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lunedì 31 ottobre 2011

Fantasmi e Coca Cola

Quando ero piccola io, prima dell'invasione della Coca Cola, Halloween era un mistero inglese da guardar sul dizionario Ragazzini. Se ne sapeva poco o nulla; i più anglofili, quelli che  non avevano studiato francese a scuola, lo associavano a una zucca cava, con naso, occhi e bocca vuoti di polpa arancio  e accesi a lume di moccolo...
Ai tempi miei il fine settimana di Novembre (che mica si chiamava week end come si fa oggi) era casomai detto "i morti" perché si andava, con mamma, papà e fratelli al camposanto a trovare i nonni che dormivano lì in santa pace, dopo le loro personali guerre nel mondo. Una volta al cimitero, ci si dava un gran daffare a pulir le tombe che, poi, tutt'un tratto, significava solo svuotare i vasi  pieni di fiori secchi dell'anno passato e gonfi di un acquerugiola verdastra che mi incantava per via di un pulviscolo abitato da creature microbe ma vive, tali e quali a me. L'acqua cambiata alle fontane e i crisantemi gialli e bianchi ridavano smalto e sorriso a quei tumuli tristi che mi parevano contenere le urla nel silenzio di tutti quei morti in fila per due, alcuni in fotografia, che mi chiamavano dai loro sacrari.
Ognuno di noi, bambino, rincorreva in quel gran giardino appisolato, tra la canea romana, le fole sue. Mia sorella: le colonie di gatti neri che sgomitolavano tra le croci e che a me parevano tutti quanti, neri o bianchi, spiriti egizi; i fratelli chissà che cosa immusoniti in un silenzio annoiato e immobile. Mio padre pensava al nonno Carmine, mia madre era cuore e anima dedicata a render meno selvatiche le tombe abbandonate di altre famiglie forse estinte...
Io pascolavo tra le tombe, col naso alle facce che si rincorrevano come in un album di figurine dei calciatori. Una volta, stirata nel mio cappottino verde dai collettini di velluto (che mi pizzicava i polsi) mi ritrovai in un angolino remoto che non avevo visto mai. Un angelo ingrigito dalla pioggia e dal cattivo umore se ne stava curvo a benedire una tombicina isolata che mi parve, con un'occhiata di vento, come un villaggetto dei puffi. Mi avvicinai, guardai meglio: una bambina, più o meno dell'età mia incontrò ridente lo sguardo mio. Tutt'intorno, la mano pietosa della sua mamma  aveva costruito un parco giochi: bamboline coi vestitini stinti,  un cavallino della Regina d'Inghilterra aveva perduto una gamba, c'era persino un trombettiere. Tutto un paradiso di giocarelli per accompagnarla dall'altra parte. Corsi via, inseguita da lei che voleva invitarmi a giocare...

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