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mercoledì 21 febbraio 2018

Il Papa Re

Rose rosse nel deserto, bennibag. Ci vediamo al Car BOot Market di Testaccio il 4 marzo!
Tra i rifugi miei, dell’anima, conto sicuramente Villa Aldobrandini che fa come da tetto a Via Nazionale e si apre come un terrazzo sul Largo di Magnanapoli e, dalla ringhiera che domina la piazzuola, la vista si allarga sui Mercati di Traiano prima e poi sulla bella colonna intitolata all’imperatore spagnolo, conquistatore della Dacia, e che ora su, nel colmo, non c'è più, in veste di Pontifex Maximus (come aveva voluto Augusto per i suoi successori). Sisto V, infatti, (sempre lui, il grande Papa urbanista) tolse – e fuse – la statua del grande imperatore, mettendoci al posto il primo Pontefice cristiano, cioè San Pietro, con barba e chiavi e che i turisti, ignari, quasi non riconoscono…

Io, a Villa Aldobrandini, ci andavo quando il figliolino era in fasce e lui dormiva beato, tra i merli che saltellavano i passeri in festante pigolio e io, sola, beata, mi leggevo (e davvero mi sono letta) quasi tutta la Recherche di Proust che mi dava il capogiro della bellezza nel periodare elegante in bilico tra memoria e vita quotidiana. Ci andavo allora ed era, appunto, viva. Ci vado adesso e pare morta e stenta, nell’abbandono suo che, desolato, par chiamarmi a ricordarmi dei tempi andati che erano certo migliori. Le foglie secche, abbandonate all’intorno, in distratta sciatteria, aranci sbudellati, corolle di palme mezze rinsecchite e buttate al vento. Sulle radure non un filo d’erba e figuriamoci se la primavera vuol disegnarci su pratoline  notiscordardime. Non merli in allegro zampettare, ma sibili e fischi dei pappagalli che hanno spodestato gli antichi abitanti e che, in volo radente, gracchiano la loro onnipotenza. Ecco, il quadro in cui mi sono trovata, ieri, mentre cercavo di ritrovar rotonda la mia quiete. E ho guardato Vittorio Emanuele II a cavallo laggiù a Piazza Venezia e ho pensato - sì, caro il mio conquistator sabaudo - lo ammetto, ho pensato (un po' per scherzo e un poco per davvero nella malinconica sciatteria che avvolge la Città Eterna) che per Roma, per la mia bella Roma di basiliche, orti e ville, rovine era meglio il Papa Re (che poi Re non è mai stato poiché è, in verità, solamente e soltanto Servus servorum…) 

venerdì 16 febbraio 2018

giochi, gatti e topolini

In attesa del prossimo mercatino (il 4 marzo - e forse anche il 18) al Car Boot Market del Testaccio) taglio e cucio le mie bennibag nel mio nuovo laboratorio affacciato su Via del Boschetto ai Monti...
In un arioso appartamento al piano tal dei tali in una delle più belle vie del Rione Monti abita una  famiglia in cui tutti sono, quanto ad altezza, un po’ come le Dolomiti vicine agli Appennini.  In quella casa, vivono due gatti. Uno dei due, una gattina grigia, è molto curiosa e assai vivace. Appena la porta si apre a rivelarmi, eccola, a coda ritta, a strusciarmi sui polpacci e quando mi siedo in cucina a bere il caffè, lei  saltella dal tavolo al frigorifero e mi fa da piuma sulle gambe. L’altro gatto, color panna, è invece un lenzuolo e un enigma. Indolente, distante, egizio in tutta la lunghezza, se ne rimane nei cantoni bui suoi e non emerge dal suo mistero.

Per questi due signori gatti, ho cucito, con un bioccolo di lana da ripieno di cuscino,  un topolino bianco fatto di nulla. Gli ho fatto due orecchiette rosa, un musetto nero, una codina bianca e l’ho attaccato, da sotto la pancia, a un filo per farlo correre in tutta libertà. All'aprir dell'uscio, la gattina tutta uno sbuffo e un rincorrerlo, a zampette matte. Del bianco, nulla...
D’un tratto, da dietro un angolo, chiamato da chissà cosa e ingolosito, sbuca il bianco mistero peloso, che, secondo me, fermo se ne starebbe anche in pieno terremoto. E anche lui, a saltar dietro al topolino... Esco, vado via, in gioco di gatto mentre con la coda dell'occhio vedo che uno dei ragazzi, che è già all'università, insignoritosi del topo, lo fa andar su e giù all'aria, a mo' di esca per i due gatti saltatori...

