Pagine

lunedì 31 ottobre 2011

Fantasmi e Coca Cola

Quando ero piccola io, prima dell'invasione della Coca Cola, Halloween era un mistero inglese da guardar sul dizionario Ragazzini. Se ne sapeva poco o nulla; i più anglofili, quelli che  non avevano studiato francese a scuola, lo associavano a una zucca cava, con naso, occhi e bocca vuoti di polpa arancio  e accesi a lume di moccolo...
Ai tempi miei il fine settimana di Novembre (che mica si chiamava week end come si fa oggi) era casomai detto "i morti" perché si andava, con mamma, papà e fratelli al camposanto a trovare i nonni che dormivano lì in santa pace, dopo le loro personali guerre nel mondo. Una volta al cimitero, ci si dava un gran daffare a pulir le tombe che, poi, tutt'un tratto, significava solo svuotare i vasi  pieni di fiori secchi dell'anno passato e gonfi di un acquerugiola verdastra che mi incantava per via di un pulviscolo abitato da creature microbe ma vive, tali e quali a me. L'acqua cambiata alle fontane e i crisantemi gialli e bianchi ridavano smalto e sorriso a quei tumuli tristi che mi parevano contenere le urla nel silenzio di tutti quei morti in fila per due, alcuni in fotografia, che mi chiamavano dai loro sacrari.
Ognuno di noi, bambino, rincorreva in quel gran giardino appisolato, tra la canea romana, le fole sue. Mia sorella: le colonie di gatti neri che sgomitolavano tra le croci e che a me parevano tutti quanti, neri o bianchi, spiriti egizi; i fratelli chissà che cosa immusoniti in un silenzio annoiato e immobile. Mio padre pensava al nonno Carmine, mia madre era cuore e anima dedicata a render meno selvatiche le tombe abbandonate di altre famiglie forse estinte...
Io pascolavo tra le tombe, col naso alle facce che si rincorrevano come in un album di figurine dei calciatori. Una volta, stirata nel mio cappottino verde dai collettini di velluto (che mi pizzicava i polsi) mi ritrovai in un angolino remoto che non avevo visto mai. Un angelo ingrigito dalla pioggia e dal cattivo umore se ne stava curvo a benedire una tombicina isolata che mi parve, con un'occhiata di vento, come un villaggetto dei puffi. Mi avvicinai, guardai meglio: una bambina, più o meno dell'età mia incontrò ridente lo sguardo mio. Tutt'intorno, la mano pietosa della sua mamma  aveva costruito un parco giochi: bamboline coi vestitini stinti,  un cavallino della Regina d'Inghilterra aveva perduto una gamba, c'era persino un trombettiere. Tutto un paradiso di giocarelli per accompagnarla dall'altra parte. Corsi via, inseguita da lei che voleva invitarmi a giocare...

sabato 29 ottobre 2011

Con buonapace dell'antropologia


In un mattino argentato, a Cala dei Gigli, quando il sole era ancora lì che si stropicciava gli occhi indeciso se sorgere a galla tra due colline, giunse in sella a un Ciao bianco, reso grigiastro dalla polvere della strada bianca che conduceva a casa nostra, un amico romano dei gemelli. Era un  loro compagno di scuola, un quindicenne smilzo, piccolo, biondo. Arrivò che noialtri facevamo colazione in veranda. Io, come sempre, seduta sul muretto di pietre, comodo come un letto di spine. Lui, l'ospite, fu fatto accomodare sulla sedia bianca di Reguitti che aveva anche un cuscino apposito...
Tra una fetta di pane abbrustolito e un sorso di caffelatte, l'ospite spiegò a mio padre - e a tutti noi - usi e costumi sardi. Aggiunse poi che, dopo un pisolino, sarebbe ripartito, zaino in spalla, per l'entroterra, visto che a lui spiagge e mare facevano un baffo. Vuoi mettere con i Mamuttones, gli Elias Portolu, i nuraghe di Tiscali!
 Mia madre, assai impressionata dal piccolo professore, gli preparò una stanza e lui, con un sorriso, sparì, inghiottito dalla pigrizia. Passa un'ora ne passa un'altra. Silenzio. Noi, tutti in spiaggia. Lui, beato, al teatro bianchini a letto sotto i cuscini. Verso le due di pomeriggio, dalla camera occupata dall'antropologo in erba giungevano solo fischi, snorti, sibili: il professore ronfava. A sera, la partenza fu rimandata; idem per il giorno dopo perché il cielo aveva indossato un'armatura di piombo; nisba anche per la mattina successiva che il Ciao non ne voleva sapere di partire. Pedala e pedala, quando finalmente il piccolo mezzo ruggì il suo fastidio, oddio, era troppo tardi... Il giorno dopo rimase a casa perché si era svegliato a mezzogiorno. Partire? Figuriamoci, con il sole che incoccia e abbrustolisce il cervello! E fu così che, metti burro e metti cacio, l'avventuroso ospite rimase in pianta stabile a casa nostra, tra mare e spiaggia. Con buonapace dell'antropologia.




