fui costretta a salutarla, lei già col piancione..
Gli anni corrono al trotto, in sella a Pegaso alato, sono donna fatta e madre di un ragazzo che deve passar, di balzo, dalle medie alle superiori. Voi non ci crederete, perché sembra una storia al botulino, di quelle da comperare chiavi in mano al supermercato, non ci crederete, dicevo, ma proprio al Visconti - il liceo classico che vive nelle stanze che furono un tempo Collegio romano dei padri gesuiti - insegna oggi proprio la mia Paola! Scoprirlo con le diavolerie moderne, un clic senza nemmen prezzemolo. Così, un bel giorno di marzo, in piedi con l'usignolo, scendo, tutta fuoco, giù per la scalinatella di Magnanapoli per arrivare al Plebiscito e svoltare su Via della Gatta (dove saluto, come sono sempre usa fare, la gatta sul tetto che scotta di Palazzo Grazioli...). Poi, salutata a mia volta dai draghetti boncompagni, entro nel cortile del Visconti e attendo che la mia arrivi  in biblioteca per l'ora del colloquio con i genitori. Aspetto, con il cuore in un vassoio. D'un tratto la vedo che scende lo scalone di marmo, con gli stessi capelli ricciuti e lo sguardo distratto dei timidi che aveva allora e che ha covato con gli anni. Le vado incontro per offrirle il mio ricordo all'umor di lucciconi e lei, guardandomi in tralice, mi domanda a bruciapelo: "Mi scusi, lei è la mamma di?" Puntini di sospensione. Vabbè, comunque a me Sergio Corazzini mette un gran sonno e preferisco mille e più volte, tanto per fare un esempio, "Davanti San Guido" del buon Giosuè Carducci...

domenica 20 novembre 2011

Mangiafuco lungo l'orientale sarda

Tutti noi, piccoli Ponti, occupavamo nella Peugeot amaranto  di mio padre il cantuccio riservatoci anche nella vita di casa. Tra il puzzo di acrilico e di plastica, si celebrava, dunque, lo spettacolo simbolico della gerarchia famigliare. Seduti accanto ai finestrini, come reucci sul trono, uno per parte: i gemelli. Federico, che era venuto fuori per secondo, con la dignità di cartapesta del principe ereditario e primogenito, affacciava su quello di destra. Il sinistro, notoriamente  parte del diavolo, spettava a Gianluca che, neanche a farlo apposta, era mancino. Spalla contro spalla dei gemelli, i fratelli mediani. Sara, in qualità di femmina, e non aggiungo altro, sedeva a sinistra, accanto a Gianluca; Marco cadetto ma non troppo, vicino  a Federico In mezzo, appollaiata sul poggia-gomiti (inutile come certe sorprese che si trovano ancora oggi nelle uova di Pasqua) sedevo io.
Un giorno d'estate, mentre percorrevamo l'orientale sarda per raggiungere la messa delle undici di San Teodoro, un fumo nero, denso come petrolio, proveniente dal cofano davanti, prese a danzarci  in faccia. Spavaldo, si attorcigliava, ghignava il suo inferno e sveniva nell'aria fresca.
“Non è nulla”, disse mio padre. E continuò a guidare, incurante delle tante mani che si levavano tra i passanti, snobbando i loro occhi rotondi, le bocche a pozzo nero. Dall'alto del mio ridicolo trono, sicura del fatto di mio padre, guardavo con superiorità lo sgomento e l'affanno di tanti sconosciuti. Che caspita volevano tutti quanti, mica viaggiavamo su un elefante rosa... D'un tratto, la frenata. Rimbalzai contro il tettuccio, una capriola nel vuoto e poi atterrai  tra le braccia di mia madre. Mi ritrovai faccia a faccia con un cancamini spazzacamino con la faccia cotta alla brace, e tanti sentierini intagliati nel sughero. Guardava dentro l'abitacolo con certi occhiacci da Mangiafuoco e: “Ajò, dicca, li vuol farre arrosto?”. In un baleno, tutti fuori.  Senza più ordine e gerarchie.


