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mercoledì 25 maggio 2011

In ricordo di Alfredo



Quando ancora dovevo prendere la tessera verde da pubblicista e, con una borsa piena di sogni e di speranze, scodinzolavo da una redazione all'altra in cerca di una collaborazione, mi ritrovai, per simpatia, a scrivere per un giornale politico, ora chiuso e sepolto, con buona pace delle Cinque lune dove, allora, aveva messo radici e uffici.



Il caporedattore della Cultura, che stravedeva per Garibaldi e D'Azeglio, era un tipo smilzo, un poco curvo, con un'aria ottocentesca che lo faceva somigliar tutto agli eroi del Risorgimento sui quali scriveva a iosa articoli e libri. Un giorno, un bel giorno, mi convocò per farmi un dono: una settimana ad Agrigento a seguire un certo convegno su Pirandello di cui non ricordo l'argomento né i relatori. Detto fatto eccomi nella città del Kaos, dove era nato il nostro Premio Nobel (ma, non so se lo sapete, quando glielo assegnarono, lui scriveva a matto pigiando sui tasti della sua macchina da scrivere nera: "pagliacciate, pagliacciate, pagliacciate..."). Dormivo in un bell'albergo rosa perso tra i templi della valle verde e ventosa che aveva e ha alle spalle i denti mozzi dei grattacieli della Girgenti moderna e contemporanea. Di mattina ero tutta convegno, l'articolo pronto prima del pasto. Di pomeriggio giravo per la Sicilia antica. Visitai un giorno la casa natia di Pirandello in località Kaos, appunto. Della casa, poco o nulla, ma il pino che fa la guardia alla tomba dello scrittore, sì che lo ricordo. Mi pareva racconta meglio delle tante parole del covegno la vita nuda di Pirandello...



C'era con me, tra i tanti giornalisti, un certo tipo toscano, di Livorno che masticava battutacce come i ragazzi la gomma americana. Mentre i relatori, seri seri, porgevano a noi platea i loro voli pindarici sull'autore dei Sei personaggi, un diavoletto dispettoso, livornese, mi sussurrava nell'orecchio i suoi commenti. Per me un supplizio combatter le risate. Come a scuola quando la ridarella ti scoppia in cuore e vorrebbe rimbalzar, fragorosa, per l'aula. Andavamo insieme, io e questo signore che di nome faceva Alfredo, a visitare questo e quello. Risate e sole. Un giorno ci svegliammo con la pioggia. Pioveva, il cielo in armatura, le nubi in tumulto. Fu quel giorno, sotto quel cielo musone, che Alfredo mi raccontò che cosa aveva fatto, da giovane cronista, e come non se l'era perdonato mai. Lo avevano mandato, i capi suoi, a fare un servizio su una ragazzina morta chissà come . Allora, in quella preistoria anni Settanta, non c'era modo di scaricar le foto dalla rete e così lui, pensa che ti ripensa, si era presentato alla porta di casa della piccola sventurata dicendo alla madre, ancora ignara del fatto, che la bimba sua aveva vinto un premio a scuola e che bisognava pubblicare una foto sul giornale. La ebbe la foto e con la foto un marchio a fuoco che cercava di esorcizzar ridendo di tutto e di niente.

2 commenti:

  1. C'è un vecchio film di Clint Eastwood che si intitola Gunny. Non so se l'hai visto (è divertente)
    dove il suo motto era " improvvisare, adattarsi e raggiungere lo scopo". Certo il tuo amico si è comportato un pò da avvoltoio...ma ha avuto quello che gli serviva. Come sempre molto piacevole leggerti ;)

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  2. Ehi! che bel vestito!! complimenti a te a ad Azzurra. :))

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