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sabato 9 dicembre 2017

Più liberi, più libri e tra le nuvole

Fiuto, da lontano, i libri croccanti di “Più libri più liberi” mentre me ne sto, fresca nell’umidore mattutino e perduta nel serpentone in attesa del suo turno di entrata nel gran palazzo di vetro che contiene oltre agli infiniti stand di carta e carte la famosa nuvola di Fuksas. Nei libri degli altri, ieri, come oggi, le avventure mie che si intrecciavano e si intrecciano alla mia esistenza, pur restando chiusa tutta quanta, io, nel mio gheriglio di noce. Nelle vite degli altri, la mia strada. Ragazza, era il “Salone del libro” di Torino (che amavo); oggi, c’è questa bella fiera che raccoglie in abbraccio i tanti piccoli e medi editori che si cimentano in un mestiere che più che un mestiere è una lunga (o breve) storia d’amore.

Allo stand E22, dei cari amici, una bella coppia, che sedici anni orsono ha fondato una casa editrice “Nutrimenti” e che ancora adesso - “in pari da due anni”, come esulta la bella ed elegante Ada Carpi di Resmini, respira, vive, vince. Oggi con un bel romanzo di Don Robertson “L’ultima stagione”. La scrittura è di rango, lo scrittore, con una faccia che pare Orson Wells, era amatissimo da Stephen King e il suo destino legato al 21 di marzo, quando nacque (nel 1929) e quando morì (nel 1999). Come in un racconto di King. Corro allo stand F67 a trovare un caro amico e a snasare tra i libri della casa editrice Oltre, che guarda appunto oltre, fuori dai confini italiani e comunque oltre. Ma non solamente. Diego non c’è, così, piroettando tra libri e libri, mi ritrovo in uno stand dell’editore Croce, che ha fatto della letteratura femminile tra Otto e Novecento, la sua piscina. C’è Elisabeth Gaskell e c’è Maria Messina. Bello, per me, tanto. E scopro poi che lui, l’editore, è figlio di Remo Croce che conoscevo, ragazza, e che aveva una libreria, anzi “la libreria Croce” su Corso Vittorio Emanuele. Ah, il tempo. Già, è ora, per me, di tornare a casa e, dopo un’occhiata alla nuvola dentro, affronto le nuvole nere fuori…
io, in giro

lunedì 4 dicembre 2017

Suor allegria e gli scarabocchi


Cammino svelta, nel mattino appena uscito nuovo dall’ovo divino, per recarmi come faccio spesso, a Santa Maria Maggiore, dove mi attende la quiete e la pace di parole d’anima scambiate in dono con chi non voglio rivelare. Cammino svelta, dicevo, perché all’ora tal dei tali mio marito mi attende in bocca a un negozio e non mi piace punto farlo aspettare. Cammino svelta fino alla guardiola dove, in attesa annoiata, siedono i poliziotti che fanno scorrere borse e borsoni in un tunnel di sicurezza. Non ci sono che io, mi pare, ma mi sbaglio perché dietro di me si materializza una suora in abito nero. Splende, sotto al velo, un viso di farina morbido e brillano, dietro agli occhiali, due occhi pronti e vivi, in punta d'ago, che mi paiono gli stessi che aveva Sister Francis al Mater Dei.
Saliamo, insieme, le scale e poiché la vedo traballare le offro una mano e il braccio. In scambio di sorrisi, dice: “Non si può neanche più andare a trovare Gesù in santa pace…”. Eh già, bisogna passar la sicurezza come colpevoli e non devoti. In basilica scopriamo che abbiam la stessa meta e quindi nell’attesa è uno scambio d’anime e di gioia. E mi ha detto tante cose giuste e belle e ritagliate tutte quante nell’appretto della verità che dubbi non ne conosce, che le vorrei scrivere ma non posso per promessa tra di noi. Una cosa sì, però, la posso rivelare perché sa di cronaca e di allegria. Le racconto della statua di Galileo, brutta come il peccato, a Santa Maria degli angeli, e lei, serena: “Cosa vuoi, per accoglier l’altro, occorre accogliere anche gli scarabocchi!”. Evviva e alleluia per Suor Allegria!


