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mercoledì 17 gennaio 2018

Tra la spuma di una cascatella

Lana grigia e fiorellini di lana rosa, la mia nuova bennibag!
Ogni giorno, nella giornata che si stende come un bel lenzuolo candido tra mane e sera, io me ne sto, diciamo un'ora quasi, in un canto in orazione in una delle (tante) chiese mie. Le cambio, ora qui ora lì, conoscendone io ogni piccolo segreto, per tacita prudenza, perché è nella solitudine che il sentiero appare e nel silenzio mio tutto quanto rotondo ritrovo i passi che mi conducono alla vita vera, dove non sono che un nulla nelle mani del Creatore, protetta in Lui e tacita presenza. Distesa in quella mia verde quiete, il mondo mi galleggia intorno come in turbine di corrente che dalla rocca corre al mare. Io, gli occhi chiusi, lo trascorro, ferma come un sasso bianco tra la spuma di una cascatella…

A volte, aperti gli occhi, mi appare lampante ciò che è nascosto e tutto mi sembra chiaro sotto al mantello azzurro della verità. Le Chiese, vuote, dormono nella loro antica preghiera, mentre ogni tanto danzano nelle cassette delle offerte le monetine distratte e ballerine. A volte, poiché le chiese mie sono custodi di capolavori, entrano frotte di turisti, naso all’aria, con le loro belle macchine fotografiche legate al collo, al pari di un giogo per dire che esistono anche loro, che sono perché vedono e catturano, pare a loro, la verità. Mi guardano, a volte, come se fossi anche io una statua, parte dell’arredo sacro. Oggi, ad esempio, nella Chiesa tal dei tali, sono entrate delle ragazze assai chiacchierine e dopo avermi disturbato nell’orazione mia con i loro gridolini, lo hanno fatto anche dopo, quando, incrociandomi nell’uscire, mi hanno chiesto se, in questa chiesa, si organizzavano dei pranzi come avevano visto e letto su internet di altre, anche Cattedrali, e semmai potevano partecipare e come farlo… 

martedì 16 gennaio 2018

Tessera rossa

Ebbi il mio primo contratto da giornalista (s’intende non un articolo 1) giovane e verde nella redazione di un settimanalino per teen ager che si chiamava “Hellò”. Direttore mio, e che mi scelse dopo aver io scritto per mesi e mesi lunghe e corte storie d’amore per adolescenti, era Michel Pergolani che allora, in quei remoti tempi quasi di Cleopatra, era “famoso” per essere lui nelle grazie di Renzo Arbore. Arrivava tardi in redazione, Michel, e, divertendosi leggeva i miei articoli su Simon Le Bon e su Nick Kamen, che erano i divi di allora, inventati e serviti su un piatto d’argento dal mago di Oz a chi (non io) se li beveva come semidei…
Io scrivevo, a capo chino, in compagnia di Sabrina, la segretaria di redazione, che ancora ricordo con affetto e tanta simpatia per l’intelligenza che guizzava dagli occhi neri e per il sorriso dolce che mi confortava. Passano degli anni e, rincorrendo il mio sogno di diventar scrittrice, non so neanche come e perché mi ritrovo nella redazione romana della Sicilia e dai a scrivere di questo e di quello e di politici che oggi sono famosi come Sir Pitt e Mazzarino. Intanto sono diventata pubblicista, con la tessera verde, e per diventar professionista e sostener l’esame (e ottenere l'agognata tessera rossa) ancora dovevano passare molti anni e tante pene. Che buffo, tanto patir per nulla, ché oggi essere iscritti all’Ordine dei Giornalisti (come lo sono io) ti dà il dovere appena di pagar la quota annuale e di fare i corsi di formazione obbligatoria (come se dopo tanti anni a scrivere di tutto tornassimo tutti quanti scolaretti, sui banchi di scuola…) e nessun diritto. Già serve poco o nulla oramai nel mondo all'incontrario... qualche tempo fa, all’entrata di una mostra tal dei tali, mi è stato domandato se scrivevo per un blog piccolo come il mio o per un giornale nazionale, mettiamo il Corriere della Sera (che per me di allora era una chimera). Ché tanto fa lo stesso, questo o quello pari sono. Con buon pace della tessera rossa…


lunedì 8 gennaio 2018

Cantico della terra mia

Corre il Frecciarossa giù, già, lungo lo Stivale. Ecco, i colli Euganei, in lieto e placido meriggio, nel dorato lucore del sole che sta per volgere il piedino infuocato al letto del suo occidente, morbido di nuvole d’arancio e d’oro. Bologna, in festa, attende all’imbrunire chi sale e chi scende mentre io, nella mia concentrata preghiera, ricordo il suo Arcivescovo emerito oramai rinato al cielo, Carlo Caffarra, che, per me, è un Santo, ma non così per chi siede oggi sullo scranno di San Pietro in Vaticano. Ed  ora ecco Firenze, la bella, che ci accoglie nella stazione sua la quale porta un nome tutto allegro e leggiadro, intitolato alla Vergine, da volerci stare un poco a fare un riposino e infatti il Frecciarossa schiaccia il suo riposetto, dopo tanto andare, mentre nei vagoni è tutto un chiedersi perché e percome di quel ritardo che è solo, io lo so, il richiamo dolce e lieto di Santa Maria Novella che sentono anche i trenini rossi, in corsa pazza su e giù per lo Stivale…

