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venerdì 16 settembre 2011

A spese dei suoceri...

In casa Ponti i compleanni, per carità, non venivano festeggiati. Torte e candeline erano roba da "tinello" e il tinello a casa nostra proprio non c'era. Per rincorrere non so quale falena aristocratica mia madre, gran maestra della "signorilità", storceva il naso all'idea del bambino (che veniva declassato a "pupo") il quale, con un sorriso a labbra distese che pareva una fetta di melone, soffiava, reuccio per un giorno, sulle fiammelle della sua piccola vita. Riccioli protetti dall'incavo caldo del seno materno, tutt'intorno il parentame festoso a batter le mani e a fare "oh, che bravo", come se avesse scalato un Everest... Noi niente, a bocca asciutta: un bel nulla farcito alla panna e anche i regali, una micragna. Adiciotto anni, invece, d'incanto, la magia. Una festa, anzi un ballo (nel caso dei gemelli e di mia sorella) fu apparecchiato nel giardino trasformato, per l'occasione, in un Paese delle Meraviglie. I ragazzi, in smoking neri, neri pinguini; i camerieri in smoking bianco, bianchi pinguini. Sul prato, con vestiti scollati bianchi e neri a leccar erba e fiori leggiadre damine dai nomi d'oro e d'argento. Alcuni li ricordo ancora e li pronuncio con una riverenza, ma soltanto il nome perché per dire il cognome dovrei anch'io vestirmi da sera. Erano nomi di farfalle ripescati dal mito: Pol issena, Coralla, Lucrezia.
La festa mia - perché ballo non fu - fu invernale raduno, dentro un su e giù per le scale degli ospiti, fuori un freddo di stelle. Soltanto Marco, chissà perché, non ebbe, compiuta l'età del senno, il suo tributo di gloria, la rivincita per tutti i compleanni mancati, per tutte le candeline mai soffiate. Si rifece, anni dopo, quando primo di tutti, per il suo matrimonio con una delle tante farfalle romane, vestì di ghirlande quattrocentesce non una villa sola e neppure un solo giardino, ma un intero borgo in Umbria. A spese dei suoceri...

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