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sabato 4 giugno 2011

Cioccolatini al latte



In fondo al giardino, nella parte arruffata di verde che noi chiamavamo "pratone", dove gli ombrelli degli alti pini d'Aleppo facevano ombra al sole, c'era, separata da una rete sghemba, carica di edere e di erbe, una piccola casa di tegole e mattoni, che fumava dal comignolo estate e inverno. Ci vivevano il signor Mario e suo nipote che di nome faceva Ulisse. Alto una spanna, con un viso tagliato nel cuoio, sempre odoroso di terra e di fumo, il signor Mario, detto Sormario (e da noi piccoli "Sorma") pareva uscito da una fiaba ed era un cuore d'oro spruzzato di zucchero a velo. A noi bambini, Ponti e Salini, regalava manciate di cioccolatini al latte (carta stagnola azzurra) e fondenti (carta stagnola rossa) e nessuno al mondo, lo giuro, sapeva fare l'uovo sbattuto come lo faceva lui. Diventava, nella magia di Sorma che girava e girava il cucchiaino intorno alla tazza con un "poc poc" soddisfatto, una crema di sole, liscia, senza granelli a grattar la lingua. Miele d'uovo...
Gli scudieri di Sormario eran due cani: Birba, bianca, di pelo raso, con orecchie da gatto e due occhi vivi e Zorro, un pelosone con gli occhi nascosti dai ciuffi della frangia, con le orecchie sbrodolate ai lati del muso. La sua arma una piccola scacciacani che chiamava in codice Carolina e che era stata sua fedele compagna durante il ritorno dalla campagna di Russia: "Camminavo, camminavo e c'era solo neve e freddo", raccontava il signor Mario e io lo vedevo, un puntino nero, in un foglio A4, tutto bianco... E mentre mi sciolgo nel pensiero di Sorma, sento picchiare all'uscio della mia memoria. Ed ecco balzarmi addosso, nero come il peccato, lungo e magro, Ulisse, il nipote, spezzatore di incanti. Serro gli occhi. Eccoci, un giorno caldo di giugno, con le dita infilate nei rombi della rete, in una cagnara di cani (di qua i nostri, di là i loro), a gridare "Sorma, Sorma!". Con il sapore vellutato di cioccolatino già giù per la gola. Gridiamo e gridiamo a più non posso. Giunge di corsa Ulisse, più nero del carbone: "Ce l'avete 'na casa? - spara - Annatevene a casa!".





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