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giovedì 9 giugno 2011

Io e Luisa



A vent'anni o giù di lì, mi ritrovai a collaborare con un quotidiano che aveva una testata allegra, verde come la speranza e una sede di sole, alta su una piazza romana dove ai tempi di Dioniso, pascolavano le capre e dove, oggi, romani e turisti, possono bere il più buon espresso all'ombra della lanterna - che pare una meringa - di Sant'Ivo alla Sapienza Il caporedattore, mettiamo al lunedì, mi consegnava un cartoccio di libri di scrittori italiani e io, al venerdì, glieli restituivo, ognuno con la sua bella recensione appena uscita dal mio forno. Mi capitò, tra gli altri, un librino della Sellerio, collana "La memoria" di una certa a me allora sconosciuta Luisa Adorno. Il libro, bellino davvero, anzi bello; la recensione più o meno pure. Ebbi da lei una telefonata o forse, non ricordo bene, ci incontrammo a una presentazione, a un convegno, in un'occasione qualsiasi, come ce n'erano a mucchi allora. Lei, già avanti negli anni, capelli corti, tutti d'argento, io, al suo confronto, appena uscita dall'uovo. Diventammo amiche. Spesso andavo a mangiare un boccone a casa sua ed erano pasti di buon umore e libri. Era (ed è), il suo, un appartamento spazioso, in stile anni Settanta, neutro di personalità, a parte i quadri che mi sorridevano fin dall'ingresso (tante, bellissime, le incisioni di artisti praghesi) e i libri che ricamavano tutte le pareti. E siccome la memoria è una buffa creatura che cammina a testa in giù, ricordo molto bene, chissà poi perché, di quella casa il bagno che era color caffelatte, in travertino, e bianco, pieno di luce...

Oltre a Luisa Adorno (che in realtà aveva ed ha un nome stellato), viveva in quella casa suo marito, un professore di Estetica, alto, magro, siciliano e così dritto che pareva aver ingoiato un servo muto. Apriva la bocca a malapena, superiore alle nostre risate plebee, e si animava soltanto quando ci parlava, con parole auliche e curiali, di certe sue allieve giovani, carine e "di gran talento" che noi due, tornate mocciose per dar fastidio a lui, ci divertivamo - senza neppure conoscerle - a canzonare...

Un giorno lei tornò a casa correndo, il cuore le saltava alla corda in petto. Per strada si era ritrovata davanti un uomo, tutto nudo, un tipo furioso, senza panni addosso, che sbraitava la sua rabbia contro il mondo intero. Un San Francesco arrabbiato e metropolitano. Lei, sulla porta, sgomenta gridò al marito: "C'è un tipo di fronte alla banca, tutto nudo che urla!". E lui, con quelle labbra tagliate e strette, che non si aprivano quasi neppure per far passare una forchettata di pasta, disse, serio serio, senza battere ciglio: "Davanti a quale banca?".

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