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domenica 2 ottobre 2011

Un garrulo sulle Moby lines

Me ne stavo, tutta sola soletta, a far la mia bella traversata in traghetto, Civitavecchia-Olbia, in compagnia dei miei pensieri e delle mie stupidezze, seduta su un divano color porpora nel bar della Moby lines, deserto per via della bassa stagione, osservando dalla vetrata di poppa le fatine del sole danzar sulle onde quando, tutt'un tratto, un certo signore, lasco, quadrato, in camicia bianca (un poco troppo aperta sul petto per il miei gusti e per la sua età) e un facciotto tutt'uno con la corrente del mondo, un quattro quarti di cordialità fatta e vestita, mi domanda a bruciapelo: "E' libero?".
"Certo", rispondo con la mia consueta buona creanza, mentre lo sguardo vaga sui tanti divanetti vuoti...
Lui si siede in faccia a me e io proseguo, zitta e mosca, ben attenta a non incrociare il suo sguardo cupido di parole, gli occhi mansi, allegri, trionfanti di chiacchiere.
Resisto più di una volta agli attacchi incrociati dei lumi suoi, decsa a tenere il naso nel libro neanche stessi studiano a memoria "In morte del fratello Giovanni". Lui, sospirando con lo sguardo, la bocca tappata a forza dal gelo mio, si legge tutto il quotidiano, compresa la pubblicità dei materassi...
Verso le sette di sera, quando la tenebra è scesa a vestir a lutto mare e cielo, il mio dirimpettaio, denti affilati di coraggio, parte con un: "Lei è sarda, signora?".
La diga è rotta. Il benedetto silenzio pure. In rapida successione, in uno scilinguagnolo che te lo raccomando, vengo a sapere che si è appena operato all'anca a Grottaferrata, che si è rifatto i denti di sopra e che gli sono costati una tombola, che ha tre figli e sette nipoti (tutte femmine eccetto il più piccolo...), che in Sardegna - manco a dirlo - ha amici, anzi fratelli, a mazzi, che tutti lo vogliono e che tutti lo cercano. Io taccio e sorrido, con quella buona educazione che sa tanto di martirio. E lui prosegue, come in un monologo teatrale. Finalmente attracchiamo. L'altoparlante chiama chi ha la macchina a scendere nei garage.  Libera. Mi alzo, gli tendo una mano, afferro la sua con due delle mie, tanto è l'entusiasmo di troncar la conoscenza e: "E' stato davvero un piacere!", mento. E cerco si sfilarmi. Ma lui, con un guizzo dispettoso negli occhi, mi fa: "Eh no, prende ilt raghetto di domenica tre, vero? E' l'ultimo della stagione. Ci rivediamo domenica, allora, stesso posto...".
Passano i giorni. Devo partire. Decisa a non farmi trovare dal garrulo, metto in atto la mia strategia. Alle nove e trenta sono sul ponte a morir di vento. Alle undici nell'altro bar, quello dei bambini, tutto pieno di Titti e Silvestro. Sono lì, a tu per tu con Gogol, felice di averla fatta franca, quando d'un tratto: "Buongiorno, l'ho cercata per tutta la nave...". Così, al contrario di Orazio, fui tradita da Apollo.

Nella foto c'è Nerino, uno dei gattini che mi hanno fatto, loro sì, buona compagnia, durante la mia solitudine a Cala dei Gigli...

1 commento:

  1. Mi hai fatto ricordare "Caro Diario"dove, sul traghetto, l'amico di Moretti si avvicina sempre piú alla TV facendo finta di leggere!

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