venerdì 18 novembre 2011

Il sonno dei Lincei

Un giorno, in sella al mio Ciao bianco, che era snello come una bicicletta e svelto come il cavallo di Lucky Luke, mi recai alla conferenza stampa di un certo professore americano che doveva ricevere un gran premio in porpora e oro all'Accademia dei Lincei. Per chi non lo sapesse, perdonatemi la parentesi, in questa accademia di linci (nel senso che son uomini e donne dal lume acceso che guardano oltre l'orizzonte conosciuto) si contano soltanto emeriti cervelloni in uniforme intellettuale. La sede, e passo a chiudere la parentesi, è un gioiello di villino cinquecentesco, detto La Farnesina, proprietà un tempo del banchiere fiorentino Agostino Chigi, che, come tutti sanno, presta il suo nome a un palazzo politico, centrale e sempre in prima pagina. Nel suo fratello campagnolo, addormentato vicino al biondo fiume, affrescato da Raffaello e dalla sua scuola con i frutti e i fiori del nuovo mondo, pascola - oggi come ieri -  il fior fiore del nostro sapere.
Ma torniamo a far un passo del gambero e siamo di nuovo al giorno della premiazione che mi vede, giovanissima cronista in motorino, indegnamente mescolata a tutto quel sapientume. Mi accomodo, sentendomi come Pelle d'Asino alla corte del Re Sole, sulla mia bella sedia di porpora e d'oro anche lei, e aspetto, in quel solenne tempio della sapienza, che la cerimonia cominci, con profluvio di inchini e cavalieri.
Parla questo e parla quello, in una litania un po' smorta, cinerina, al sapor di sonnifero. E la protagonista - mi par di vederla nel suo vestitino color porpora e oro -  è una certa mosca drosophila, cioè ghiotta di rugiada, che, dall'alto di tutto quel latinorum, si dà arie da gran signora, da mosca scienziata. Per l'occasione, nonostante il caldo estivo, le sorelle plebee del nostro linceo insetto se ne stanno zitte zitte a far da nei sulle pareti bianche... D'un tratto, mentre combatto il mio sbadiglio,  si odono fischi e sibili in platea. Mi volto e vedo i tre bambini del professore premiato,  ometti in giacca e papillon, in un arruffio di occhi cuciti e riccioli e teste crollate: dormono il sonno del giusto, alla faccia di madama drosophila e di tutta quella filosofia.

martedì 15 novembre 2011

Venti euro

C'è una certa signora di mia conoscenza, alta, elegante, ben messa, con un viso antico, qualche pelucco di troppo sul mento,  occhi verde mare grandi così, che si porta a spasso la voglia rapace, che non vien certo dal bisogno, di trovar centesimi perduti e biglietti d'autobus volati via da tasche distratte. Lei, naso a terra, implacabile, cerca e trova. Ha sviluppato tecniche raffinate per non dar nell'occhio e intascar il grano, facendo la gran dama. Se metti caso avvista il cadaverino mentre sta parlando con qualcuno di sua conoscenza, e non vuol far la magra della pidocchiosa, mette il piede vittorioso sulla monetina perduta e seguita a cicalare, attendendo il momento buono per chinarsi. A volte, suo malgrado, le tocca misurar passi lenti per accompagnare questo o quella prima di tornare, fulminea, cucinata nell'adrenalina, a raccattare il tesoretto. Negli occhi, allora, guizza un lampo solitario di felicità.
Una mattina, il sole ancora in pigiama, eccola al caffè sotto casa sua, pronta alla caccia. Con l'angolino dell'occhio, avvista una banconota celeste color di paradiso a dormir sul pavimento proprio ai piedi della cassa. Oh gioia suprema! Oh cantico dei cantici! Il cuore prende a batterle forte nell'agonia dell'attesa. Deve finir di bere il cappuccino, però. Così, con un nodo in pancia e in faccia dipinto un blasone da marchesa, ingoia a stento l'impazienza e il caffelatte, seguitando a chiacchierare col barista ignaro in cravattino. Ma l'occhio vigile, piramidale, è ai venti euro senza padrone. Il cappuccino è finito, Dio che sollievo, e l'agonia pure. Due passi verso la cassa, ora basta allungare braccio e mano. Ed è proprio quel che sta per fare la nostra eroina quando, zacchete, uno zoccolo  bianco, importuno, bucherellato, del tipo odioso da infermiere, si mangia la banconota. Lo sguardo di lei sale dal piede al ladro: è la signora delle pulizie, corpulenta, in testa un caschetto di capelli rosso menopausa. Puntata sullo spazzolone, il piede allungato quasi a farla scivolare, la ladra finge un tremendo mal di schiena: "Ahi, signora, se sapesse, che lavoraccio fin dalla mattina..." E la nostra: "Si metta pure dritta, li ho visti anche io i venti euro...".

