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domenica 19 novembre 2017

Il cielo azzurro del lunedì

Un mio  piccolo amico sardo
A mio umile e modesto avviso, e parlo sottovoce in questo mio piccolo spazio che conta le visite sulla punta delle dita (e ne sono contenta!), riempire le chiese di persone, anche se povere, che aspettano soltanto il dopo-messa per mangiare gnocchetti sardi e tiramisù o per fare incetta di vestiti smessi da rivendere magari al mercatino abusivo che si distende, sciatto e sporco, lungo la strada che porta alla bellissima Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme non vale ed è come fare lo sgambetto a un Santo. Non è questo il sale del nostro credo. A Gesù non importava un fico secco di quanti soldi avevi nel salvadanaio e Lazzaro con le sue sorelle erano addirittura benestanti eppure lui pianse lacrime amare alla morte dell’amico…

I beni di cui parla nostro Signore sono tutti spirituali e quando sgrida il ragazzo ricco che non ha la forza di seguirlo da tanto attaccato è alle ricchezze sue, non lo sgrida per il denaro (“date a Cesare quello che è di Cesare”), ma perché è attaccato al mondo, spiritualmente pure, e a quanto esso può dare. E’ l’attaccamento (e non i soldi), la tentazione grande. Il pensare, erroneo, che tutto quello che abbiamo ci appartenga mentre è solo dato in prestito come i talenti del padrone dati ai servi affinché li facciano fruttare e poi restituiti. E la finisco qui perché non sono certo io che dovrei spiegare questo al mondo. Piccola come sono e umile nel mio umile quotidiano, me ne vado in cucina, alla maniera di Cenerentola, e saluto per tutti il cielo blu che si spalanca di felicità in questo primo giorno della settimana. Il cielo azzurro del lunedì!

giovedì 16 novembre 2017

L'angelo di Leonardo



E va bene, lo ammetto, non sono una storica dell’arte. Ho fatto appena, e tantissimi anni fa, un esame di arte moderna, alla Sapienza, con una professoressa che, lo ricordo ancora adesso con grande meraviglia (come allora che mi pareva uno sproposito…), si legava un nastrino rosa intorno al polso perché non distingueva la destra dalla sinistra. E ce lo disse anche. Senza un filino di vergogna…
Con lei, facevamo i riconoscimenti che vuol dire prendere delle cartoline dei capolavori, nascosti in chiese, pinacoteche e collezioni private di questo e di quel pittore e scoprire chi lo aveva dipinto, bello così e pieno di vita. Ebbene, e dai e dai, dopo aver girato, a Roma, per tutte le Chiese e i musei disponibili (ricordo che avevo una vecchia bicicletta nera della Bianchi che poi mi fu rubata…) all’esame, io sapevo distinguere Tiziano da Andrea del Sarto e Veronese e persino il Bronzino. Non so. Non so dire il perché: le pennellate mi parlavano, i chiaroscuri mi rivelavano gli arcani loro, i quadri erano allora (ma anche oggi) quasi tutti firmati nell’anima mia e, sicura, senza indugi, mi presi un bel trenta o forse trenta e lode. Non ricordo più e poi che cosa importa.
Io non so se il “Salvator Mundi” (battuto all’asta per non so quanti milioni) è di Leonardo e forse, certo, lo è. So però che il Gesù rappresentato è senza aureola divina, ha una faccia che non mi  piace, una cera sfocata, gli occhi liquidi e senza sguardo e ha pure la fossetta nel mento che, secondo la Mimma, voleva dire che il tal bambino non piaceva agli angeli. Se osservate bene il quadro, poi appare chiaro ed evidente lo stacco nei capelli che in alto sono come lavati con i bicarbonato, sbiaditi e stenti, tristi, sfibrati e in basso deliziosi, ricciolini e d'oro e leonardeschi...  Insomma, secondo me, il volto del Cristo è del Verrocchio che, alla fine stufo, l'ha affidato per le rifiniture di capelli e vestito a Leonardo che lavorava da lui a bottega. Che i due operassero insieme si sa e lo prova un grande quadro che è agli Uffizi. La scena tutta è del Verrocchio (ed è, diciamo così, sbiadita), splende invece sulla sinistra un angioletto che ha gli stessi capelli d'oro del Salvator Mundi e che è opera, tu guarda un po', di Leonardo...

sabato 11 novembre 2017

Geografia angelica

I miei barattoli riciclati e fioriti...
Ero, ieri mattina, a prendere un caffè con un caro amico che conosco oramai da diciotto anni per avere avuto, lui e noi, il figliolo alla medesima materna che guardava – e guarda ora pure – in faccia (quasi) il tripudio di marmi della Fontana di Trevi. Eravamo al solito bar in via tal dei tali dove ci sediamo per aprire una parentesi graffa sulla nostra vita e poi tante quadre e rotonde per esaurire tutti gli argomenti, le novità, i piccoli snodi dell’esistenza. E con i figlioli oramai all’università ce ne sono di cose da dire e da ricordare.