mercoledì 26 ottobre 2011

La pazienza di Dio


A Sangiuliano, da nonna Stella, avevo due giocarelli: una carriola di plastica bianca, con le braccia arrugginite e due manici rosso sangue come in preghiera eucaristica, che trascinavo, "avanti e 'ndrio" sotto gli archi del portico. e, soprattutto, una bambola di coccio, alta come me, che sbatteva gli occhi producendo un clic clac simile al rimbalzo della pallina sul tavolo verde del ping pong.
Stravedevo per la mia bambola di coccio, con i capelli di stoppa, lenti sul cranio tanto da parere un parrucchino, vestita con un lacero abituccio di tulle rosa sbiadito. La mettevo seduta sulla carriola e la portavo in giro in carrozza, come una madamigella parigina sui campi elisi. Lei: mutola, a piedi nudi, di coccio, mi guardava, in quel singhiozzo, con un occhio spampanato e l'altro cucito. Cli clac, io e lei, sul saliscendi dell'impiantito, sotto gli archi del casolare della nonna che, agli occhi miei, erano le torri del suo castello.
Un anno, anzi un triste anno, quando arrivai da nonna Stella, la bambola di coccio non c'era più. Al suo posto, splendeva sul divano una Patatina della Furga, fior di conio, con un facciotto di luna, tutto zucchero e farina. Patatina: dono del prozio asburgico che aveva fatto nascere i gemelli e che, radioso, attendeva le mie braccine al collo. Invece il broncio mio si sedeva sul tappeto e mia madre, di tutti i colori, mi incenerì: "Ingrata. Faresti perdere la pazienza a Dio!".

lunedì 24 ottobre 2011

Saila menta

Se vado a marcia indietro nel tempo, oltre le colonne d'Ercole della memoria. vedo mio nonno, il padre di mio padre, alto, ridente, vestito di grigio, con i capelli così corti da parer dipinti sul cranio. Non so come ci riuscisse ma mio nonno - che si chiamava Carmine, lasciandomi assai interdetta convinta com'ero che, cascasse il mondo, il maschile dei nomi propri in italiano dovesse terminare in "o" - teneva sempre nella tasca della giacca un sacchetto verde foglia di Saila menta. Mi chiamava con un gesto di intesa segreta, come se avessimo fatto un patto di sangue, io, piccolina, all'alba della vita, e lui ormai stanco, nell'inverno dell'esistenza sua. La cerimonia delle saila menta si svolgeva  in un canto del salotto nel grande appartamento affacciato sulle statue della Basilica di San Giovanni dove lui abitava con la nonna e la prozia.  Solenne, mi versava nel palmo - con un co-co-co di gallinella - quegli ovetti dall'anima nera che io facevo rimbalzare in bocca e succhiavo fino ad arrivare al sapore di liquirizia. E poi di corsa in cucina dalla Elena (la donna, come la chiamava mia madre, lasciandomi nel dubbio che lei, mia madre, donna non fosse...) a sputarle nel secchio.  Non mi piaceva punto quel nero seppia di liquirizia  anche se in bocca a nonna Stella diventava regolizia che, ne converrete, all'orecchio suona molto più carino...
Ho ritrovato, molti e molti anni dopo, lo stesso gesto d'anima e d'intesa di mio nonno in mio suocero, che aveva la simpatia stampata in viso,  nonostante gli occhi piccoli, azzurri, freddi. Anche lui, mio suocero, come il nonno Carmine, ritagliava per noi due un angolino di complicità. Mi chiamava da parte, quando la moglie,  mettiamo, sfaccendava per la casa, e con la destrezza di un borseggiatore mi faceva scivolare in mano, che so, due cioccolatini, una manciata di euro "per prendere il taxi". Un giorno, invece di dolciumi e denari, sfilò dalla saccoccia una foto bianca e nera, un francobolo di foto, listata a lutto, e me la mostrò, con lo stesso sguardo carbonaro che conoscevo così bene. "Mio padre", sospirò con i lucciconi. Rividi nel lutto tutti i neri noccioli  delle mie saila menta che tenendosi per mano facevano il girotondo intorno al caro estinto.  E negli occhi umidi di mio suocero, gli occhi di latte del nonno Carmine che, me ignara, stava già facendo le valigie per volare lassù...