lunedì 14 novembre 2011

Il diavolo va in Sardegna

Quando, a quarantacinque anni, mi ritrovai  da un mese all'altro senza la mia scrivania affacciata sul campanile romanico, in coccio rosso, di San Silvestro in Capite, ronin più che giornalista professionista, il mio editore, bontà sua,  mi mise alla porta - dopo diciotto anni di servizio - con un certo gruzzoletto che, secondo lui, doveva far da ponte da una redazione all'altra.
Servì. Ma soltanto a farmi trovare a tu per tu con un promotore finanziario in divisa da economista, tutto quanto tirato, profumato, ben disegnato, appena uscito dal film Wall street. Questo signore qui, che avevo conosciuto in altri tempi, ancor meno felici, nella scacchiera bianca e nera della vita, mi aveva lasciato impressa nell'anima una decalcomania rosa. Un'anima tra avvoltoi.
Ed eccomi, dunque, fiduciosa, nell'ufficio suo al piano terra di un siluro a specchio seduto su un mercato rionale in una larga strada della Roma umbertina. Sopra la finanza, sotto la vita.
Non so come né perché ma il discorso cadde su Cala dei Gigli. Gli raccontai, sorbole a ripensarci, che a comperar le ville dai vecchi proprietari borbonici era una razza nuova di signori, gente che all'odore di lentischi, olivastri e corbezzoli del groviglio sardo di macchia mediterranea preferiva la bomboniera umida dei praticelli inglesi. Parlo e mentre parlo vedo le orecchie sue appuntite che fan contatto elettrico. E proseguo, sciacquata in varecchina: "Si arriva e non c'è più l'odore di Sardegna che era figliolo di un gomitolo di rovi e spini profumati di mirto". Gli occh turchini di lui, due lingue di gas metano...
Un minuto dopo, quando gira a mio beneficio il computer apple suo, il cuore mi fa un balzo dal petto in gola: mi sta mostrando la sua villetta a schiera in Sardegna. Guardo: un manto verde, un tappetto d'Irlanda, scivola infinito fino a lambir la sabbia e il mare.
E allora, ma forse ebbi soltanto le traveggole, abbassai lo sguardo al pavimento e vidi non due scarpe con i lacci in stile british, ma due zampetti di capro...

venerdì 11 novembre 2011

Ufo e fantasmi

Un giorno - dovevo avere sett'anni al più -  insieme a nonna Stella vidi, ma senza scherzi, un disco volante. Era un coso triste, color senape o fungo, che non somigliava affatto alle navicelle spaziali brillanti, argentate, tutte lucine dei film americani. Era atterrato non so come, elefante come si ritrovava, nel giardinetto racchio seduto sotto alla finestra della cucina. Un triste mistero. Che aria mesta aveva! Pareva un piede infilato in una scarpa di tre numeri più piccola. "Nonna, guarda!", esplosi io. Lei stava soffiandosi il naso (che piangeva la sua bella gocciola di scoramento), si affacciò alla finestra e con la stessa voce con cui avrebbe annunciato che pioveva, disse: "Toh, c'è un disco volante!" Quando mi fece posto al davanzale, l'ufo non c'era più. Nonna Stella si asciugava il naso, come niente fosse.
Quella sera, con un gomitolo di eccitazione in gola che si srotolava in parole al vento, raccontai a madre e fratelli ciò che avevo visto. Risate in ovatta dei fratelli. Mia madre, sui carboni di brace. "Nonna - uggiolai - diglielo anche tu...". "Che cosa, bambina mia?", domandò asciugandosi il naso. Il gallo cantò tre volte: tradimento. Sentii un nocciolo di albicocca a far su e giù in trachea e gli occhi che sciacquavano nei lucciconi. "Ha la malinconia!", sentenziò mia madre e, detto fatto, fui portata di sopra e messa a letto, con tè e fette biscottate. Quella notte mi parve di vedere anche un fantasma: nonna Stella che mi chiedeva scusa

