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domenica 22 aprile 2018

Il seme antico

bennibag reginetta, rosa e cuore

Ragazzina, affamata di verità, volevo fare la scrittrice. Istruita da Italo Calvino (io, beata), seppi subito che con la scrittura non si poteva campare e che bisognava, comunque, avere un mestiere. Così sono stata addetto stampa e poi a lungo, molto a lungo, giornalista e scrivevo, soprattutto e volentieri, di cultura: la biennale, premi letterari, convegni. Cose così, tutte quante. E mi sono anche divertita, olè.
Ma il cuore mio rimaneva, chiuso nella mia stanza segreta, nelle parole che erano il mio pane e vino, nelle storie che mi seguivano come ombre amiche. Con le parole giuste, lo sapevo, potevo spennellare sulla tela di un foglio, cose vere, sentirne la fragranza, il profumo, toccarne la consistenza. Non mi interessava, diciamola così, la strada di Gadda e di Joyce che lavoravano sulla parola per la parola, no, io desideravo solo trovare quelle giuste per rifare pari pari la realtà che mi circondava, trovandone l'anima. Questo cercavo e scrivevo e naturalmente leggevo. Tanto, troppo. Da bimba, da Salgari alla Montgomery e poi, grandetta, tutti i classici (da Proust a Tolstoj, che ora nessuno legge più) e poi, signorina ancora e signora poi lungo il sentiero mio, del gusto che mi conduce, scrittori considerati di secondo giro che sono stati, per me, maestri e amici. E proprio ieri, da un vecchio comò di casa, nel mio tentare di trovare ordine del caos, mi è tornato a trovare uno degli amici miei più cari: Emilio De Marchi http://www.treccani.it/enciclopedia/emilio-de-marchi/. E chi è, direte voi? Ebbene, è uno scrittore, un signor scrittore, dell’Ottoento, che pare nato ieri, tanto vivida è la sua scrittura e nutriente la sua prosa. Magnifici sono i racconti brevi (un po’ meno, a mio parere, i romanzi, ai quali manca il respiro lungo…). Bellissimi i racconti, tutti. Io, in poche ore, mi sono riletta “Vecchie storie” e vi consiglio, in questo lunedì di attesa nel convulso nostro mondo, di leggerle anche voi per ritrovare il seme antico che crescerà forte nell’anima e nel cuore…

venerdì 20 aprile 2018

Natale di Roma

Buongiorno Roma nel tuo bel compleanno acceso di sole e d’azzurro! Buongiorno Roma in ginocchio tra voragini e spazzatura, per l’incuria e l’incapacità di chi la governa e che vorrebbe, con burbanza teneramente infantile, governare l’Italia. Buongiorno Roma nel giorno che sorge sul passato glorioso che è stato di imperatori e di Papi e che ora si deve accontentare dell’angolino sporco in cui giace.
Altre parole, se non questo semplice buongiorno, non le trovo per il mio Natale” di Roma, quando, quasi tremila anni fa, sul cucuzzolo del Palatino, un re pastore, Romolo, tra quei sette colli come dolci mammelle femminili, decise di fondare un villaggetto di fango e paglia, fecondato dal biondo fiume Tevere; un Riobò che doveva trasformarsi molti anni più tardi, tra guerre e tempeste, con Augusto, in una città di marmo, statue e colori e poi, nel tempo che tutto muta, in un grande, sacro giardino disseminato di cattedrali e basiliche e  palazzi aviti. La Roma di Sisto V mi sorride mentre penso a questa povera Roma moderna, dove si può morire bruciati in un parco dedicato alle tre Fontane sgorgate dal suolo nel rotolare della testa mozzata di San Paolo…
Io, di quell’antica grandezza, che passò dai Giulio-Claudii ai Pontefici sono testimone. La vedo, la sento, come antica sorella. E il cuore mio si scioglie in lei che mi ama, mentre, senza armi, cammino tra le spoglie sue derelitte. Buongiorno Roma. In attesa del risveglio...

mercoledì 18 aprile 2018

Un caffè con Teresa


Nel mattino già alto, quando il sole, lassù, penetra, con i  raggi curiosi, nelle case nostre per portare luce e calore, ecco, in folata di motorino acceso, arrivare a casa mia una certa amica cinese che, da anni e anni, vive nel nostro Belpaese (dove ha messo su famiglia e vita),  cercando di mettere ordine nella cultura nostra, e nella fede, senza riuscire mai a porre in bell’ordine le cifre, in addizione e sottrazione, che danno come risultato l’amata comprensione del mistero, nella sapienza del cuore. Così, ogni tre per due (diciamo così) viene da me per accendere i lumi e per fare un poco di ordine nelle tante parole che girano in vortice nella testa sua. Di solito, in bell’ordine, sediamo, e ascolto. Lei chiede, io rispondo. Così sia.
Sembra facile. Invece pare, a me, di avere di fronte un mistero (il suo) e le mie parole, che di solito sono semplici, come scritte nell’acqua, e arrivano diritte dall’altra parte, mi tornano indietro, in bocca diciamo, mentre lei mette il freno, chiude la porta, sbuffa ed eccoci ferme a un bivio. Proviamo ad andare avanti, ma di nuovo il disco s’incanta ed è meglio finirla lì, con il sorriso. Dai, in cucina, ho preparato un bel caffè e le pizzette. Sedute a tavola, nel tepore della mattinata bianca che si scioglie nel pomeriggio (quasi), ritroviamo il filo d’Arianna che parte da un cuore e arriva all’altro, senza parole…