domenica 23 ottobre 2011

Hotel Cinque stelle


A diciannove anni o giù di lì, ancora bambina in cuore e ben lavata all'umiltà dall'Istituto Mater Dei, finii (non so neanche dir perché) a dare una mano a una certa compagna di classe, figlia di un addetto stampa della Camera dei deputati, in una importante Fiera del Libro. Dovevamo far da ufficio stampa al primo romanzo di Hugo Pratt. Dormivamo - Pratt e Corto Maltese nella stanza accanto - in un albergo zeppo di stelle, nel centro di quella cittò sull'attenti, savoiarda, un poco buia per i miei gusti. Lei la mia amica, che portava un nome tale e quale a una via consolare romana e aveva negli occhi di lampo verde una malizia di femmina a me allora sconosciuta, mi sussurrò fin dal primo giorno di stare in guardia: in albergo, infatti, non sapevano che io occupassi il secondo letto in camera sua... Come se non mi bastasse già l'insicurezza che portavo fin dalla culla cucita all'anima.
Ogni mattina, dunque, con la pioggia o con il sole, rimboccavo per benino le lenzuola che, di notte, cercavo di gualcire meno della principessa sul pisello. Poi scivolavo, spolverando i muri, giù per le scale, senza metter piede in ascensore che non si sa mai. Lei, “l'amica”, mi aspettava neanche fossi una spia al bar dell'angolo. "Ti hanno vista?", sussurrava. E via in taxi alla fiera. Una mattina, mentre, sgattaiolavo rasente i muri, facendo a precipizio le scale color porpora, incrociai un tipo impomatato, con dei gran riccioloni neri. Mi fermò, trattenendomi per la mano. Io, dal terrore, clandestina e rea qual ero, quasi gli sputavo il cuore mio in faccia... Ma lui, bonario, mi disse: “Non c'è bisogno che si rifaccia tutti i giorni il letto, signorina. Le cameriere sono pagate per questo...”. Io, color porpora come le scale.

venerdì 21 ottobre 2011

Aut aut

A ventisei anni, poco più poco meno, mentre amiche, compagne, cugine si sposavano con cognomi in gloria e partorivano i loro primogeniti azzurri o rosa, io, felice, oca in candeggina, pubblicavo il mio primo libro di racconti. Lo chiamo libro per dargli un tono impettito, in divisa da ufficiale, ma dovrei ben dirlo libriccino perché era una sottiletta, un Millelire di Stampa Alternativa, con una copertina al sale e pepe che aveva scelto, di persona e gongolando, Marcello Baraghini che era ed è la vestale della casa editrice. Ricordo ancora adesso, con quella spina di amor proprio che mi fa arruffar le penne, la gioia il vedere il nome mio - stampato tutto intero - come se fossi la Manfield o la De Casalis...
Durò poco. La gioia si trasformò in pianto quando mia madre mi comunicò che il genello dei gemelli, offeso per il primo racconto che dava il titolo alla raccolta (vi vedeva non so che allusioni alla sua sacra persona) si rifiutava di santificare il Natale in mia compagnia. Aut aut. Lui dentro, io fuori. Così fu. E siccome non sono solita far tragedie di ciò che capita nel palcoscenico del mondo mi viene una gran risata nel rircordare un altro aut aut di qualche anno più vecchio. C'era nella redazione romana del giornale dove ho lavorato per diciotto anni filati un collega con un gran faccione da gufo e la prosopopea di Pericle, specializzato nel trovar anticipazioni sulla manovra economica, chiacchiere ottenute per vie traverse, da chissachì, con gran telefonate vissute a faccia sotto la scrivania. Di solito si rivelavano bubbole, ma lui faceva lo stesso un figurone e si era fatto una gran fama di giornalista economico. E dunque un giorno questo signore qua, che ora è presidentorum in un'azienda pubblica con gran pedigree elettrico, e neanche mi saluterebbe incontrandomi per strada, scrisse in uno dei suoi pezzi aut aut alla maniera sua. Scrisse: "out out". Pensava che fosse inglese...