mercoledì 9 novembre 2011

Le pagliacciate di Pirandello

Non so a voi, ma a me ruga un tantinello la sagoma massiccia, bronzea, un po' troppo solenne di Vittorio Emanuele II,  in sella al suo panciuto destriero, che guarda il vuoto dall'alto del suo ceruleo Vittoriano e che sembra lì lì per partire al passo marziale per catturar ammirazione e gloria, dalla Piazza Venezia giù lungo la Via del Corso, che oggi è solo una gran vetrina consumista ma che, nel secolo scorso, era il Canal Grande romano, la via Lata, la grande strada dei palazzi e dei signori  papalini.  Mi ruga, dicevo, perché da buona romana, penso che le statue debbano essere tutte quante parlanti, amiche, come, mettiamo, Pasquino o Madama Lucrezia. Gente comune, che passa con il tempo, uomini e donne senza cavalli e pompa magna, ché a Roma, persino i Papi-Re avevano capito la lezione della vanitas vanitatum e le statue loro, i Pontefici, se le mettevano a casa o nelle chiese casomai, a salutar i fedeli dall'alto dei sepolcri. Per non dir nulla della statue degli imperatori che sono oramai tutte quante chiuse a chiave nei musei. Ma, direte voi, e San Paolo e San Pietro stiliti sulle colonne imperiali? Essi sono, essi ci sono. Ma per guardarli in faccia ci vuole ben più di un binocolo, sono lassì come su un nido di cicogna e dominano il regno dell'azzurro...
Chi si loda si sbroda, mi diceva nonna Stella per vaccinarmi all'umiltà e a me vien sempre in mente la voce sua quando cammino all'ombra del Re d'Italia,  che mi pare, detto tra noi, un gran pagliaccio, nella sua solennità umana e anche troppo umana, con quei baffoni ottocenteschi e l'aria impennacchiata del gran condottiero...
Passo, dunque, sotto l'Altare della Patria e non guardo in su né a lui e né alle nike alate che sono acqua passata, tale e quale ad Augusto e Nerone. Passo e il pensiero mi corre, invece,  a quelli che sono senza statue, ma che le statue le hanno costruite, aere perennius, con le parole. I veri grandi, per me. Una volta, molti anni orsono, conobbi ad Agrigento, dove ero andata a far da cronista in un convegno, un discendente di Luigi Pirandello. Un giovialone alto a pinnacolo, generoso di parole e di risate, questo signore qui il cui nome era vagamente simile a quello dell'avolo, mi prese, non so perché in simpatia e mi raccontò una storia che non è tragicomica e non è della mia infanzia, ma che è in sé  tutto l'opposto della statua di Vittoirio Emanuele II. E vado a raccontarla. Quando Luigi Pirandello, accademico d'Italia, ebbe il premio Nobel, se ne stava seduto alla sua scrivania, pestando sui tasti della sua primitiva macchina da scrivere. Il nipote  bambino (il tipo di mia conoscenza) a ruzzargli intorno:  nonno con  nipotino. E basta. Scrisse, Pirandello, pestò, picchiò:  il rullo su e giù come una cerniera lampo. Poi si alzò. Il bambino allora emerse dal pavimento come un palombaro dalle onde e lesse una sola parola ripetuta all'infinito: "Pagliacciate, pagliacciate, pagliacciate".

