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mercoledì 26 ottobre 2011

La pazienza di Dio


A Sangiuliano, da nonna Stella, avevo due giocarelli: una carriola di plastica bianca, con le braccia arrugginite e due manici rosso sangue come in preghiera eucaristica, che trascinavo, "avanti e 'ndrio" sotto gli archi del portico. e, soprattutto, una bambola di coccio, alta come me, che sbatteva gli occhi producendo un clic clac simile al rimbalzo della pallina sul tavolo verde del ping pong.
Stravedevo per la mia bambola di coccio, con i capelli di stoppa, lenti sul cranio tanto da parere un parrucchino, vestita con un lacero abituccio di tulle rosa sbiadito. La mettevo seduta sulla carriola e la portavo in giro in carrozza, come una madamigella parigina sui campi elisi. Lei: mutola, a piedi nudi, di coccio, mi guardava, in quel singhiozzo, con un occhio spampanato e l'altro cucito. Cli clac, io e lei, sul saliscendi dell'impiantito, sotto gli archi del casolare della nonna che, agli occhi miei, erano le torri del suo castello.
Un anno, anzi un triste anno, quando arrivai da nonna Stella, la bambola di coccio non c'era più. Al suo posto, splendeva sul divano una Patatina della Furga, fior di conio, con un facciotto di luna, tutto zucchero e farina. Patatina: dono del prozio asburgico che aveva fatto nascere i gemelli e che, radioso, attendeva le mie braccine al collo. Invece il broncio mio si sedeva sul tappeto e mia madre, di tutti i colori, mi incenerì: "Ingrata. Faresti perdere la pazienza a Dio!".

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