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mercoledì 9 agosto 2017

Occhi di pepe e di nocciola



L'immagine, bellissima, è della fotografa Carla Del Ciotto
C’era, all’Istituto Mater Dei, in piazza di Spagna, quel delizioso senso dell’ordine, quell’amor di pulito, che è il cuore stesso del vivere felici. C’era, al mattino appena sveglio, con noialtre in divisa e con il basco in testa, il Rosario quotidiano, che squillava allegro, nei suoi misteri (anche i dolorosi) in viva voce e composita in note argentine di fanciulle in fiore, nella piccola cappella del Buon Pastore dove sono capitata, una mattina di qualche tempo fa, e con la nostalgia a bussarmi all’uscio dell’anima…
C’era, alla fine del Rosario, il rito della genuflessione, cui presiedeva con solerzia e santa serietà, Sister Francis Borgia. Oh, sister Francis! Piccola da metterla in tasca, con due occhi di pepe e nocciola e tanto sale in zucca quanto non ne hanno, messi insieme, certi Azzeccagarbugli di oggi e anche di ieri! Sister Francis ci comandava al battere delle nocche sue sul banco sotto l’altare. Toc, e noi tutte giù, il ginocchio nudo (ché allora nessuna di noi portava i collant) a batter contro il marmo, e giù tutta una fila di code e trecce e mezze code e chignon con sul cucuzzolo il bel basco blu che, all’interno, custodiva la sua bella fodera amaranto. Toc, e tutte in piedi e vi, a razzo, a salire le scale di conchiglia che portavano alle aule, in piroetta, sotto il cielo... C’era, al primo venerdì del mese, la messa in inglese che mi ha lasciato in eredità tutte le preghiere nella lingua dell’isola di Elisabetta.
C’era la sister direttrice, Sister Karlin, bella e altera come una regina, gli occhi, come uncini, a tener sulla riga l’istituto e a dargli quel tono lì, in bianco immacolato e in azzurro cielo, che lo riempiva di tutte noi, figliole di quei tempi lì ordinati. C'era e a un certo punto non ci fu più. E non so bene che cosa accadde. So che arrivò un’altra sister direttrice, tanto scialba e anonima che il nome mi sfugge, buona sì, con gli occhi come di tenera agnella, e fece franare le regole e sbriciolare l'ordine profumato di lavanda. Cominciò col consentire a noi di tradire la divisa di gonna e camicetta, indossando i pantaloni. Fu così che iniziò il precipite declino. Fu per un paio di pantaloni. E ora che al posto dell’Istituto Mater Dei, tutto quanto irlandese, c’è una sede de British Council nel palazzo color ocra e sole di Piazza di Spagna a me si stringe il cuore ogni volta che ci passo davanti, ma per grazia divina, il sorriso mi torna quando, come facevo allora, percorro in corsa allegra, il serpentello ombroso di San Sebastinello... 

giovedì 3 agosto 2017

Correndo, correndo

Piccola
Con i sogni della notte ancora in tasca, nel mattino presto quando Roma si sveglia pensando di essere ancora Caput mundi, io me ne vado in giro a far commissioni e fuori e dentro le chiese mie dove mi perdo in orazione. Oggi, per esempio, ero, con il sole ancora basso a picchiare all’uscio del mattino, a San Giovanni in Laterano, la Regina Ecclesiarum. Ho scelto San Giovanni, ispirata, lo so, dal bel programma sulla Roma del Giubileo del professor Paolucci che, con la mirabilia di Raiplay, mi sono goduta, ieri sera, tutto intero, amando come si può, alla distanza, il professore che era direttore dei Musei Vaticani e che, nell’umiltà sua potente, mi pare tanto vicino al Signore…
La madre di tutte le Chiese romane, voluta da Costantino, costruita sugli orti della potente famiglia del Laterani, era ed è uno splendore. Entrando, nel saluto alato dei cherubini borrominiani, a me par già di toccare il cielo con un dito e giro, nel vuoto sacro, nel silenzio santo, tutta quanta in me, nelle virtù che inseguo e che sono patrimonio della Legge eterna. Cammino e penso, dolente, alla Roma che ho visto nell’andare, una Roma nel caos, perduta nella disaffezione e nel disincanto. E non c’è Raggi che tenga, soltanto nell’ordine è la vita, la luce del bene. Nel caos, si perdono dignità e speranza e non si è più Caput Mundi…

Ma vabbè, mentre me ne vado a far le commissioni mie, ripenso in gioia, a un incontro buffo avuto poco prima all’imbocco di Via Leonina. Vedo due pimpanti runners di bell’aspetto e in uno riconosco, poiché per caso ho seguito un'intervista su Raitre, il nuovo amministratore delegato dell’Atac, di cui ignoro il nome ma conosco il volto. Per sicurezza attendo che mi superino. Lui parla con l’amico… in veneto. Sì, è proprio lui, sorrido, brindo al buon gusto dell’ora mattutina e gli auguro buon lavoro perché davvero ne ha bisogno!