Via, in carrozza, si riparte. E Roma, la mia bella Roma, è la meta. E non mi importa, ora che conto le ore e i minuti per ritrovare la mia casa e le mie cose, se è sindaco La Raggi oppure no, se è sporca o pulita, se piove o splende la luna, se Spelacchio è morto o vivo e dove lo metteranno, poverino; nossignore, mi basta poggiare il piede a Termini e respirare a tutto polmone la ritrovata libertà. E sono felice, mentre cammino sulle radici antiche mie, verdi, in festosa piroetta, radici che non si vedono, ma che, baciata la lor terra, mi fanno camminare come in estasi d’amore, nella rinata primavera del cantico antico della terra mia.  

venerdì 5 gennaio 2018

Nello splendore dipinto degli Eremitani

E nel peregrinare nei bei musei civici padovani, eccomi al piano più in alto che contiene la pinacoteca, ricca di capolavori Metto il naso dentro e, un balzo in cuore: vedo come in benvenuto il ritratto di un bel paggio, con capelli chiari, una testa bionda su fondo celeste, un ritratto di Giovanni Bellini, che amavo, ragazza,  e di cui gelosa, segretamente innamorata, custodivo una copia in cartolina  e proprio non sapevo fosse  custodito qui. Che gioia! Più avanti, mi saluta la statua austera di Leonardo (un nome a me così tanto caro...) Emo di Capodilista, nobile padovano, che ha donato al museo degli Eremitani ben 534 quadri. Bè, alcuni non erano proprio quadri. Come i due Giorgione che erano i frontalini di due portagioielli. O i due Tiziano, che erano, invece, decorazioni di cassettoni. La bellezza, a quei tempi, era ovunque, sparpagliata nel viver quotidiano... Sospiro, nella gioia di veder nel quadrino di Giorgione lo stesso tema della "Tempesta" e cioè un giovanetto che osserva, col suo bel mazzolin di fiori, una bella fanciulla e il suo bambino. L'incanto e il mistero della maternità che rende il doppio uno...
Scrivo queste poche mie righe e si affollano nella memoria autori e quadri che chiedono udienza e un posticino al piccolo sole di questo blog. Chiara Varotari, ad esempio, sorella del Padovanino, che nei ritratti di bimbi regala innocenza e verità. Ahimè, non tutti entreranno perché le righe scappano via nel vortice e presto devo chiudere e correre a cucinare pesce e pasta che dalla cucina mi chiamano al dovere. Vi presento prima, però, Boccaccio Boccaccini, un pittore ferrarese tanto tenero e amoroso che doveva certo amare le sue Immacolatelle e le sue piccole Sante in mistiche nozze con il Bambino.  Ma, povera me, scopro che nel 1500, questo pitore che sembra dipingere col velo della dolcezza in cuore, uccise la moglie, colta sul fatto da lui in tradimento...
 Ma il cuore mio, da sempre, batte batte per Andrea Mantegna che proprio qui ha lasciato un capolavoro: la Madonna della tenerezza. In gentile acquerello, Maria e il suo piccolo Gesù se ne stanno tutti quanti abbracciati, gota a gota, gli occhi chiusi, tutti presi in sorriso dal loro radioso, infinito, beato amore. E per fortuna che c'è Adriano, volontario sorridente, padovano in baffi e buona volontà, e innamorato d'arte, di bellezza del suo campanile, che lo indica a chi, come a me, era sfuggito...

giovedì 4 gennaio 2018

Maxsuma agli Eremitani

Con il terzo occhio aperto e acceso, eccomi nella gioia del pomeriggio libero che si toglie il suo mantello di nebbia, bagnandosi il naso di pioggia, eccomi, dicevo, al Museo civico degli Eremitani, dove Padova - che non  è soltanto la Città del Santo e della Cappella degli Scrovegni - regala, generosa tutto il suo fior fiore di bellezza a chi non vuol fermarsi a Giotto e a Sant'Antonio (che pure bastano e avanzano).
E siccome il giro è lungo e tante, tantissime le cose da vedere, dividerò il mio girovagare in due puntate. La prima comincia al piano basso, in faccia al chiostro che fu abitato dalle preghiere dei monaci eremitani. dove sono custodite le archeologie di Padova, dal protoveneto all'età romana. Protovenete e splendide le steli funerarie, dove in cocchio, le anime sono condotte da cavalli in furia nell'altro mondo. A far da guida, un auriga e un animaletto (un cane, un uccello), scout del paradiso dove abitano, innocenti già in questo mondo. Come sanno gli sciamani siberiani e anche altri...
Più avanti, che delizia, ecco le statuine equestri in bronzo che sono, in miniatura,  le trisavole del gran Gattamelata che sfida pioggia e nebbia davanti alla gran Basilica dei francescani. Un arciere a cavallo l'ho ritrovato, poi, anche nel Battistero del Duomo, affrescato da Giusto de' Menabuoi, dove bisogna entrare ad occhi chiusi per aprirli poi al paradiso...
L'amore mi guida tra le steli romane dove riposa, in cornice, una fanciulla di nome Maxsuma, che era figlia di un tale Antonio Rufo. L'amore di un papà la rende viva, dolcissima, con trecce e pendenti,  in mano un pomo: la vita che non ebbe. Sul colmo della cornice in pietra, due uccellini cinguettano in letizia. Poi, commossa, mi fermo davanti a un modellino in terracotta di gladiatore, con un mascherone in faccia che pare da ufo robot: il tenero giocattolo di un bambino, che con lui partì per il viaggio eterno e per arrivare fino a noi...