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lunedì 31 gennaio 2011

La borsa di Gigi Porcelli


Per andare a scuola avevo una cartella rossa in similpelle, a forma di busta da lettera che tenevo sulle spalle, sostenuta da due tiracche (ma le compagne le chiamavano bretelle). Si chiudeva con un unico scatto, infilando una linguetta rigata, di metallo, nello scivolino apposito. Smack, un bacio, che di pomeriggio, spegneva la luce e metteva a dormire libri, astuccio, quaderni e buonanotte. Quando il mattino dopo svegliavo libri e quaderni sul banco, eccoli sorridere il loro evviva di libertà. Vivi e di carta. Mia sorella, come tutte le grandi, teneva le cose sue di scuola in un bauletto di Gucci. Avrei contato, senza fermarmi, tutte le stelle del firmamento per avere una borsa bella come la sua...
In terza media, finalmente, mia madre mi regalò un borsone di finto Louis Vuitton. Era blu notte, trapunto di fioretti color carta da zucchero. Due cifre innamorate, PG, facevano da pois. Fu amore e punto e a capo. Il giorno dopo, tutta impettita, con la borsa nuova per mano, scendevo le scale di casa come volando sul tappeto di Aladino. Incrociai uno dei gemelli che saliva al galoppo. Mi squadrò, alzò un sopracciglio e sparò: "Che c'hai la borsa di Gigi Porcelli?".

lunedì 24 gennaio 2011

'tacci stracci

Avevo sette anni e qualche scampolo di mese quando Regina decise che era cosa buona e giusta, per me, imparare a suonare il pianoforte. Detto fatto, ogni venerdì pomeriggio, eccomi davanti al cancello color serpe dell'Istituto Sisto vecchio, coricato tra gli orti e i prati della Passeggiata archeologica. Ballerina sulle punte, suonavo il campanello nascosto tra i rampicanti di un'edera scapigliata, la bocca di drago si apriva e mi veniva incontro, con un sorriso d'angiolo, Suor Maria Grazia, rotonda come il mondo, ben tesa nel suo bell'abito al gusto di crema e di limone. Il velo era nero, ma gli occhi di luce. Tre stanzette infilate una nell'altra erano tutta la scuola. In ogni camera un pianoforte a far da sentinella, con la schiena dritta al muro. Durante i mesi invernali si studiava sulla scuola preparatoria del Beyer, che era, per me, un'agonia. Faceva freddo, ma Suor Maria Grazia aveva cuore e mani calde. Quando, però, in giardino cominciavano a fiorire le testoline celesti dei notiscordardime, arrivavano le "sonatine". Iniziava, infatti, la santa preparazione del saggio che si celebrava con le maniche corte nel piccolo teatro del Sisto Vecchio.
Per qualche anno fu Beyer e sonatina. Poi, d'un tratto, Suor Maria Grazia fu messa in soffitta, i saggi amen. Senza neppure essere consultata, mi ritrovai iscritta al Conservatorio che sedeva solenne a un passo da Piazza Navona. Ma tanto questa era allegra e tutta quanta in festa tanto quello era tetro, austero e sembrava dirmi vai via, che ci fai tu qui dentro! Percorrevo, al pomeriggio, stringendo come unica compagna la cartellina dei libri sotto l'ascella, le nude stanze, i corridoi che mi sciaquavano intorno, le scale di marmo morto, senza incontrare anima viva. La mia insegnante, che era alta, sottile e aveva sempre le mani fredde, mi disse, senza tante storie, che usavo le dita come delle zappe e che dovevo ricominciar daccapo. Ricominciai dalle cadute. Ma fu una caduta. Passai, non so neanche io come, il primo anno e poi più nulla. Una domenica, mentre me ne andavo spigolando tra i banchi di Porta Portese, incontrai un compagno della mia classe di teoria, tutto barba e musica. Quando seppe che ce l'avevo fatta (e lui no) esplose in un "Tacci stracci!", con due occhi rotondi e turchini che ancora oggi, non so perché, mi sento addosso quando strimpello "Per Elisa"...

sabato 22 gennaio 2011

La dichiarazione d'amore di un avvocato

I miei genitori, ragazzi, si incontrarono per caso sul nastro di sabbia srotolato lungo l'Adriatico che porta l'evocativo nome di Lignano Sabbiadoro. Lei, diciotto anni e basta, orfana di padre, con i capelli tagliati alla maschietta quando tutte le altre dormivano con i bigodini, era ospite di certi zii per parte di nonna Stella che avevano figlioli a scialo e che quindi uno più o uno meno che fa. Lui, ventenne o poco più, cocco di mamma sua, se ne stava in vacanza da pascià dalla zia materna, che figlioli non ne aveva neanche mezzo. Mia madre che vedeva come acido negli occhi il ritorno nel freddo casolare, seduto nella campagna piatta, all'ombra di Pordenone, dove viveva con sua madre (nonna Stella), ce la mise tutta per fare innamorare quel futuro avvocatino, che le parve all'istante un metro e ottanta di affidabilità. Provò, ma il tempo non le fu alleato sicché lui, con le piogge di fine agosto, se ne tornò a Roma e presto, tra una cosa e l'altra, si dimenticò della bella friulana. Lui le mandò una cartolina, lei neppure quella. Non so se fu il nulla di lei o se fu qualcosa d'altro che mosse il ricordo, ma un giorno di primavera, eccolo picchiare alla porta dell'uscio di San Giuliano, con gran scorno di nonna Stella che lo reputò un ladro da allora e per sempre.
Un giorno mia madre mi mostrò la cartolina, figlia unica del loro filarino estivo. Sul dritto il ghirigoro di panna che è la cupola di Sant'Ivo alla Sapienza, sul rovescio, solo una frase: "Stai gioconda!". La dichiarazione d'amore di un avvocato.

