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giovedì 17 febbraio 2011

Oh Tavolara!


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Quando soffiava il maestrale, Tavolara, l'isola che sedeva e siede in mezzo al mare davanti alla villa di Cala dei Gigli, sembrava bussare alla porta a vetri che divideva la sala da pranzo dal terrazzo. Svavillavano, accesi, i graniti rosa e celesti nel cielo azzurro, tutto liscio come un lenzuolo ben stirato. Se però sul suo cappello a cono, temperato da un alunno diligente, sveniva un cirro lanoso, voleva dire che si dava il benvenuto all'umidore del vento di levante. Il cielo indossava allora un mantello grigio e a volte piangeva...
Per me, bambina, non c'era poesia in quell'isola che sapevo disegnare così bene: un triangolo preceduto da una coda di gatto e seguito dalla gobba del felino medesimo. Mi rimbalzavano le leggende e i misteri di quell'isola perduta tra le onde che mio padre mi raccontava ad occhi rotondi, con una cert'aria trasognata, di bambino rapito, che mi dava sui nervi . Era stata un regno (embè , pensavo io...), anzi il più piccolo regno della terra (sì, ma quando posso fare il bagno?); era abitata da capre con le corna d'oro (doppio embè!), i suoi erano re pescatori (e allora?). Più grandicella, salii fino a Punta Cannone e mi sentii tutta quanta Tavolara anch'io...
Così raggiai quando, durante una vacanza a Londra, mio padre mi propose di andare al British museum a cercar nel libro dei Regni la storia dell'isola nostra. Raggiai, certo, ma non avevo fatto i conti con un certo Farfarello che ama scompaginar la vita e metterci nel sacco. Avevo comperato in un bel negozio romano certi stivali di cuoio, in liquidazione, che mi erano parsi della misura mia e li indossai per l'occasione. Fu proprio per via di quegli stivali, che mi stringevano a cappio i piedi, impedendomi di camminare, che non vidi né il libro dei regni né il museo. Me ne rimasi immusonita su una panchina, seduta accanto alla poesia che mi danzava intorno facendo piroette e maramei...

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