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martedì 13 settembre 2011

Istituto Mater Dei

All'ombra della salita di San Sebastianello, a un tiro di sasso dai capricci di piazza di Spagna, in un gran palazzo coi baffi, color ocra e legno, che apriva il suo  portone in faccia a un suo gemello, c'era l'Istituto Mater Dei, una piccola scuola irlandese (una sezione per classe, dalla prima elementare al terzo liceo classico)  tutta femminile e in divisa. Il palazzo, alto, solenne, vestito di gloria era un quadrilatero cresciuto intorno a un  cortile buio, dove riposava, in un canto, una palestra scalcinata (dotata però di un inutile - per me - quadro svedese...)  che doveva essere stata un tempo ricovero di nobili destrieri... Ogni piano del palazzo che si arrotolava intorno a un grande scalone di marmo, era occupato da ampie aule dall'aria austera, con lavagna, mappe geografiche e grandi banchi di legno pitturati, chissà perché, di color verde smeraldo. In ogni classe una trentina di noi, stirate nella divisa invernale (gonna blu a pieghe e camiciola in tinta con una filza di bottoncini bianchi a correre sul petto) o in quella estiva (stessa gonna con camicetta bianca a maniche corte). Noi alunne del Mater Dei:, viste di dietro: code di cavallo o trecce a leccare  la schiena. Eravamo diverse, ognuna a modo proprio, ma come per magia ci facevamo tutte uguali nella pancia dell'Istituto Mater Dei.
Noialtre, uniformi in uniforme, si faceva certo fatica a distinguerci. Non così le "sister" che noi salutavamo, con gran solennità di modi, piegando il ginocchio destro dietro alla gamba sinistra in un inchinetto a molla che ancora adesso, se non ci penso su due volte, mi scappa da fare al primo can che passa...
Sister Saint Thomas, la direttrice, faceva tremare il cuore da tanto era severa. Non sorrideva punto e aveva due occhi che pungevano. Non rideva mai, sister SaintThomas e, figuriamoci piangere. Con lo sguardo beccava e inceneriva. Il suo opposto: la sua vice: sister Luisita che aveva un viso giallo come il nome che portava, viso e nome al gusto di limone, ma la voce era carezza e buonsenso il giudizio. D'un tratto un ricordo, siamo in classe, chine sui libri, ed ecco  udiamo tutto uno scampanellare come d'allarme d'incendio. Ma fuoco non era. Passione sì. In quello scampanio a matto un dolore corale, come in polifonia.. Ogni sister aveva, infatti, un nome fatto di note di campanella, un richiamo in allegria  pasquale in un alfabeto morse di suoni che non sono mai riuscita a decifrare e che si udiva, leggiadro, a momenti, come a riempir di sole il cortile di tenebra... Ma quel giorno, lo ricordo come fosse ieri, suonavano tutti quanti i richiami, rincorrendosi a singhiozzo, e punti e virgole di doremi,. Sister Luisita, malata da tempo, era morta. Alla messa di trigesimo, un mese più tardi, con mia grande sorpresa, vidi piangere anche Sister Saint Thomas. Piansi (si fa per dire)  anche io, ma senza lacrime, il giorno in cui, ora è un anno, andai all'Istituto Mater Dei ad accompagnare un'amica che si iscriveva a un corso del British Council. Scoprii così, per caso,  che sua Maestà la Regina aveva conquistato quel pezzetto d'Irlanda mia e romana, cambiandolo nelle viscere, forse per sempre.  In luogo della stanzetta delle sister portiere (gemelle e italiane) affacciata ai tempi miei (essendo in origine il matroneo della cappella) su altare e tabernacolo, ecco un'aula ben chiusa a Nostro Signore, fresca di porte a vetri e dipinta, per allegria di naufragi, di verde pisello... Color d'Irlanda e di marameo.

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