giovedì 27 luglio 2017

More e capperi a San Nilo

Sarà che per motivi tal dei tali, e molto concreti, sono stata, diciamo così, cinque giorni di fila (dall'alba al tramonto) prigioniera a Grottaferrata, ritornando a sera stracca a casa, dove il dovere mi metteva subito sull'attenti, sarà  perché a passare ore e ore seduta sul pavimento comodi si sta poco, sarà anche perché l'età non è più verde e  il tempo in tasca meno; sarà che a volte  ero tentata di mollar tutto e via; sarà per tutti questi motivi presi in fascio e anche altri che taccio fatto sta che, oggi, nel mio primo giorno di ritrovata libertà, me ne sono andata, fresca nella sera calda romana, a Santa Maria Maggiore, a sentire una messa di ringraziamento, a recitare il mio rosario in compagnia e mi sono sentita tanto allegra, nel ritrovare le mie abitudini intatte e sane e come nuove,  che avevo voglia di saltellare e di cantare. Non l'ho fatto, però, e il cuore, in petto, nutrito nella vera carità quasi mi scoppiava d'amore. E mentre me ne stavo, in letizia, tutta quanta in me ho pensato che, in fondo, anche nella prigionia di Grottaferrata il mio angolino di felicità me lo ero ritagliato. Dovete sapere, infatti, che la scuola che ci ospitava è proprio sotto alla bella Abbazia di San Nilo ed è tutta quanta immersa in un oliveto d'argento. Sicché quando le mie compagne di avventura uscivano per andare a mangiare recandosi nel centro della cittadina, io, tutto il contrario, mi avventuravo tra gli ulivi e piano piano, nel sole caldo,  tutto l'intorno diventava mio, nel verde acceso di alberi e cespugli, nel giallo arso delle erbacce al sole. E dai e dai, una mattina (che è quasi pomeriggio) mi ritrovo a varcare un cancello e oltre il cancello, ecco gli spalti del castello di San Nilo! Guardano diritto su una valle verde. Giro lo sguardo e, che meraviglia, sul muretto: more e capperi! Mentre ripetevo tra me le lezioni prossime venture, con due sacchetti ho fatto, diciamo così, la spesa quotidiana, baciata dal Signore.

sabato 8 luglio 2017

Sardegna mia piccola e nascosta...

Bennibag blu ceilo notturno, con ricami bianchi, in dolce riciclo: ricavata da un paio di shorts
Al mattino presto, nell'arancio acceso del sole che sorge lassù tra il verde cupo dell'aldia baciato dal cielo, io, sveglia con gli angeli, me ne sto seduta nel terrazzino riparato che io chiamo la casa delle bambole - ed è privilegio tutto nuovo per me -  e da lì, come spettatrice privilegiata nella vita vera bagnata dal fiume sacro, ritrovo la mia Sardegna bambina, quella che mi chiamava allora nei primi anni della mia piccola storia.
Già, la mia Sardegna non è punteggiata di ombrelloni colorati, profumata all'olio di cocco, rumorosa di racchettoni alla ricerca del bronzo del sole, no, no, la mia Sardegna è silente, ritrosa un poco anche selvatica e al mattino, quando timido sboccia il nuovo giorno, rinnova la sua eterna meraviglia. Questa mattina, ad esempio, sull'anello di rena che congiunge le due braccia della baia protese verso Tavolara, passeggiavano impettiti tre gabbiani che parevano far da sentinella alle ore danzanti a venire. Su e giù zampettanti sulla sabbia rinata dalla purificazione notturna, sembravano osservar, nell'acqua, un cormorano tutto dedito alla caccia, all'inseguimento dei pesci suoi d'argento. E quando la gallinella nera emergeva con la sua preda (che però non riuscivo a vedere) ecco la scaramuffa con i contendenti vestiti di bianco. Poi tornava la pace e quelli di nuovo su e giù nella livrea loro di piume e quella di nuovo a pescare, a siluro, sul pelo dell'acqua.
Lumeggiava, la mia Sardegna, anche nella mattina tarda bruciata dal sole, quando per comperare la pulpedda eccomi, con mio marito, in un certo centro agricolo che sta sulla strada di Padru. In una valletta verde, tra l'arso giallo dell'intorno,

sabato 17 giugno 2017

Amici miei

In tanti e tanti anni di professione, colleghi ne ho incontrati e conosciuti molti. Ho scritto per tanti e diversi giornali e tra una redazione e l’altra, un’amicizia, una simpatia restava sempre nel cuore. Di alcuni, ora che gli anni si sono scoloriti come in lontananza, ricordo appena il volto e forse, camminando per strada, neppure li riconoscerei più, di altri mi sovviene al pensarci un particolare bislacco, oppure solo la voce; di altri, ancora poco o nulla.

Ma di Andrea Montanari, che ora è direttore del Tg1 (e gli faccio i miei auguri grandi!), ricordo il sorriso, la simpatia, l’intelligenza negli occhi celesti e chiari. Lo conobbi quando, non so come, si inventò con un amico il mestiere – anche, s’intende – di editore. E fu a lui, e al suo socio, che proposi i racconti di Jeanne De Casalis e fu lui – e non il suo socio – che si impuntò per pubblicarli. Ricordo che la sera del suo sì, eravamo in quattro: sua moglie, un cane e lui. Jeanne, da me trovata a un mercatino di libri usati in Piazza San Silvestro, tornò viva e vera e grande scrittrice (com’è) e io, in lei, felice. Durò poco perché Andrea Montanari, non so il motivo, lasciò la casa editrice e l’altro Andrea, che la Jeanne l’amava poco o nulla, in qualche anno ritirò tutti i libri invenduti e li mandò al macero. Così, solo nella pancia di un certo armadio, i superstiti vestiti di carta attendono una migliore primavera e un altro Andrea…