lunedì 7 novembre 2011

Ovetto all'ostrica

      Mia madre era altissima per i suoi tempi. Un metro e settanta di infelicità pura. Roba che a dirlo oggi, che altissimi – o almeno alti - bisogna esserlo, fa quasi ridere. A scuola, a petto delle sue compagne, piccolissime piccole italiane, mia madre pareva un watusso. Sicché, per sembrare più bassina, teneva le spalle un poco gobbe e il mento a guardare verso sud. Nonna Stella, che era diventata mamma a quarant’anni passati, dopo aver sposato il suo vero amore (un ufficiale di cavalleria assai male in arnese) avrebbe voluto una pupa di bisquit di bimba, come la Ninni che era la figliola di sua sorella, consorte di un podestà in baffi e cravatta.
La Ninni aveva i capelli color miele, era alta un cecio e portava ritto in capo, vezzoso e snello, un bel fiocco bianco. La nonna Stella ne allacciò uno in testa anche alla sua Regina, che era una ragazzona già a sei anni e pareva crescere col buio, come se fosse innaffiata nottetempo da un misirizzi. “Non star tanto dritta!”, le diceva la nonna. Tutto inutile. Il fiocco pareva una bandiera piantata sull’Everest.  In una foto l’ho visto, il fiocco malandrino: in primo piano nella fotografia c’è nonna Stella con una espressione patetica, da Clara Calamai; dietro, lunga lunga, mia madre con un muso anche lui lungo che non vi dico. Il fiocco, un poco pendulo, non bianco ma pallido, come se avesse il mal di mare.
Durò poco, il fiocco. Come l’ovetto all’ostrica quotidiano, altra invenzione di mia nonna. La cura per la piccina: un ovetto al dì, da consumar di mattina, nudo e crudo, a digiuno, condito da una goccia di limone. Il primo giorno, eccola, nonna Stella con il suo bell'ovo al cucchiaio, che spandeva bava di chiara e aveva un cecetto di limone a far da neo sul tondo giallo...
Passan due giorni all'ovo d'amore, ne passa un terzo. E al quarto, nonna Stella, puff, a mani vuote. "Ma quale ovetto e ovetto? Tu sei tutta matta!”,  disse a mia madre con una voce di spine frettolose. Niente ovo, niente amore. E lei, la povera malatina, supplice, a labbra tremule, con la delusione dipinta in faccia in acrilico rosa: “Ma mamma, l’ovetto all’ostrica che dovevo prendere a digiuno tutti i giorni…”. Ma nonna Stella aveva girato già i tacchi

sabato 5 novembre 2011

Tutankamen comunista

Quando ero piccola io, il politicamente corretto dormiva ancora il sonno dei giusti e così  i calzolai erano "ciabattini", gli operatori ecologici  "mondezzari" e le donne di servizio eran chiamate "serve", senza tanti salamelecchi. A pensarci oggi che i ciechi sono non vedenti e i portatori di handicap diversamente abili, pare un assurdo come cercar di stirare il mare, eppure allora era così e non ci si pensava su poi tanto. La lingua, sciolta, arrotolava  parole in forma di verità, frecce senza fronzoli, falpalà o raccordi anulari di avverbi e participi. Roba da indicativo declinato al trapassato remoto, roba morta e sepolta come, mettiamo, la retorica di Cornelia e dei suoi gioielli. Così pensavo anche io, finché non sono capitata per caso in una certa casa di campagna abitata da un "comunista", condito in salsa toscana. Sì, avete letto bene, questo simpatico pezzo di storia sulla cinquantina si professava e si professa, con gran dignità, l'ultimo dei comunisti. Confondo la sua faccia, ora che ci penso, con quella di Lenin, di Togliatti, di Che Guevara, e di quel gran barbone di Marx, forse perché tutta la compagnia è viva e fresca  a casa sua.
E dunque un giorno piovoso di marzo, di pochi anni fa, per una serie di casualità al pomodoro, eccomi a prendere il caffè nella casetta arrampicata su un costone di tufo della maremma laziale di proprietà del nostro amico comunista. Lo sguardo mio al verde della vallata , in mano la tazzina del caffè, nelle orecchie la voce di lui che scandisce i ritmi a me arcinoti della polemica antisistema. Ci sono cose che penso anche io, altre che mi fanno tremare i polsi. E siccome farfarello ci mette sempre il suo zampetto dispettoso, il polso mi trema per davvero e la tazzina, sciaff, in mille pezzi sul cotto color terre di Siena. "Ha uno straccio?", chiedo e strizzo gli occhi per non vedere il guaio, mentre le guance, lo sento, si vestono di rosso. E lui che rincorreva la DDR e aveva fatto marcia indietro, a bocca sciolta, fino alla Comune di Parigi, mi fa con quella sua parlata risciacquata in Arno: "'Un ti crucciare, sennò icchè ci sta affare la serva".  Tutankamen altro che comunista.