A proposito di english, per chi lo volesse, questo è il mio nuovo english blog  con le stesse storie, bè, non proprio le stesse, ma  più o meno...
http://esterponti-romanpocketstories.blogspot.com/

mercoledì 19 ottobre 2011

I pugni in tasca


Tra i cinque Salini spiccava per bellezza il penultimo nato che si chiamava Giulio ed era di poco maggiore di Vivian. Bello anche da grande; da piccolo era un Sangiovannino che innamorava: occhi di fiordaliso, capelli color del sole, tutti ad anelli, gambette svelte sempre a inseguir farfalle e grilli. Divideva con Vivian una stanza con balconcino, proprio in testa alla casa, e dalla quale si potevano tirare i capelli ai pini marittimi diventati, con gli anni, ciclopi e titani. Salivo davvero di rado in quel sancta sanctorum. Lo facevo, a volte, all’ora in cui Giulio e Vivian ricevevano il vassoio della cena dei “piccoli”. Secondo le regole di casa Salini, infatti, i due figli minori, meschini, non potevano dividere il desco con il resto della famiglia, cioè con gli inarrivabili "grandi”. Consumavano il pasto in camera loro e buon viaggio. Guai a lasciare avanzi nel piatto! Ed ecco svelato il mistero della mia presenza clandestina: ero io che finivo le zucchine di Vivian (che lei odiava), ero sempre io che mangiavo i peperoni di Giulio (che lui odiava)...
Giulio fu protagonista di un episodio leggendario nella mitologia famigliare. Alla comunione di uno dei "grandi", con il giardino in ghingheri, eccolo, un broncio delle meraviglie, inamidato in una ridente camicetta con colletto rotondo, stirato in un paio di braghette azzurro pallido. Giulio, occhi negli occhi con gli occhiali dei suoi sandali neri... Mi pare ancora di vederlo, un cosino d’oro, im angioletto, con i riccioli a coprir le orecchie, i pugni in tasca, tutto muso. Ad un certo punto non so che fata primavera gli si avvicinò, e: “Come ti chiami bella bambina?”. "Giulio!”, ruggì lui, con un vocione di tenebra. Il piccolo Giulio, a braccetto col diavolo...

lunedì 17 ottobre 2011

Sogni e ballerine

Bisogna stare in guardia, con i figlioli, perché non si può mettere nello zaino loro la zavorra dei sogni nostri andati a remengo e squadernati e lasciati lì, a sonnecchiare, nel giorno per giorno quotidiano, come paternoster poco sentiti. Un giorno, metti caso che nasce il primo figlio, ed ecco quei sogni lì tornar vivi, a colori, prepotenti come tanti galletti nell'aia.  Poni il caso che uno, da bambino, sognava di suonare il pianoforte e mamma era invece per la scherma o il tennis o vattelapesca qualcosa d'altro, e misteriosamente l'erede - suo malgrado - si vede iscritto al conservatorio. E se prova, nmeschino, a protestare, a dire che, bè, in effetti, a lui sarebbe piaciuto, più che pigiar tasti, che so, far destri e battute sul campo color creta di Siena, il genitore, offeso, sente quasi uno schiaffo sulla guancia: l'ingrato...
Detto in quattro parole, una cosa simile successe a Sofia  (che ho incontrato, ormai ventiduenne, per caso proprio oggi mentre tornava dall'Università). Questa ragazzina qui, la prima figlia della mia amica del mare, bionda, alta,  con il disegno nel cuore e un fisico  da giocatrice di basket, fu iscritta, pupa di cinque anni, da sua madre (che, da piccola era cresciuta a pane e Carla Fracci) alla scuola di Mimma Testa che allora, a Roma, era la migliore. Al saggio finale del suo primo anno fui invitata anche io che figli non ne avevo. Ebbi così la ventura di vedere l'infelicità vestita da ballerina. Stretta nelle mezzepunte, con un pippi da fungo che arrivava fin sulle poltroncine amaranto della platea, Sofia scoppiava di bellezza con la crocchia stretta sulla nuca e la coroncina di fiori a farle un sentierino rosa sulla fronte. Ma ballare, quella era un'altra religione.
Un pomeriggio di quei lontani tempi là, Silvia mi chiese per favore di accompagnar la figlia a danza che lei non so quale impiccio aveva per le mani. Acconsentii, a malincuore, e mi incamminai con la bambina, borsone in spalla, che pareva tutta quanta colorata di nero. A un certo punto, lascia la mia mano e la vedo che schizza via, sulle strisce, senza guardare, come le avevo detto, a sinistra e a destra, come dicendo no-no.  "Sofia!", grido. E lei, voltandosi di scatto: "Meglio sotto una macchina che a danza". Sì, bisogna stare attenti...  

