Pagine

sabato 15 ottobre 2011

Casa di bambola

A fine estate,  a Cala dei Gigli. quando le piogge settembrine trasformavano lo stradone che conduceva in spiaggia in un fiumiciattolo color caffelatte che si versava nel laghetto salato, colorandolo di polverone e Tavolara, stanca di estate, indossava il suo cappello di nubi, anche a noi piccoli Ponti, cotti dal sole e dal sale sardo per tre mesi sani, era concesso di restare in casa a far quel nulla eterno così caro a chi può contar gli anni sulla punta delle cinque dita. Restavamo in casa, dunque, lasciando fuori, sull'uscio, l'umidore e l'odore di corbezzolo maturo, i gemelli  passavano le ore ad ascoltar le canzoni di Francesco De Gregori, inseguendo forse nel pensiero le loro prime fidanzatine; Sara sistemava le sue lenze e Marco i suoi soldatini. Per me c'erano Marigold e Nancy Drew... Un giorno -anzi un bel giorno con il cielo in armatura - di un settembre perduto nel tempo, uno dei gemelli, Gianluca, da uno scatolone di cartone ricavò proprio per me una casina per le bambole. Ritagliò la porta e le finestre, con le imposte che si aprivano e si chiudevano, e fece anche delle tendine di carta, ritagliandola a ghirigoro. C'era, lo ricordo ancora, un lettuccio fatto di legnetti intrecciati con le lenzuola di carta pure loro e c'erano due piccole sedie impagliate che mio padre aveva comperato a Monti quando, come tutti gli anni, era andato a prendere le damigiane di vernaccia e vermentino nella cantina sociale.  Era una povera casa, senza tetto, bagno e cucina, una capanna quasi,  ma una reggia per la mia Barbie Malibu...
A pensarci ora, non ebbi mai più una casa di bambola tanto cara al mio cuore. E visto che ci sono aggiungo che case di bambola, non ne ebbi proprio mai più. Le mie pupe, bontà loro, se ne stavano chiuse in tre scatole (una di plastica, una di vellutello e una di metallo), come in una tomba, mescolate ai loro vestitini e così sia. Rimasi dunque di cera quando seppi, molti anni dopo e già donna fatta e giornalista professionista, che il mio caporedattore, un tipo in gelatina, di mezza età, uno che parlava solo di scacchi e di Napoleone, uno che anche a letto, secondo me, doveva andar in giacca e cravatta, ne possedeva invece una dozzina, tutte quante costruite da lui, nei minimi dettagli, con boudoir e vasi di fiori. Me le mostrò in fotografia, una per una, come fossero reliquie di sante. Tutta intenerita e con il cuore in pugno, decisi di regalargli un servizio da tè, in porcellana rosa e d'oro, che avevo comperato, accesa di malinconia (forse in memoria della mia povera casetta di cartone) ad Amsterdam, tu guarda proprio al matrimonio di Gianluca... Quando tutta contenta del mio bel gesto generoso, mi presentai dal mio caporedattore con  teiera, tazzine e vassoio in mano, lui mi gelò: "Oh no, non saprei mica dove metterlo, non vedi che è in stile impero e io non ho nessuna casa in stile impero!". Parlava sul serio.

1 commento:

  1. ....un caporedattore di gelatina che va a letto in giacca e cravatta ....e costruisce case di bambole, che per le bambole non sono...ma per lui. Potevi sospettare...:))

    RispondiElimina