venerdì 4 novembre 2011

Il mio Quinto Orazio Flacco




Ogni tanto mia madre mi presentava, come se fossero angiole dal ciel discese,  le figliole delle sue amiche o delle sue cugine. Ci piacevamo sempre, non so dire perché, come l’olio e l’acqua. Una volta, ma ero già ragazza, col ragazzo, e piena di sciocchezze vuote per il capo, mi portò in visita una certa Frederica che, con un nome tutto spine, mi fece antipatia fin da subito. Arrivò con sua madre, amica della mia, che aveva l’aria posata,  compita e servizievole in modo quasi fastidioso che hanno a volte le professoresse. Infatti lo era. Insegnava latino e greco alle superiori. Io e Frederica (che si chiamava così in onore di un certo filosofo tedesco…), mentre le mamme chiacchieravano in salotto con una tazza di tè in grembo, avremmo dovuto fare amicizia. Invece ci guardavamo in cagnesco, io seduta sulla sponda del letto, facevo yoga con i piedi; lei volgendomi le spalle, col capo piegato, fingeva di leggere, tutta interessata, le costole dei volumi in libreria. Lei e io: diverse come la luce e il buio. Lei, con i capelli corti e due occhi iracheni, seguiva le tracce di sua madre; io, bionda e immersa nell’amore, seguivo allora le impronte della mia. Con la coda dell’occhio spiavo l’orologio; lo stesso faceva lei. Un'agonia. Arrivò, vivaddio, l’ora dei saluti, e sua madre, neanche parlasse con una dodicenne, disse con una voce flautata: “Adesso, dobbiamo proprio andare perché Frederica ha un appuntamento con Orazio. Vero Frederica?”. E io, frescona: “Chi è, il suo cane?”. E dire che ero già in primo liceo classico...

mercoledì 2 novembre 2011

Il jazz di Mussolini

Negli anni Settanta, quando io potevo ancora contar gli anni miei sulla punta delle dita di due mani, la crisi aveva un altro aggettivo: era petrolifera, nera nera come un carbonaio. Non si chiamava crisi, per carità, ma austeriti (scritto all'inglese, con l'i lunga, come se noialtri non avessimo la parola nostra, bella, rotonda e italiana che invece di terminar in un'avara  e striminzita "i", aveva nel finale un' "a" con accento di primavera...) e si contava nei miniassegni che allora circolavano al posto, mi pare, delle monete, per la gioia di noi bambini che li collezionavamo. Sembravan soldi di bambola, buoni per farci degli scambi al pari  delle figurine degli album dei calciatori o della Disney. "Ce l'hai quello del Monte dei Paschi?", chiedeva minitizio. "No, io ho quello del Santo Spirito", rispondeva il piccolo Caio ed era un do ut des in grazia di Dio. Ce l'ho, ce l'ho, mi manca. Come una litania. Il contrario delle targhe alterne che piovevano, ingiuste come il peccato, dall'alto ed erano una vera croce per gli automobilisti di allora, fieri delle loro Fiat appena uscite dal forno. "Io ho una pari", diceva mia madre, riferendosi alla sua giardinetta turchina, e cercava di rammentarsi, battendo le dita su una guancia, se fosse o no il giorno di libera uscita...
Altro latinorum di quella crisi provinciale, al pane e salame, tutta quanta rannicchiata nel nostro Stivale era la svalutazione che per me, bambina, era al massimo un votaccio in pagella. Un votaccio al primo trimestre che si poteva ben rimediare... E così fu. I politici fecero le loro ramanzine in grige tribune elettorali televisive condotte da Mario Pastore, qualcuno, non so chi, forse il Mago di Oz, fece qualcosa e tutto finì nel Carnevale degli anni Ottanta. I miniassegni  al macero come i brutti libri e i ricordi tristi e l'Italia, oplà, divenne una bevanda, L'Italia da bere. Io ero appena sbocciata e donna e appena appena giornalista pubblicista, con la schifabile (allora) tessera verde, a saltellare da una conferenza stampa a una presentazione di libro.
Un ricordo mi balena prepotente. Sono in uno scuro teatro che potrebbe essere il Valle, ma non ne sono sicura. Sul palco c'è Giulio Andreotti - con quella sua lingua arguta,  un poco biforcuta, e al tempo stesso, non so dir perché, mesta - che presenta  il suo ennesimo libro. Tutt'intorno la folla applaude. Applaude il debito. Terminato l'incontro, per me da sbadiglio, condotto da non so più quale giornalista alla moda, sale sul palco a portare un poco d'arte, Romano Mussolini, per il suo omaggio in jazz a Gorni Kramer. Mi guardo intorno: un fuggi fuggi generale. Il teatro è vuoto. Di quella serata conservo non il libro di Andreotti (che chissà a chi ho donato...), ma la piccola audiocassetta del concerto jazz di Musolini, con l'etichetta fotocopiata per risparmiare. Come se fosse ancora negli anni Settanta.