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sabato 9 aprile 2011

Messer Gabbiano


Tornavo, in questa mattina di finta estate romana, sola soletta da Piazza Vittorio; una per mano, due bennibags nelle quali litigavano per un posticino all'ombra banane, lattuga, riso basmati e altre mercanzie, quando, lungo la via Urbana, dove il marciapiede affoga di macchine e a volte si fa affluente della carreggiata, mi si pianta innanzi un gabbiano grosso, bianco, alto che pare una montagnola di neve. Ci guardiamo di sbieco, in tralice, ognuno in attesa che l'altro, per buona creanza o finanche per noia, faccia largo e strada e tolga il disturbo. Invece, col fischio: io di qua, lui di là, stretti in una fettuccia di marciapiede che pare l'orlo di un pantalone, chiusa tra il muso di un'auto e il muro di una chiesa. Con fischio: io di qua e lui di là, come incollati all'asfalto. Io faccio sciò sciò, come credo si debba fare per scacciare un fastidio, sventolo una mano e arrivo a batter forte per terra con un piede per far la faccia feroce e spaventare l'intruso. Macché. per tutta risposta quello frulla le ali, storce il becco, con due grosse, impunite zampe di gesso. Resta lì e chi si è visto si è visto. E mentre osservo, occhi negli occhi, questo messer Gabbiano, elegante in ermellino, mi torna in mente un suo umilissimo antenato e suddito di piume grige e becco smunto che i miei fratelli avevano trovato, a Cala dei Gigli, con una zampetta storta che camminava a stento. I miei fratelli si erano ficcati in capo di salvarlo. Restò, dunque, con noi per qualche tempo, ma non ricordo mica se tornò a volare. Lui non so, ma il birbo importuno che mi stava innnanzi lo fece, eccome. D'un tratto, stufo di me e delle bennibags è per aria e subito dopo, eccolo appollaiato sul tettuccio di una macchina. Fattosi condor, seguì con lo sguardo me e le bennibags che scomparivamo inghiottite da Via Panisperna...

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