sabato 15 ottobre 2011

Casa di bambola

A fine estate,  a Cala dei Gigli. quando le piogge settembrine trasformavano lo stradone che conduceva in spiaggia in un fiumiciattolo color caffelatte che si versava nel laghetto salato, colorandolo di polverone e Tavolara, stanca di estate, indossava il suo cappello di nubi, anche a noi piccoli Ponti, cotti dal sole e dal sale sardo per tre mesi sani, era concesso di restare in casa a far quel nulla eterno così caro a chi può contar gli anni sulla punta delle cinque dita. Restavamo in casa, dunque, lasciando fuori, sull'uscio, l'umidore e l'odore di corbezzolo maturo, i gemelli  passavano le ore ad ascoltar le canzoni di Francesco De Gregori, inseguendo forse nel pensiero le loro prime fidanzatine; Sara sistemava le sue lenze e Marco i suoi soldatini. Per me c'erano Marigold e Nancy Drew... Un giorno -anzi un bel giorno con il cielo in armatura - di un settembre perduto nel tempo, uno dei gemelli, Gianluca, da uno scatolone di cartone ricavò proprio per me una casina per le bambole. Ritagliò la porta e le finestre, con le imposte che si aprivano e si chiudevano, e fece anche delle tendine di carta, ritagliandola a ghirigoro. C'era, lo ricordo ancora, un lettuccio fatto di legnetti intrecciati con le lenzuola di carta pure loro e c'erano due piccole sedie impagliate che mio padre aveva comperato a Monti quando, come tutti gli anni, era andato a prendere le damigiane di vernaccia e vermentino nella cantina sociale.  Era una povera casa, senza tetto, bagno e cucina, una capanna quasi,  ma una reggia per la mia Barbie Malibu...
A pensarci ora, non ebbi mai più una casa di bambola tanto cara al mio cuore. E visto che ci sono aggiungo che case di bambola, non ne ebbi proprio mai più. Le mie pupe, bontà loro, se ne stavano chiuse in tre scatole (una di plastica, una di vellutello e una di metallo), come in una tomba, mescolate ai loro vestitini e così sia. Rimasi dunque di cera quando seppi, molti anni dopo e già donna fatta e giornalista professionista, che il mio caporedattore, un tipo in gelatina, di mezza età, uno che parlava solo di scacchi e di Napoleone, uno che anche a letto, secondo me, doveva andar in giacca e cravatta, ne possedeva invece una dozzina, tutte quante costruite da lui, nei minimi dettagli, con boudoir e vasi di fiori. Me le mostrò in fotografia, una per una, come fossero reliquie di sante. Tutta intenerita e con il cuore in pugno, decisi di regalargli un servizio da tè, in porcellana rosa e d'oro, che avevo comperato, accesa di malinconia (forse in memoria della mia povera casetta di cartone) ad Amsterdam, tu guarda proprio al matrimonio di Gianluca... Quando tutta contenta del mio bel gesto generoso, mi presentai dal mio caporedattore con  teiera, tazzine e vassoio in mano, lui mi gelò: "Oh no, non saprei mica dove metterlo, non vedi che è in stile impero e io non ho nessuna casa in stile impero!". Parlava sul serio.

giovedì 13 ottobre 2011

Un palloncino di filosofia

Una bella domenica mattina, con un cielo terso appena lavato dagli angeli, accarezzato da una fredda tramontana, lungo tutti i Fori imperiali, dal Colosseo a Piazza Venezia, le baracchette gialle e verdi della Coldiretti fiorivano tra i sanpietrini, con il loro bendiddio (caro arrabbiato...) coltivato alla maniera antica, con vanghe e sudore. Io, invece di comperare le belle mele di Biancaneve a cinquanta centesimi l'una e il miele costoso al par dell'oro fuso, mi sono seduta, per mano al mio fastidioso raffreddore, con le ginocchia in bocca, sul ciglio del marciapiede, all'ombra della statua di Augusto, e mi sono persa nei pensieri miei, a naso in su,  con gli occhi ai palloncini gialli che, legati a un filo invisibile, avevano messo una collana d'oro all'azzurro. Ero lì che inseguivo le mie fole quando, d'un tratto, uno dei tanti fratellini, staccatosi dal filo non so dir come, prese il volo e via sempre più in alto, portato dal ghiribizzo del vento. Volava sempre più su, il mio palloncino coraggioso, nel suo folle volo d'Icaro, nella brama di raggiungere il sole, lassù,  e l'illuminazione. Volava, poverino, a strappi, sbuffi, rimbalzi, gonfio di filosofia, di umana idealità tutta di gomma. Volava nell'indifferenza d'indaco del cielo, volava nel mistero, finché non sparì nella lontananza, divorato dal nulla che lo corteggiava...
Io, occhi a terra, vidi - lo giuro - delle lunghe radici che crescevan sotto le suole delle mie ballerine. Le vidi, le avrei dovute fotografare, le vidi mentre penetravano l'asfalto e scendevan giù nella nuda, nera terra piena di vita piccolina che a noi par nulla e che là sotto è tutto. Vidi le radici che lambivano un fiume d'argento, sotterraneo, invisibile ai più poi, alzando lo sguardo, vidi anche mio marito che tornava, tutto soddisfatto, con due sporte piene di frutta, formaggi e salumi. E così le mie radici ritornarono al loro posto, richiamate da un pulsante invisibile eppure tale e quale a quello che comanda la prolunga dell'aspirapolvere. Fine della storia che con le sue cugine tragicomiche c'entra come il sale nel caffè, così per farmi perdonare manderò la mia squadra di pulcini volanti a farvi un girotondo in cielo. Non preoccupatevi, mi raccomando, se in giardino o sul balcone troverete un piccolo paracadute turchino...

