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lunedì 24 ottobre 2011

Saila menta

Se vado a marcia indietro nel tempo, oltre le colonne d'Ercole della memoria. vedo mio nonno, il padre di mio padre, alto, ridente, vestito di grigio, con i capelli così corti da parer dipinti sul cranio. Non so come ci riuscisse ma mio nonno - che si chiamava Carmine, lasciandomi assai interdetta convinta com'ero che, cascasse il mondo, il maschile dei nomi propri in italiano dovesse terminare in "o" - teneva sempre nella tasca della giacca un sacchetto verde foglia di Saila menta. Mi chiamava con un gesto di intesa segreta, come se avessimo fatto un patto di sangue, io, piccolina, all'alba della vita, e lui ormai stanco, nell'inverno dell'esistenza sua. La cerimonia delle saila menta si svolgeva  in un canto del salotto nel grande appartamento affacciato sulle statue della Basilica di San Giovanni dove lui abitava con la nonna e la prozia.  Solenne, mi versava nel palmo - con un co-co-co di gallinella - quegli ovetti dall'anima nera che io facevo rimbalzare in bocca e succhiavo fino ad arrivare al sapore di liquirizia. E poi di corsa in cucina dalla Elena (la donna, come la chiamava mia madre, lasciandomi nel dubbio che lei, mia madre, donna non fosse...) a sputarle nel secchio.  Non mi piaceva punto quel nero seppia di liquirizia  anche se in bocca a nonna Stella diventava regolizia che, ne converrete, all'orecchio suona molto più carino...
Ho ritrovato, molti e molti anni dopo, lo stesso gesto d'anima e d'intesa di mio nonno in mio suocero, che aveva la simpatia stampata in viso,  nonostante gli occhi piccoli, azzurri, freddi. Anche lui, mio suocero, come il nonno Carmine, ritagliava per noi due un angolino di complicità. Mi chiamava da parte, quando la moglie,  mettiamo, sfaccendava per la casa, e con la destrezza di un borseggiatore mi faceva scivolare in mano, che so, due cioccolatini, una manciata di euro "per prendere il taxi". Un giorno, invece di dolciumi e denari, sfilò dalla saccoccia una foto bianca e nera, un francobolo di foto, listata a lutto, e me la mostrò, con lo stesso sguardo carbonaro che conoscevo così bene. "Mio padre", sospirò con i lucciconi. Rividi nel lutto tutti i neri noccioli  delle mie saila menta che tenendosi per mano facevano il girotondo intorno al caro estinto.  E negli occhi umidi di mio suocero, gli occhi di latte del nonno Carmine che, me ignara, stava già facendo le valigie per volare lassù...

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