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lunedì 19 settembre 2011

Primo giorno di scuola

Mia cugina Viola, da piccolina, trovava il paradiso in due-posti-due: dietro alle gonne di sua madre e a fianco della stessa, con il muso fuori e le gambe a nascondino, in un gioco perenne di ti vedo e non ti vedo. Il mondo la spaventava ed ecco perché, il primo giorno di scuola (la materna saltata a piè pari...), fu per lei Scilla e Cariddi.
Entrata nell'aula dell'Istituto Mater Dei già sospettosa per via degli eccessivi entusiasmi di sua madre,  Viola pretese che la mamma sedesse nel banco insieme a lei e, soddisfatta, con gli occhi alla sua dea, se ne rimase quietina per tutta la lezione. Il giorno successivo, ecco la zia seduta  nel banchetto (piegata e scomoda a mo' di tovagliolo), di fianco alla sua Viola e così via per un numero di mattine che non ricordo finché un giorno, anzi un brutto giorno per Viola, la maestra che si chiamava Baffetti ed era una bellezza alta, al caffé, con certi occhi smeraldini di fiamma, pregò sua madre di accomodarsi e così sia.  A Viola fu assegnata per compagna di banco una morticina dai capelli color pelo di topo, incapace di pronunciar la "r" e la "s" che, come si sa, sono due signore consonanti...
Appena la zia, liberata, scomparve divorata dal corridoio, a Viola vennero i lucciconi, sentì una castagna in gola e prese a piangere a dirotto. E pianse e pianse per un mese sano come se la miniera delle lacrime sue fosse inesauribile. Pianse, dicevo,  per trenta giorni filati e poi mai più. A tredici anni ebbe la sua rivincita agli esami di terza media quando al professore esterno che le chiedeva di parlar di Garibaldi rispose: "Va bene Garibaldi, ma posso parlar di Napoleone?". Fu magro bottino in famiglia, nonostante l'ottimo ottimo scolastico perché quando si doveva descrivere  un piagnone si diceva e si dice: "Ha le lacrime facili come zia Viola".

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