mercoledì 12 ottobre 2011

Padre Pio in Germania

Nonna Stella, così  mi pareva da piccola, non aveva paura di nessuno. Né dei diavoli né dei Santi. Quando, ancora con i capelli neri, era rimasta vedova del suo Felicc, ufficiale di cavalleria, poliglotta, un friulano di quercia e rovere,  come forse non se ne fanno più, dovette prendere una grave decisione: se andare o no a prendere le  spoglie di lui in una cittadina tedesca nei pressi di Monaco di Baviera, dove era morto solo, in un campo di prigionia. La decisione, che oggi nel mondo di plastica globalizzato in cui viviamo, fa assai ridere, allora mica tanto perché, tutt'intorno fischiavano le bombe ed era morte e sangue.
Chissà perché nonna Stella, che era devota a singhiozzo e come una cantilena, decise di affidar il suo destino al santo cappuccino di Pietralcina  Non so come fu quel ghiribizzo, non so come fece quel lungo viaggio forse a dorso d'asino, ma arrivò in un modo o nell'altro. E incontrò il santo, insaccato nel saio color caffé, con i guantini tali e quali. e quell'aria tutt'affatto di simpatia. Lui fissò lo sguardo su mia nonna e disse, anzi ordinò, dandole del tu: "Non partire! pensa alla tua figliola!". Lei fece di sì col capo, come quei cagnolini anni Settanta che dondolavano il capino sul ripiano del lunotto delle Fiat 127 , ma in cuor suo pensò no. E, con quel sì disubbidiente a fior di labbra, in uno schiocco di dita, eccola in un punto senza nome della Germania a prendere i resti del suo amore per tornare in Italia un'altra volta sposa...
Molti anni dopo mia madre - poiché al destino piace scompaginar le carte e mettere un ordine tutto suo agli avvenimenti - al seguito dell'ennesimo congresso di mio padre, si trovò proprio  in quel sereno nulla bavarese, fatto di casette linde e pinte e verde e donne in costume e ordinata allegria,  nel paese dell'innamorata disubbidienza di sua madre, lì dove suo padre s'era fatto d'ossa.
Quella sera, al ballo d'inagurazione del congresso, ballò, da gran signora, nascondendo i lucciconi a dame e cavalieri.

lunedì 10 ottobre 2011

La Cina è vicina

Il casolare color cipria di San Giuliano, dove viveva nonna Stella con la sua corte dei miracoli, tra le brume pordenonesi, era, per me bambina, la caverna di Aladino. Solo che non c'era bisogno dell'Apriti Sesamo per entrarci. Si picchiava con un batocchio a forma di muso di lupo ed ecco, dopo un gran sferragliare di dentro, comparire quella pigna rugosa del viso della Lilli, vestita di panno nero, sempre in grembiule: "Comandi?", diceva con la sua cantilena friulana e noi dentro, a rompicollo e su per le scalette che portavano in soffitta, tra ragni e spiriti...
Amavo la palma solitaria che dondolava la sua chioma africana in quella plaga del Nord. Mi lambiccavo il cervello a tentar di decifrare il fmeccanismo della meridiana che decorava la facciata rosa del casolare. Un mistero di ascisse e coordinate e soli e lune. In casa, la mia immagine mi balzava addoso dall'immenso specchio che faceva da parete di fondo al salone. Eccomi, sbiadita, tra macchie nere  e scrostature. Nonna Stella che aveva più buon gusto di un'imperatrice asburgo era, però, ordinata come il caos. Dentro i suoi cassetti un terremoto di carte, un brulicare di oggetti senza capo né coda. C'erano certe casette fatte di fiammiferi che mi innamoravano. Le portava ogni santissimo Natale una certa dama di San Vincenzo amica della nonna. Si seppe, molti anni dopo, che questa signora qui non era né una signora né una dama e aveva, invece, il marito truffatore in carcere...
Sul tavolo, in bella vista, la nonna teneva un'alzata cinese per torte, una cineseria dei primi del Novecento che io amavo per il suo rotodeggiare a dischi sempre più piccini, dichi che a volte si coloravano di caramelle.
Quando morì la nonna, non so per quali sentieri del destino, mi trovai l'alzata in casa mia. Un giorno un alto manager in grisaglie, un bancario o forse non so anche un banchiere, uno di quelli che giocano con i numeri e pigiando due tasti guadagnano spropositi, si trovò a prendere un caffè con l'alzata sul muso.
"Bella!", disse.
E io: "E' cinese".
"Ah, cinese...", osservò lui con un sospiro, come se fosse imbarazzato di stomaco.
Per lui, lo capii solo dopo, sono "made in China" anche i vasi Ming.