lunedì 17 gennaio 2011

Regina delle stoffe

Per mia madre Regina, i colori erano solo di due tipi: quelli "svelti", cioè indossabili, e i "mapercarità". Del primo tipo, le sfumature del caffelatte - dal beige pallido al marrone corteccia - e poi il blu marinaro, il vermiglio, il nero (indossabile, si badi bene, solo di sera), e le tinte pastello, tutte al vezzeggiativo o al diminutivo: gialletto, verdino, celestino... Del secondo tipo, i colori squillanti, dal fucsia al blu elettrico. "Percarità!", li malediva. Morivo trafitta dal verde smeraldo.
Mia madre sfoggiava la medesima sicurezza nella scelta delle stoffe per tende, abiti, pantaloni. Condannava le "stoffacce" a un ergastolo perpetuo, dopo averle lasciate scivolare tra indice e pollice, con un gesto che, più avanti, vidi fare ai negozianti per indicare denaro sonante.
Derivava la sua sapienza tessile dalle visite all'atelier della sarta di sua madre (nonna Stella) che di cognome faceva Spadari. La Spadari, in testa zucchero filato grigio e bianco, splendeva nei miei ricordi bambini come una spada excalibur, lucente, geometrica, gli occhi come dardi. Al posto dello scettro un paio di forbici torte, col manico nero, un metro giallo percorso da formichine scure era il suo ermellino. "Il taglio - diceva - il taglio è tutto!". E Regina annuiva ubbidiente mentre sui lunghi tavoli svenivano, srotolate da mani esperte, onde di crepe de Chine, cretonne, sete e cotoni.
Ed ecco perché mia madre, nei negozi di tessuti alle Botteghe oscure dove ci recavamo al sabato pomeriggio, si muoveva come una sirena tra le onde, circondata dagli occhi ammirati dei commessi abituati a ben altre clienti, gente che magari distingueva a stento una seta da un acrilico. Un giorno, in un buchetto all'Arco dei Ginnasi, per non tirar fuori il tappeto rosso, l'ossequioso commesso, un punto e virgola con un paio di baffi da Donchisciotte, le offrì un bicchiere di vino. E lei, con un sorriso di gigli e di rose: "No grazie, sono atea".

venerdì 14 gennaio 2011

Un bambino e basta

Una sera di un altro secolo, trascinata da un'amica che di notte non stava a casa mai, mi ritrovai alla festa di un ministro della Repubblica. Era questi il tipo del rubacuori: smilzo, fulvo, piacente, con due occhi da Saladino. Prima della caduta, durante il furore di Tangentopoli, aveva flirtato con le belle, le più belle della Capitale, occupandosi più di scoccar dardi che di codicilli e di riforme.
La villa in luminaria, che seppi poi presa in affitto, era distesa lungo la Via Appia, e se ne stava lì a sonnecchiare tra il nero del cielo e il verde del prato. Dominava il giardino, grande e bello infiocchettato, un palchetto dove alcuni invitati ballavano, altri amoreggiavano e dove una cantante dal nome e dal ciuffo alla maschietta (destinata a scalar le classifiche) ululava alla luna. Tutt'intorno, sirene d'argento e giacche e cravatte.
Io mi aggiravo smarrita, come un beduino in alta quota. Cammina cammina, con le mani che non trovavano un parcheggio, eccomi giungere in una saletta romita, dove gli unici ospiti erano il figliolo del ministro (casco d'oro) e un suo piccolo amico che, serio serio, mi si presentò con il nome bizzarro di "Arjuna". Non feci una piega quando mi spiegò che suo padre, un uomo d'affari sempre in giro per il mondo, aveva pescato il suo nome nel Mahabarata (opera di cui allora non sapevo né nome né cognome...). E non fiatai quando tirò fuori da uno zainetto un album di fotografie: Arjuna all'ombra della Torre Eiffel, Arjuna al Corcovado, Arjuna di qui, di lì, di sopra e di sotto. Arjuna cittadino del mondo. D'un tratto si fermò: la foto era bianca, tutta bianca, una distesa di neve. A malapena distinguevo un gomitolo di umanità. Arjuna eschimese e altri scarabocchi indistinti. Lui, con un do di petto, tutto fiero, una medaglia negli occhi, indicandomi quel biancore, disse: "Il pupazzo di neve, vedi, l'ho fatto io!" Un bambino e basta.