martedì 13 febbraio 2018

A San Carlino

Io, da piccola...
Attraversata la Via Nazionale dove sfrecciano le auto lì dove prima verdeggiava, in serena bellezza. la magnifica Villa Ludovisi (che incantò anche Matilde Serao, venuta da Napoli a Roma), percorro a passo svelto i giardini di Sant’Andrea, dove mio figlio e tanti altri figli sono cresciuti, tra il gran roccione con il suo bel canale tutto intorno, la fontanella zampillante e la colonia di gatti su in cima (che ora non c’è più). Eccomi al crocicchio delle Quattro Fontane dove comincia la via Sistina intitolata al grande Papa francescano Sisto V, che disegno a modo suo la Roma sua che è poi diventata nostra. Spicca tra le quattro fontane quella di Sisto: mollemente riposa in dolce crepuscolo una morbida fanciulla, in mano delle pere, le pere che sono il simbolo del Pontefice che di cognome faceva Peretti…
E prima di proseguire per dove devo andare mi fermo nella bella chiesina di San Carlino al Quirinale che è un capolavoro vero del Borromini e dove io mi fermo, appena posso, per pregare in una certa cappella il cui profondo, per me, significato, tengo cucito al cuore. E dunque eccomi lì, da sola a sola con chi so io e nella letizia tutta quanta ritrovata del cuore che si immerge nella verità. Eccomi, ma che cos’è questo vociare scomposto? Parlano, gruppi e persone, come fossero al mercato o in un salotto. Parlano, incuranti, nella sciatteria che oramai percorre la Chiesa e che mi fa soffrire. Parlano, ridono, scherzano. Alcuni, li vedo di sguincio dal mio rifugio pestano sul cellulare, come sospesi in un mondo che non è neppure il mondo. Ad alcuni ho chiesto, per piacere, un poco di silenzio, e questi, oramai perduti nella svagata inconsapevolezza, mi hanno domandato scusa. A me? Ma non è a me che devono chiedere scusa… Ma loro che cosa ne sanno. E trinitari (perché la Chiesa è casa dei trinitari, fondati da San Giovanni de Matha che presentò Francesco, San Francesco, a Innocenzo III…)? Quello a cui chiedo lumi, mi risponde che bisogna inginocchiarsi all’architettura. Sospiro e in una frase che mi ripeto nel silenzio del cuore, riprendo la mia strada.  


sabato 10 febbraio 2018

Quante parole


Piccola, chissà dove sei...
Di notte, sotto la luna che splende come una bella moneta in cielo, la primavera, danzando sulle punte nelle sue belle scarpette rosa, ha seminato i celesti nontiscordardime nei piccoli prati cittadini. Io li ho visti, teneri, azzurri, punteggiare una aiuola piccina che è rotonda in una trafficata strada alle spalle della Piramide. Li ho visti , tremuli, timidi, forti, essi mi hanno chiamato nel mistero loro che è anche il mio. Li ho visti e nessuno li vedeva, tutti presi dalle cure quotidiane. La vita silente, la vera vita, nel fiume che trascorre e che ci trascorre è silente, non urla, non fa notizia come i vestiti della Hunziker a San Remo. Essa, più forte di ogni umana forza, divina com’è nella verità che la radica e che l’anima, sempre uguale risplende per chi ha gli occhi dell’anima aperti, per chi sa guardare oltre ciò che appare e in quell’incanto di pietra costruire la sua vita.
A tutto questo pensavo mentre, accompagnando una persona anziana che mi è cara, andavo a fare la spesa in un certo supermercato che, appunto, è una Conad e si trova alle spalle della Piramide Cestia. Pensavo ai piccoli fiori color cielo mentre, con la mia amica, caricavo questo e quello nel carrello che si riempiva piano piano al trabocco. Lei non la finiva di parlare e commentava ogni prodotto come stanca del silenzio suo quotidiano. Io, a ogni sua frase, annuivo, tutta quanta nei miei pensieri di prima. E Mentre il colloquio durava fatica a partire e il carrello si riempiva, come la mia anima delle sue parole, ecco il pensiero mio volare a un amico che quando chiama sua madre, che per ogni parola ne usa una quindicina di superflue e tutte in più con riporto di tre, mette in viva voce il cellulare, si fa i casi suoi e ogni tanto, tra le frasi di lei, interpone un “certo”, un “senz’altro”, una cosa così per farla contenta e contenere come il carrello i prodotti, la sua angoscia di fronte al mistero… Sì, quante parole inutili.












mercoledì 7 febbraio 2018

Mercatino domenicale


Io, a Creta, con la mia prima bennibag...
Domenica al mattino presto presto, quando l’aria è ancora croccante e profumata, quando la città ancora dorme dopo la movida del sabato sera, io, che mi sveglio al sorgere del sole, ero -tutta piena di fagotti - ad aspettar Giampiero sul marciapiedi tal dei tali del Rione mio. Eccoci, pochi minuti dopo al Bar Brasile, in tempo per un caffè del buongiorno e poi, via, lisci, verso il mattatoio al Testaccio dove, la seconda e la quarta domenica del mese, un rettangolo di verde, proprio sotto al monte dei cocci, baciato dal sole dell’oriente, si apparecchia di tavoli che a loro volta si ricoprono di cose, cosette e cosettine, in vendita per quanti, magari dopo una pattinata sul ghiaccio (sì, sì, c’è anche una pista di ghiaccio che solo a guardarla vien freddo alle ossa…) e un pranzetto al ristorante biologico e poi una spesetta dal verduraio che vende solo verdure dell’orto, hanno voglia di passeggiar tra tante offerte e capare, nella scelta, questo o quello al ghiribizzo proprio e loro. E' il Car Boot Market, per chi non lo sapesse...http://www.carbootmarket.it/

Io, con Giampiero, tra libri e bennibags. Vicina, diciamo così di casa, sulla destra, c’è Gemma che vende in sacro vincolo d’affetto, le cose della suocera e tutto il ricavato lo regala ai cani sfortunati, che ama. A sinistra, Franco, che era musicista e ora s’inventa ogni giorno il pane e il companatico. In mezzo, noialtri. Libri pochi, ma bennibags ne ho vendute assai e un poco mi ha colpito perché mi pareva che ogni cliente - e tutte sorridenti - trovasse, tra le molte, quella che era stata tagliata e cucita, nel mistero, proprio per lei e per lei soltanto… Le ore han fatto il gioco dell'acchiapparella e, nel felice dopopranzo, in un tappeto di nuvole in cielo che davan ombra e preparavano al riposo, smontiamo tutto e via, a casa, a trascorrere una serata dolce, nella tranquillità del dopocena…