venerdì 7 ottobre 2011

Giancarlo e il Devoto-Oli

Forse, e dico forse, per molti il Devoto-Oli è solo uno dei tanti dizionari che pesavano nella cartella per star poi seduto sul banco mentre noi si componeva, biro tra i denti e cervello in fiamme, il tema in classe. Per me, invece, sulla copertina di quel signor volume,  c'è, stampato in tre per due, l'immagine di Giancarlo Oli, ancora vivo, in carne, sorriso  e barba.  Non ricordo più come e quando lo incontrai, ché se mi sforzo vedo solo lui ed io, al tavolo di un ristorante niente di speciale che galleggiava all'incrocio tra Via del Corso e Via della Croce. Ci  trovavamo lì finché era vivo, una volta al mese (non di più), di rado, infatti, scendeva a Roma dalle sue colline toscane il professore, che era professore quanto io potrei essere, che ne so, una lappone. Di certo era una buona forchetta e un buon cucchiaio,  e soprattutto parlava della nostra bella lingua con l'amore di un padre. Gli devo un grazie, tra i molti, per aver - ad esempio - diradato le nebbie in cui veleggiavano nella testolina mia, a braccetto, madama  semantica e donna etimologia, un mistero a pagina 123 della grammatica italiana. E ve lo vado a spiegare come se stendessi i panni al sole, senz'arie né prosopopee, come faceva lui. Captivus, per l'etimologia che cerca le radici delle parole, vuol dire solo prigioniero. Ma per la semantica, che cambia il significato della parole con il correr dei Secoli, il captivus diventa nientemeno che un captivus diaboli, cioè un tipetto da tenere alle larghe, un posseduto dal diavolo. Ed ecco qui, non me ne vogliate, fine della lezioncina.
Ci furono tra noi molte parole, alcune non dette, molte lettere e qualche dono che conservo, gelosa, nella mia personale libreria dell'anima. Le lettere, abbracciate da un nastro verde, stanno dormendo ma io per l'occasione ne sveglierò una e vi regalerò una perla dell'italiano suo, della sua personale etimologia del cuore, Così concludeva, con una scrittura minuta e regolare, una delle sue: "Destinataria, donna del destino": etimologia linguisticamente priva di connessione e per altri versi assolutamente improbabile". Così stasera che il cielo è grigio e pare iniziato, tutt'un tratto, l'inverno, mi par d'essere ancora quella destinataria lì, nella primavera dei miei anni...

mercoledì 5 ottobre 2011

Merdaf, il Lhasa Apso



Un bel giorno di tanti anni fa arrivò a mia madre, dritto da Harrods a Londra, un Lhasa Apso, dono di mio padre a lei, la Regina. Era questo cagnolino qui un cosino peloso, color caffelatte, con gli occhi di pepe nascosti da una frangetta di cioccolata, e una coda arricciolata che, nel camminare, si agitava tutta come se danzasse... Era un cosettino, dicevo, alto un soldo di cacio, d'accordo, ma vantava un pedigree lungo da qui fin lì, con avoli che, fate voi, potevano aver combattuto tra i piedi di Nelson nella battaglia di Trafalgar. Il cagnolino, che mi cucii subito all'anima, si chiamò Benji come il protagonista di una storia di animali firmata da Enyd Blyton che allora, bambina, contavo tra le mie scrittrici preferite. Ma Benji aristocratico nelle parentele, in linea verticale, era uno zingaro in quella orizzontale, uno sbrendolino che te lo raccomando. Portarlo a spasso era un'agonia, che ogni puzza spalmata per la via era sua. E tirava, tirava al guinzaglio come un forsennato, puntando sul selciato zampe, muso e cuore. Hai voglia a chiamarlo, a blandirlo, a tirare anche tu... Per andare alla piazzetta, mettiamo, a comperare il latte (cosa che facevo di solito con lui) ci si poteva impiegare un'ora sana. Per riportarlo a casa, poi, erano dolori. Come se, giunto al cancello, gli mancassero l'aria e la libertà.
Un brutto giorno, sparì non si sa come. Io e mia madre percorremmo a piedi e in macchina tutte le strade intorno a Via Beccari e intorno intono e su e giù. I nostri biglietti di richiamo, con nome e cognome e numeri di telefono, restarono voce nel vento.
Mio padre, per consolar la sua Regina, acquistò un altro cane, un altro Lhasa Apso, ma questa volta, vivaddio, non andò a pescarlo nel gran negozio londinese che fa la riverenza alla Regina vera, quella d'Inghilterra. Guidò, più modestamente, fino ai Colli Albani, dove il cagnetto viveva, in un cascinale scalcinato, con papà mamma e fratelli. Il secondo Lhasa Apso di casa, che aveva la pelliccia bianca e d'argento, plebeo com'era, fu subito reso aristocratico dai Ponti grazie a un nome scespiriano, di nobiltà scozzese: McDuff. Prima che diventasse, più prosaicamente Mecki, giunse - quando l'estate cominciava a indossar guanti e sciarpa - da San Giuliano nonna Stella che non masticava neppure una parola d'inglese, e che commentò così il nome del nuovo venuto: "Ma Regina, Merdaf, che razza di nome...".


