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venerdì 24 giugno 2011

Una sorellina nella solitudine



Tavolara, seduta in mezzo al mare, chiudeva l'orizzonte di Cala dei Gigli. Quando stava per venire la pioggia, si metteva in test un berretto sfilacciato di nubi. Al tramonto, il sole la spennellava di rosa e di celeste. Amavo la sua spuiaggia detta "lo smalmatore", con la sabbia color burro, perché accarezzandola di contropelo affioravano rametti nani di corallo. Percorrevo a capo chino la riva, perduta nella mia ricerca, avanti e indietro, in mano un bicchierino di plastica da pic nic...



Amavo Tavolara perché era stato il regno più piccolo del mondo, perché nel retrospiaggia i ricordo di re e regine respirava in certe tombe romite, battute dal ponente, abitate da lucertole, convolvoli e cardi.



L'amavo sì, ma mio padre che inseguiva le sue smanie di pescatore subacqueo, non mi ci portava mai. Lui preferiva di gran lunga depositarmi sulla spiaggetta sull'istmo, nuda di coralli, e dove passavo il tempo contando i minuti per andarmene. Oppure sulle spiagge tutte sassie alghe di Molara. Sopportavo. A volte mi lasciava a dondolare per ore sullo zodiac. Seguivo, distesa sul naso grigio del natante, il tubicino nero del boccaglio che sembrava la pinna di uno squalo.



Un giorno mi piantò sotto l'arco naturale di Tavolara, ai confini delle colonne d'Ercole. Ero lì, abbrustolita dalla canicola, quando sentii un rumorino di sassolini. Girai gli occhi all'insù, una mano a visiera: una capra mi osservava. Voltò il capino di qua e poi di là. Mi parve il saluto di una sorellina nella solitudine.

lunedì 13 giugno 2011

Raganelle e reginelle



Quando in Sardegna andavano soltanto gli hippie, i matti e i quattroquarti e le pecore spazzolavano indolenti la rena della spiaggia di Cala dei Gigli, mi capitava sovente (e ora mai più...) di trovare, alla sera, certe ranette smeraldine sedute, zitte zitte, a godersi il freschino dentro la vasca del bagno giallo. Era questo un bagnetto di servizio, diseredato, scalcinato anche, dimenticato al piano terra e usato soltanto da mio padre, durante le interminabili giornate di ponente che lo vedevano sbuffare tra studiolo e salone, sognando la pesca e le profondità...

Le ranocchie piccole, bagnate, sempre in batticuore, con il vestitino lucido d'umidore e verde di foglia, e gli occhietti di pepe nero, io le chiamavo "reginelle", regine piccoline, perché a modo loro mi parevano in livrea e sedute composte come regine in trono. Per me erano regine, ma per il mondo erano e restavano raganelle. Mi vedo come fosse oggi: io, una lunga treccia bionda a serpe giù per la schiena, con un lume in cuore. Non riuscivo a contener la gioia: "C'è una reginella!", esclamavo. Solo Marco rispondeva. La prendevo tra due mani in preghiera, tenera e tremante com'era, la mia reginella, per liberarla, insieme a mio fratello, in giardino, sotto un cielo lucente, trapunto di stelle, che pareva leccato da mille gatti...

Un'altra notte, di molti anni dopo, con lo stesso cielo d'inchostro e di fuochi lontani, sto scendendo, a passi leggeri, giù per una collina nera per raggiungere parcheggio e automobile e tornarmene a Roma a casa mia. Sono in compagnia di un'amica, che, fresca sposa, abitava ed abita in campagna, a un tiro di sasso dalla villa dove abbiamo appena festeggiato le nozze. D'un tratto, girata la curva, il silenzio è rotto da un fragore pazzo, come d'anime del purgatorio tutte a gridare a più non posso perdono a Nostro Signore. Mi giro, guardo la mia amica, in faccia un punto di domanda. E lei, ridendo della smorfia mia, mi fa, con quella sua parlata sciacquata in Arno: "Oh non sono miha dannati, sta quietina, son raganelle pettegole, in amore". Reginelle e raganelle...