lunedì 16 aprile 2018

In Brasile, in Italia, nel mondo


Per le ragioni del mondo che spesso fanno a pugni con quelle del cuore, uno dei miei fratelli (quello a me più caro), con le sue belle valigie non di cartone, anni addietro se n’è volato via, per lavoro e per altro, in Brasile. Sua la nuova terra tropicale, dove tutto cresce troppo, in grandezza e forza sovrumana. Suo e della famiglia che si è formato laggiù un futuro di ordine e progresso. Suo, e della sua famiglia, la quotidianità all’ombra dell’Amazzonia che, poi, mutatis mutandis, non è poi troppo differente da quella di quanti vivono, come me, al di qua del grande oceano.
La quotidianità non cambia, no, l’amore – e anche il tradimento - è sempre quello ma tutto il resto, l’intorno, gli usi ed i costumi, sì perbacco, perché, come ricordo per un antico viaggio, nei giardini crescono gli avocado e da un ramo all’altro saltellano le scimmie…
Chissà, mi chiedo, come dovette parer strano il tutto ai Bragança, che spostarono dal Portogallo al Brasile corona, gioielli e pargoli, fuggendo a matto dagli eserciti di Napoleone… Da Lisbona, dal quieto Tago, in terra arida di Portogallo, si ritrovarono, Dom Joao e la moglie Carlotta Josefa di Spagna, a Rio de Janeiro, in aliena natura e alieno mondo. Diverso il cibo, diverse le abitudini, come scrive nel suo “Amazon Throne” Bertha Harding, che mi ha accompagnata, in allegro conversare (la scrittura è ottima!) per tutta la domenica scorsa, passata un poco in casa e un poco, con Bertha, tra Rio e Petropolis.
La coppia reale non si abituò mai a quelle latitudini e tornò, morendo di saudade, in Portogallo. Lo fece il figliolo loro, Pedro I, sposato con una (povera) Asburgo (Leopoldina), che, in salsa carioca, tradì per una marchesa, alla quale mise su casa nei pressi del palazzo reale. La guida che mostrava a mio fratello il bel palazzo dell’amante creola del Re, gli indicò le scale che portavano al boudoir.  “Saliva per di qua?”, chiese mio fratello. “Non saliva, il Re, correva!", rispose la guida. In Brasile, in Italia, nel mondo.

sabato 14 aprile 2018

Pranzi alla Comina


Alla Comina, cascasse il mondo, i nonni volevano i nipotini intorno al desco apparecchiato, al tocco. Fuori, festante in sangallo rosa, al suono delle campane, la primavera chiamava i bambini alle corse campestri sull’erbe infinite friulane, ma loro, ubbidienti, quasi sull’attenti, le davano le spalle e mia madre, la più alta (suo malgrado) e tutta ricci neri, guidava il gruppo, in calata d’età e d’altezza. Seduti, muti (perché parlavano solo i grandi), attendevano con pazienza le vivande che tardavano, neanche a farlo apposta, ad arrivare. Passati dieci minuti, ecco, tra i piccoli, le prime occhiate buffe, i risolini di noia e poi i dispetti non visti, sotto al tavolo. E ancora risatine sommesse. “Fuori tutti!”, gridava il nonno, severo. E tutti i bambini, ubbidienti, scappavano in giardino dove le risatine, che dentro erano chimere, e tanto divertenti finivano per sapere d’acqua saponata e si liquefacevano, nei visetti sbigottiti, in lunghi pippi e musi, mentre il pancino brontolava…
“Tutti dentro”, interveniva, con la bandiera bianca del buon senso, la nonna, premurosa, vedendo quel grigiore infantile dalla finestra con l’occhio dell’amore. E di nuovo dentro, seduti, ai bambini toccava il supplizio delle portate. Ultimi dovevano servirsi e tanti occhiolini smarriti seguivano i gran piatti allegri di profumi e sughi, che man mano, serviti nonni, zii, cugini grandi, ospiti e resto, si facevano sempre più magri, smunti, disadorni…
Andò peggio, un secolo prima, alla sorellina di Massimo D’Azeglio, alla quale, tornata in ritardo per il desinare con la missy francese, fu servita la minestra fredda, sul terrazzo mentre i fiocchi di neve le danzavano sul naso… Era così, allora, e i bambini, che non erano re come quelli di adesso, non crescevano poi tanto male se tutti insieme, nelle generazioni che ci hanno preceduto, hanno fatto grande l’Italia senza poter chiamare il Telefono azzurro…