domenica 2 ottobre 2011

Un garrulo sulle Moby lines

Me ne stavo, tutta sola soletta, a far la mia bella traversata in traghetto, Civitavecchia-Olbia, in compagnia dei miei pensieri e delle mie stupidezze, seduta su un divano color porpora nel bar della Moby lines, deserto per via della bassa stagione, osservando dalla vetrata di poppa le fatine del sole danzar sulle onde quando, tutt'un tratto, un certo signore, lasco, quadrato, in camicia bianca (un poco troppo aperta sul petto per il miei gusti e per la sua età) e un facciotto tutt'uno con la corrente del mondo, un quattro quarti di cordialità fatta e vestita, mi domanda a bruciapelo: "E' libero?".
"Certo", rispondo con la mia consueta buona creanza, mentre lo sguardo vaga sui tanti divanetti vuoti...
Lui si siede in faccia a me e io proseguo, zitta e mosca, ben attenta a non incrociare il suo sguardo cupido di parole, gli occhi mansi, allegri, trionfanti di chiacchiere.
Resisto più di una volta agli attacchi incrociati dei lumi suoi, decsa a tenere il naso nel libro neanche stessi studiano a memoria "In morte del fratello Giovanni". Lui, sospirando con lo sguardo, la bocca tappata a forza dal gelo mio, si legge tutto il quotidiano, compresa la pubblicità dei materassi...
Verso le sette di sera, quando la tenebra è scesa a vestir a lutto mare e cielo, il mio dirimpettaio, denti affilati di coraggio, parte con un: "Lei è sarda, signora?".
La diga è rotta. Il benedetto silenzio pure. In rapida successione, in uno scilinguagnolo che te lo raccomando, vengo a sapere che si è appena operato all'anca a Grottaferrata, che si è rifatto i denti di sopra e che gli sono costati una tombola, che ha tre figli e sette nipoti (tutte femmine eccetto il più piccolo...), che in Sardegna - manco a dirlo - ha amici, anzi fratelli, a mazzi, che tutti lo vogliono e che tutti lo cercano. Io taccio e sorrido, con quella buona educazione che sa tanto di martirio. E lui prosegue, come in un monologo teatrale. Finalmente attracchiamo. L'altoparlante chiama chi ha la macchina a scendere nei garage.  Libera. Mi alzo, gli tendo una mano, afferro la sua con due delle mie, tanto è l'entusiasmo di troncar la conoscenza e: "E' stato davvero un piacere!", mento. E cerco si sfilarmi. Ma lui, con un guizzo dispettoso negli occhi, mi fa: "Eh no, prende ilt raghetto di domenica tre, vero? E' l'ultimo della stagione. Ci rivediamo domenica, allora, stesso posto...".
Passano i giorni. Devo partire. Decisa a non farmi trovare dal garrulo, metto in atto la mia strategia. Alle nove e trenta sono sul ponte a morir di vento. Alle undici nell'altro bar, quello dei bambini, tutto pieno di Titti e Silvestro. Sono lì, a tu per tu con Gogol, felice di averla fatta franca, quando d'un tratto: "Buongiorno, l'ho cercata per tutta la nave...". Così, al contrario di Orazio, fui tradita da Apollo.

Nella foto c'è Nerino, uno dei gattini che mi hanno fatto, loro sì, buona compagnia, durante la mia solitudine a Cala dei Gigli...