giovedì 9 giugno 2011

Io e Luisa



A vent'anni o giù di lì, mi ritrovai a collaborare con un quotidiano che aveva una testata allegra, verde come la speranza e una sede di sole, alta su una piazza romana dove ai tempi di Dioniso, pascolavano le capre e dove, oggi, romani e turisti, possono bere il più buon espresso all'ombra della lanterna - che pare una meringa - di Sant'Ivo alla Sapienza Il caporedattore, mettiamo al lunedì, mi consegnava un cartoccio di libri di scrittori italiani e io, al venerdì, glieli restituivo, ognuno con la sua bella recensione appena uscita dal mio forno. Mi capitò, tra gli altri, un librino della Sellerio, collana "La memoria" di una certa a me allora sconosciuta Luisa Adorno. Il libro, bellino davvero, anzi bello; la recensione più o meno pure. Ebbi da lei una telefonata o forse, non ricordo bene, ci incontrammo a una presentazione, a un convegno, in un'occasione qualsiasi, come ce n'erano a mucchi allora. Lei, già avanti negli anni, capelli corti, tutti d'argento, io, al suo confronto, appena uscita dall'uovo. Diventammo amiche. Spesso andavo a mangiare un boccone a casa sua ed erano pasti di buon umore e libri. Era (ed è), il suo, un appartamento spazioso, in stile anni Settanta, neutro di personalità, a parte i quadri che mi sorridevano fin dall'ingresso (tante, bellissime, le incisioni di artisti praghesi) e i libri che ricamavano tutte le pareti. E siccome la memoria è una buffa creatura che cammina a testa in giù, ricordo molto bene, chissà poi perché, di quella casa il bagno che era color caffelatte, in travertino, e bianco, pieno di luce...

Oltre a Luisa Adorno (che in realtà aveva ed ha un nome stellato), viveva in quella casa suo marito, un professore di Estetica, alto, magro, siciliano e così dritto che pareva aver ingoiato un servo muto. Apriva la bocca a malapena, superiore alle nostre risate plebee, e si animava soltanto quando ci parlava, con parole auliche e curiali, di certe sue allieve giovani, carine e "di gran talento" che noi due, tornate mocciose per dar fastidio a lui, ci divertivamo - senza neppure conoscerle - a canzonare...

Un giorno lei tornò a casa correndo, il cuore le saltava alla corda in petto. Per strada si era ritrovata davanti un uomo, tutto nudo, un tipo furioso, senza panni addosso, che sbraitava la sua rabbia contro il mondo intero. Un San Francesco arrabbiato e metropolitano. Lei, sulla porta, sgomenta gridò al marito: "C'è un tipo di fronte alla banca, tutto nudo che urla!". E lui, con quelle labbra tagliate e strette, che non si aprivano quasi neppure per far passare una forchettata di pasta, disse, serio serio, senza battere ciglio: "Davanti a quale banca?".

sabato 4 giugno 2011

Cioccolatini al latte



In fondo al giardino, nella parte arruffata di verde che noi chiamavamo "pratone", dove gli ombrelli degli alti pini d'Aleppo facevano ombra al sole, c'era, separata da una rete sghemba, carica di edere e di erbe, una piccola casa di tegole e mattoni, che fumava dal comignolo estate e inverno. Ci vivevano il signor Mario e suo nipote che di nome faceva Ulisse. Alto una spanna, con un viso tagliato nel cuoio, sempre odoroso di terra e di fumo, il signor Mario, detto Sormario (e da noi piccoli "Sorma") pareva uscito da una fiaba ed era un cuore d'oro spruzzato di zucchero a velo. A noi bambini, Ponti e Salini, regalava manciate di cioccolatini al latte (carta stagnola azzurra) e fondenti (carta stagnola rossa) e nessuno al mondo, lo giuro, sapeva fare l'uovo sbattuto come lo faceva lui. Diventava, nella magia di Sorma che girava e girava il cucchiaino intorno alla tazza con un "poc poc" soddisfatto, una crema di sole, liscia, senza granelli a grattar la lingua. Miele d'uovo...
Gli scudieri di Sormario eran due cani: Birba, bianca, di pelo raso, con orecchie da gatto e due occhi vivi e Zorro, un pelosone con gli occhi nascosti dai ciuffi della frangia, con le orecchie sbrodolate ai lati del muso. La sua arma una piccola scacciacani che chiamava in codice Carolina e che era stata sua fedele compagna durante il ritorno dalla campagna di Russia: "Camminavo, camminavo e c'era solo neve e freddo", raccontava il signor Mario e io lo vedevo, un puntino nero, in un foglio A4, tutto bianco... E mentre mi sciolgo nel pensiero di Sorma, sento picchiare all'uscio della mia memoria. Ed ecco balzarmi addosso, nero come il peccato, lungo e magro, Ulisse, il nipote, spezzatore di incanti. Serro gli occhi. Eccoci, un giorno caldo di giugno, con le dita infilate nei rombi della rete, in una cagnara di cani (di qua i nostri, di là i loro), a gridare "Sorma, Sorma!". Con il sapore vellutato di cioccolatino già giù per la gola. Gridiamo e gridiamo a più non posso. Giunge di corsa Ulisse, più nero del carbone: "Ce l'avete 'na casa? - spara - Annatevene a casa!".