giovedì 30 novembre 2017

Pranzi all'Appia nuova

San Giovanni dell'anima mia
Alto e un poco curvo alla sommità, nel grigio di occhi e capelli, il nonno Carmine, l’unico che io abbia mai conosciuto tra gli avi al maschile, era il padre di mio padre. Di professione, avvocato come mio padre, aveva lavorato tutta la vita in un ufficio comunale, chino sulle scartoffie della burocrazia che sono foglie secche dell’albero della vita., nel vorticare dei tempi vecchi e nuovi che non lo cambiavan punto.
Bambina, al giovedì per il desinare, si andava – noi piccoli Ponti – a pranzare dai nonni all’Appia nuova (con vista sulla Basilica di San Giovanni), nel grande appartamento che si divideva in stanze e stanzette e dove lo zio medico riceveva i pazienti sempre in attesa. Gli gnocchi al sugo rosso li preparava la Elena che era piccola tanto da poterla mettere in una bennibag e, in cucina, mi pareva che volasse come Flora Fauna e Serena della Bella Addormentata. I piedini in alto, svolazzante il grembiule, recava in mano un piatto di meringhe tanto leggere da parere nuvolette di zucchero…
In salone, la bellissima zia Cecilia, detta Cilia, faceva, fino all’ultimo, i suoi spettrali solitari: l’orologio e la scaletta e a noi, timida presenza, chiedeva se andavamo bene a scuola. “Sì!”, rispondevamo in coro e lei “Bene, bene” e finiva tutto lì. Il nonno Carmine, dopo il pasto, tirava fuori dal taschino un sacchetto verde di caramelle bianche e, facendo il verso della gallinella, depositava gli ovetti nelle nostre mani raccolte a coppetta. La delizia di quel gesto gentile! Via in bocca, nella bianca prelibatezza dello zucchero e poi, puah, di corsa in cucina, tutti sputati gli ovetti nel nero dell’anima loro fatta di amara liquirizia. E il nonno, ridendo: “Non vi piace la regolizia?”


lunedì 27 novembre 2017

Mimma dell'Immacolata

Rose per Mimma...
Per la Mimma insegnare era imparare ed era verbo transitivo con il complemento di termine. “Ti imparo a stirare”, mi diceva ed era come se mettesse me - proprio io, piccola io - al centro dell’azione e lei, spettatrice, dall’alto mi guardasse mentre apprendevo, diciamo così per osmosi da lei che nulla, però, insegnava. Imparavo, ho imparato, cara Mimma, e ora che si avvicina il tuo (e il mio) compleanno, ti ricordo (di nuovo tu, nel cuore come “impara” questo bel verbo di cui si è perduta la radice…) nelle piccole tue abitudini che amavo.
Ricordo che per mio padre avevi una passione grande. Quando lo chiamavi tu, l’avvocato, mi pareva che la figura di mio padre diventasse ancora più grande e si faceva luminosa perfino. E non mi metteva più paura, lui buio, neppure quando, a sera, tornava pieno di ubbia, nero nuvola di pensieri. Gradiva, e si capisce, il minestrone che per prima cosa, nel fresco della mattina di erbe e di fiori, gli avevi preparato e che aspettava, profumato di pomodoro e di cipolla, in bell’ordine sul tavolo della cucina.
Come preparavi tu i panini fritti, poi, non ne ho trovati mai. Le rosette diventavano d’oro e la mozzarella che si annidava, filante nel cuore loro segreto, sapeva di sublime. Era di giovedì, mi sembra, che la casa si riempiva d’oli fritti e al venerdì sera, tiravi la pizza, che entrava e usciva dal forno, croccante e allegra nella sera.

Tutto l’allegro che sento dentro nel rivederti viva, qui, accanto a me nel ricordo acceso, si fa calante autunno nella visita mia, ancora bambina, al tuo capezzale, all’Ospedale San Giovanni. Te ne sei andata via, in punta di piedi, come eri scesa qui nel mondo. Domenica dell’Immacolata Concezione e anche un poco mia…

martedì 21 novembre 2017

Una verde foglia

Nel silenzio della casa vuota, la pace mi avvolge come una nuvola d’oro e mi pare di mettere in fila i pensieri arruffati come tanti soldatini senz’armi, lindi e pinti, i quali, silenti anche loro, depongono fucili e sciabole ai miei piedi, mentre i miei  cigni selvatici, con le loro coltri d’ortiche sul dorso (da me intrecciate con dolore), toccano il suolo con i santi piedini. Io, novella Elisa, mi ritrovo nuda, libera da ogni catena indossata ora sono molti anni, fin da quando ero in culla nei rospi che vi si trovavano. E mi pare di avere tra le mani la foglia verde che era ed è l’unica mia gioia…

Nel silenzio della casa vuota, il miracolo si compie  nella mia profondissima quiete, nella solitudine e nel tu per tu con l’infinito che ci abbraccia e ci ama. Taccio, ascolto, amo. E mentre, piano piano, la vita in me si rianima con la voglia di passare dal pensiero ai fatti, eccomi a ricordare un bel pranzo domenicale che ha riempito la casa del vocio di un bambino di quattro anni appena, con gli occhi celesti e grandi e pieni di poesia.
Correva, il piccolino, inseguendo una piccola macchina della polizia che in slancio sereno correva lungo il corridoio per andarsi a schiantare, in curva, contro il muro di fondo. E tante le risate del bambino. Conto per farlo correre al ritiro.  Conto in inglese, in italiano, in spagnolo.  E di nuovo, via, di nuovo in corsa pazza di divertimento semplice, rotondo lui, via, a inseguire la quattro ruote come fosse un gran tesoro e tutto in quello. Io, china, ginocchia a terra, gioco con lui come facevo tanti e tanti anni fa con il mio, di bambino, che ora studia lontano. Gioco e mi sento felice e penso che è nella semplicità di questi attimi solenni, di luce e di gioia il sugo della vita, la risposta a crucci e delusioni, il sangue che scorre nelle vene, la foglia verde che trema nelle nostre mani…