E via, ma in questo mondo in cui batte sempre la grancassa del tempo a richiamare all’ordine suo c’è poco tempo e così, in sarabanda, approdiamo a questa e a quella isola per poi arrivare a un argomento che a entrambi e caro per motivi differenti: l’Arcangelo Michele. E così ci siamo detti, lui e io, tutti gli indirizzi dove trovare a Roma le cappelle dedicate al Generale dell’esercito del cielo. Ed ecco a voi servita in un piatto d’argento la geografia angelica romana, per quanto ne sappiamo lui e io. C’è l’arcangelo Michele  in un quadro bello, bellissimo e da poco ritrovato, nella Chiesa di Santa Maria del Carmine alle tre cannelle a un tiro di sasso da Piazza Venezia. Guido Reni, il gran pittore, l’ha dipinto per la chiesa di Santa Maria della Concezione in Via Veneto; è invece di Giovanni Bigatti, il San Michele della bellissima Chiesa di Sant’Eustachio. Il San Michele che scaccia Lucifero della Chiesa di San Marco Evangelista in piazza Venezia è invece di Pierfrancesco Mola detto il ticinese, un pittore che non conoscevo e che ha una grazia tutta sua. Ma a Roma, il San Michele di tutti i San Michele è in alto, altissimo, sul culmine di Castel Sant’Angelo. E’ lui, è proprio lui, il gran principe con le ali, raffigurato in atto di rinfoderar la spada in inno di pace eterna che, da lassù, protegge e illumina la Città Eterna in alleluya! 

martedì 7 novembre 2017

Gocciole di vita

Vita d'erba viva
Indossate le mini-galosches che mio marito mi comperò, ora sono quasi venti anni, per girare a Venezia, bagnata d’acqua alta, me ne vado, come rinata a una nuova primavera, in giro per Roma che, sarà per lo spirito della pioggia che la avvolge in tenera vita primigenia, mi pare respirare con me in un punto a capo, pieno d’armonia. Alle nove e tanto sono a Santa Maria Maggiore e il cuore mio, già sollevato dalla grata doccia del cielo e dall santa catarsi, si fa tanto leggero, nell’uscir di nuovo all’aria, che un filo di vento potrebbe portarmelo via e rapirlo lassù e duro non poca fatica a tenerlo fermo lì dove mi batte al mezzo del petto…

Subito dopo, in discesa festante, con l’umidore delle gocciole nelle narici fresche, scendo per la Via Martino ai Monti perché, in Via Petroselli, ovverosia all’anagrafe, devo ritirare un certo certificato per una persona che amo. Siedo nel grigio ufficio, dove vanno e vengono danzanti i numeretti delle chiamate in fila indiana e mentre aspetto, sono tutta quanta immersa nella mia orazione quotidiana, mentre dietro di me un signora col velo non fa altro che parlare a voce alta e sincopata e troppo, troppo alta, e battere per terra con la punta dell’ombrello. E via, mi sposto, proprio sotto al display dove in santa pace provo a immaginare, leggendo le iniziali del codice fiscale, come si chiamano gli utenti. MSS, ad esempio, sarà di certo Massimo, ma a volte, per i tanti stranieri che siedono tutt'attorno, mi viene difficile sciogliere il busillis..
Un gioco, il mio, in delizia d’attesa. Finita la commissione, prendo l’autobus 83 che vola dal Foro Boario verso la via del Corso. Entro, mi siedo, e mi trovo occhi negli occhi con Giuliano Ferrara. Non un sorriso, solo uno sguardo. In corsa arriva un simpatico romano che, riconosciutolo, gli vuole stringere la mano. L'autobus impenna, cade, il meschino, quasi sopra al giornalista che, con l’arguzia sua nota, commenta, a mezza bocca: “Si sieda, si sieda che a Roma ci sono le buche…”

sabato 4 novembre 2017

La forza del silenzio

Mentre leggo, con gioia e riconoscenza, “La Forza del silenzio” del cardinale Robert Sarah (ogni pagina, leggendo piano, nel silenzio mio pomeridiano), non smetto, da mattino a sera, di lavorar tra pentole e tegami, in opera felice di Marta. E mentre faccio saltare in padella una frittata o mescolo in energia l’impasto della torta di cachi da mettere poi in forno e servire in zucchero a velo, l’antico mio mestiere di giornalista e di scrittrice reclama una particina, anche da comparsa, nella vita mia divisa oramai tra due mondi. E, come per caso (ma caso non è) mi fa trovare, tra i tanti, tantissimi libri che popolano silenziosi la mia casa romana, qualche volume dimenticato, comperato magari con la mano sinistra, in un piovoso mattino di dicembre, e poi lasciato lì a covare le sue meraviglie, sconosciute ai più. E anche a me.

Un giorno, dunque, dopo aver steso i panni che danzano nel venticello romano, in asciugatura dorata, giro il volto verso la libreria grande dello studiolo di mio marito e pesco, tra tanti volumi, un libro vecchio e bicolore, bianco e color vinaccia, della Sei (un libro per le medie dei tempi miei) e il titolo mi colpisce il cuore: “La più bella novella del mondo”. Che indovino essere quella che è. L’autore è Salvator Gotta, famoso per il piccolo alpino che noi tutti abbiamo letto, in gioventù, quando i libri per bambini non insegnavano le cattive maniere e a comportarsi male. E sia. Tra le pagine di Salvator Gotta, che era scrittore considerato commerciale (e infatti ha fatto diventar ricchi molti editori) ritrovo la prosa che amo, il lessico antico, il periodare lento, nelle immagini vivide e fresche. Che meraviglia. E poi, nel leggere un piccolo racconto in delizia “Il gioco dei colori” mi accorgo che Gotta fa parlare i rumori, ma è il silenzio, il silenzio antico dei paesi italiani, del suo Canavese, delle piazze assolate silenziose, abitate solo dal din don dan della campane, che parla soprattutto. Quello stesso silenzio che abbiamo perduto e di cui parla il cardinale Sarah. Un silenzio divino, sovrumano (come lo chiamava Leopardi) dove si sente il respiro di Dio.